Vietato il dissensoIn Turchia cresce il malcontento, ma la risposta di Erdoğan è continuare a reprimere

Da Ankara a Istanbul scendono in piazza insegnanti, medici e attivisti climatici per manifestare contro il governo. La reprimenda del presidente non risparmia nemmeno giornalisti e popstars, costretti a pesare ogni parola che possa comprometterli agli occhi dello Stato

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Mentre l’inflazione in Turchia segna un nuovo record, avendo ormai superato la soglia dell’80 percento, il presidente Recep Tayyip Erdogan continua a screditare ogni forma di opposizione al suo governo in vista delle elezioni del 2023.

A finire nel mirino del capo di Stato questa volta sono stati gli insegnanti, scesi in strada a inizio settembre per protestare contro l’introduzione di un esame aggiuntivo da sostenere per poter entrare di ruolo. La loro manifestazione è stata sostenuta anche dai partiti di opposizione, secondo cui si tratterebbe di un modo per selezionare i futuri insegnanti ed evitare che nel sistema scolastico entrino figure sgradite al governo. Anche in questo caso, la manifestazione tenutasi nella capitale Ankara è stata dispersa con la forza dalla polizia e nove persone sono state arrestate.

Non sono mancati tentativi di strumentalizzare politicamente l’accaduto anche da parte del governo. Il ministro dell’Interno, Suleyman Soyglu, ha definito una donna finita agli arresti come una «attivista di professione» e ha diffuso delle immagini che la ritraggono con in mano una bandiera del partito filo-curdo Hdp (Partito Democratico dei Popoli), nuovamente a rischio chiusura.

Ai messaggi di Soyglu hanno poi fatto seguito le parole del presidente Erdogan, che ha definito gli insegnati scesi in strada dei «vandali», in un chiaro tentativo di sminuire la portata della protesta e delegittimare gli insegnanti.

Non è la prima volta che Erdogan utilizza il termine «vandali» (in turco çapulcu) contro chi mette in discussione le sue politiche. Il presidente ha più volte definito in questo modo gli attivisti di Gezi park (protagonisti di una serie di proteste nel 2013), accusandoli di non essere realmente interessati alla difesa dell’ambiente e di aver occupato il parco e manifestato per le strade di Istanbul e delle altre città solo per poterle vandalizzare.

Ma la retorica del presidente non ha risparmiato nei mesi scorsi nemmeno i medici. A luglio, i sindacati del personale sanitario turco hanno indetto un nuovo sciopero per chiedere salari più alti e maggiore sicurezza sul posto di lavoro visto il crescente numero di episodi di violenza verbale e fisica contro medici ed infermieri.

Problemi a cui si aggiunge anche la mancanza di personale: nel 2021, ben 1.405 dottori hanno lasciato la Turchia per lavorare all’estero e altri 945 hanno fatto la stessa scelta nei primi cinque mesi del 2022.

La questione è stata inizialmente sminuita da Erdogan, che ha anzi invitato i medici insoddisfatti a trasferirsi all’estero ritenendo la loro partenza irrilevante, ma il presidente ha dovuto ben presto fare marcia indietro e promettere a medici ed infermieri migliori condizioni di lavoro e salari più alti. Anche in questo caso però i manifestanti hanno dovuto fare i conti con l’ostilità della classe politica e con la repressione della polizia, che ha usato i gas lacrimogeni per disperdere medici ed infermieri scesi in strada.

Nella lista delle categorie invise al governo, oltre a insegnati, attivisti e personale sanitario, vi sono anche i personaggi del mondo dello spettacolo. O almeno quelli che non si adeguano alla retorica governativa, come dimostra il caso di Gulsen Bayraktar Colakoglu. La pop star turca è stata prima arrestata e poi messa ai domiciliari con l’accusa di incitamento all’odio per aver fatto una battuta sulle scuole religiose islamiche Imam Hatip, frequentate da Erdogan e da altri esponenti del suo partito, durante un concerto.

Il caso ha generato particolare scalpore e ha riportato l’attenzione sui sempre minori margini di libertà concessi agli artisti del paese e più in generale sulle restrizioni alla libertà di espressione imposte negli anni dal governo. Una situazione che preoccupa anche gli Stati Uniti, che tramite il portavoce del Dipartimento di Stato hanno condannato l’arresto di Gulsen e più in generale le limitazioni alle libertà di espressioni per via giudiziaria nel paese.

Queste stesse limitazioni sono tra l’altro al centro dell’inchiesta realizzata dalla Reuters e in cui si dà conto delle pressioni economiche, della censura e dei metodi di controllo imposti dal governo sui media turchi. Secondo quanto denunciato dall’agenzia di stampa britannica, i giornalisti sono debitamente istruiti dal direttore delle Comunicazioni della Presidenza turca su quali informazioni diffondere e in che modo, a vantaggio del capo di Stato.

Le accuse sono state smentite dal governo, ma l’inchiesta della Reuters non fa che confermare quanto già più volte denunciato dai giornalisti turchi, che tra censura e autocensura sono sempre meno liberi di svolgere il loro lavoro. A discapito della stessa tenuta democratica di un paese che non a caso sta virando sempre più verso l’autocrazia.