Dalla padella alla braceCosa può fare l’Europa per non dipendere più dalle materie prime di Paesi inaffidabili

Memore delle difficoltà incontrate con la Russia per le forniture di gas, l’Unione Europea si trova di fronte alla difficile compito di ampliare l’approvvigionamento di risorse strategiche senza possedere abbastanza giacimenti. Per il Cep (Centro per le Politiche Europee) l'unica alternativa è riciclare

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Le sfide aperte dalla transizione ecologica hanno dato il la alla nascita di tecnologie innovative a basso impatto ambientale. Ma l’imminente abbandono dei combustibili fossili non rappresenta semplicemente una rinuncia al petrolio e al gas, significa anche dover trovare nuove materie prime in grado di sostituirli. 

Che si tratti di batterie, cavi a fibre ottiche o celle a combustibile, le tecnologie cruciali per la nostra prosperità futura necessitano delle proprietà specifiche di nuove risorse, indispensabili al ciclo industriale green. Il problema è che in diversi casi questi materiali sono, o estremamente rari o concentrati in luoghi molto specifici.

Il rischio allora è quello di ripetere lo stesso errore che si è fatto con il gas proveniente dalla Russia, scegliendo di non diversificare l’importazione di risorse strategiche. Ecco perché è così importante che l’Unione Europea affronti la sfida di garantire l’approvvigionamento di questi materiali critici prima che qualcosa possa andare storto. 

In un recente report, il Centro per le Politiche Europee (Cep) fornisce raccomandazioni per una strategia dell’UE sulle materie prime. «Le possibilità di sopravvivenza del modello sociale ed economico europeo sono in parte determinate dai mercati internazionali delle materie prime», ha detto l’economista del Cep André Wolf, autore del report.

Le cosiddette materie prime critiche sono il prerequisito per la trasformazione delle industrie verso la decarbonizzazione e l’automazione. Metalli come il litio, il cobalto, il titanio e le terre rare sono indispensabili per diverse tecnologie future: come la generazione di energia rigenerativa negli impianti eolici e fotovoltaici, la rivoluzione della mobilità nelle batterie e nelle celle a combustibile, la rete digitale nei display e nei cavi a fibre ottiche e il controllo automatizzato nei microchip.

La questione è complicata perché questi minerali vengono estratti prevalentemente al di fuori della sfera d’influenza europea. Ciò significa, in primis, dover attingere le risorse da molti Paesi che non condividono gli standard ambientali e sociali europei -basti pensare allo sfruttamento minorile e le disumane condizioni in cui versano moltissimi lavoratori in Africa e in Asia. 

In secundis, come si diceva, dover far fronte a situazioni in cui l’approvvigionamento si concentrata esclusivamente in un solo Paese. Ad esempio il cobalto proviene dal Congo, i metalli di platino dal Sudafrica, il vanadio e le terre rare dalla Cina. La poca diffusione globale rende complesso diversificare i partner commerciali, aumentando il grado di dipendenza esclusiva. Un fattore che, dopo l’invasione dell’Ucraina, abbiamo imparato a ritenere estremamente rischioso.

Wolf analizza tre strategie che potrebbero essere seguite dall’Unione Europea nell’approvvigionamento di questi materiali. La relativa penuria di queste risorse sul territorio degli Stati dell’UE – escluse alcune eccezioni come l’indio, presente in Francia ed utilizzato per la costruzione degli schermi piatti – rende la strategia di aumentare il sostegno statale all’estrazione interna una soluzione poco conveniente.

Quello che si dovrebbe fare, almeno nel breve termine, è affiancarsi a partner strategici, come Canada e Ucraina. Questi potrebbero essere formati con altri Paesi ricchi di risorse ma che al contempo condividono standard di sostenibilità simili a quelli dell’UE. 

Secondo Wolf, tuttavia, data la crescita della domanda prevista nei prossimi anni, alla lunga non basterà più. Non c’è modo di evitare, allora, l’espansione delle capacità di riciclaggio. L’unico modo che ha l’UE per riscattarsi dalla sconfitta alla roulette geologico-mineraria. 

L’”urban mining” avrà un ruolo cruciale in questo processo. Infatti, in moltissimi rifiuti urbani (così come in molti elettrodomestici) sono presenti metalli rari e preziosi che possono essere reintrodotti nel ciclo produttivo. L’uso circolare delle risorse porterebbe ad un rafforzamento degli acquisti interni aumentando il grado di autonomia dell’UE. 

Per far sì che questo avvenga è fondamentale uno smaltimento adeguato, un sistema di raccolta e selezione efficiente e un aumento del capitale investito. In generale, i tassi di raccolta e riciclaggio nell’UE devono essere aumentati in modo significativo. Ma i vantaggi compenserebbero i costi.

La piattaforma Urban Mine ha effettuato dei calcoli in merito nel 2018. Ad esempio, stima che la quantità di litio contenuta nelle scorte di batterie europee sia di circa 13.000 tonnellate e il cobalto di 24.000 tonnellate. In più l’accesso a questi depositi di materie prime cosiddetti “antropogenici” perché prodotti dall’uomo avviene senza i rischi ambientali associati all’estrazione e senza le fluttuazioni dei prezzi e i rischi di approvvigionamento sui mercati mondiali. 

 Il Piano d’azione UE 2020 per le materie prime critiche mira a rafforzare la creazione di valore a livello nazionale, a diversificare le catene di approvvigionamento e a garantire la sicurezza delle forniture.

Ma come conclude Wolf «La Commissione europea ha riconosciuto l’importanza strategica di questi temi in linea di principio, come dimostrano il Piano d’azione e il recente annuncio della legislazione sulle materie prime critiche. Tuttavia, mancano ancora strumenti concreti e una chiara definizione delle priorità». Ci auguriamo vivamente che questo report possa aiutare a farlo.