Viaggio in AmazzoniaAlla ricerca dei popoli e dei paesaggi lungo il più grande fiume del pianeta

Lo scrittore Angelo Ferracuti e il fotografo Giovanni Marrozzini pubblicano un reportage su un luogo e una cultura a rischio di estinzione

mondadori

Il Parco Jaú non è solo popolato da animali, ci sono piccoli gruppi di persone che vivono lì da sempre. Navigando, di tanto in tanto scorgiamo case seminascoste nel verde e
minuscole canoe senza motore legate agli alberi. Quando accostiamo in uno di questi villaggi sembra spopolato, poi individuiamo una casa e oltre un gruppo di persone. È una piccola comunità di cinque famiglie: piantano i banani, la manioca e pescano, conservando il pescato con il sale. Ogni due mesi vanno in barca fino a Novo Airão a vendere la farina, ma anche le banane e le castagne. La zona si chiama Seringazinho e in passato ospitava una grande comunità di raccoglitori di caucciù; poi, esaurita l’attività, al villaggio sono rimasti i discendenti.

Cassilda, una signora in carne, racconta che ancora prima che istituissero il parco e la riserva estrattiva nel 1989, loro già preservavano questo territorio. «Questa è la terra dove siamo nati, cresciuti e dove siamo capaci di lavorare» racconta. Vivono semplicemente, senza radio – la televisione la accendono una volta a settimana perché la benzina per il generatore costa cara –, possiedono due cellulari ma li usano solo quando vanno in città per contattare gli acquirenti dei loro prodotti.
Una ragazza minuta dal viso delicato, capelli castani e labbra carnose, tiene in braccio uno dei suoi figli. Si chiama Maria e ci dice che ama la Bibbia: «È un libro di grandi storie, appena posso la leggo». Tra una casa e quella successiva c’è un piccolo campo da calcio, le porte coi soli legni, senza rete. Qui i ragazzini, maschi e femmine, giocano durante i lunghi pomeriggi.

Anche se si mangia per lo più pesce, a volte gli uomini vanno a caccia di cinghiali. E tocca anche difendersi da animali pericolosi come il tigrillo, la Lachesis muta (o surucucù), il rettile più velenoso di tutta l’Amazzonia, o i serpenti corallo, che in determinate stagioni si avvicinano alle case. Gli abitanti del villaggio sono contenti di vivere qui. Questo è il loro mondo, sarebbe difficile stare da un’altra parte. «Qui abbiamo tutto. Non voglio andare a vivere in città» mi spiega Cassilda. «Troppo rumore, cibo immangiabile; e poi per trasferirci dovremmo lavorare, vendere la manodopera, e questo ci priverebbe della libertà.»

I ragazzini frequentano la scuola in un villaggio vicino. Adesso, per via del Covid-19, vanno solo a prendere i compiti, per poi riconsegnarli una volta terminati. Celindo è un ragazzone di ventidue anni, carnagione olivastra e fisico muscoloso e compatto da calciatore. «Per mangiare andiamo al fiume e peschiamo» dice. «È così che viviamo, non c’è bisogno di andare al mercato, che neppure esiste in questa zona. Viviamo alla giornata, finché Dio vuole.»

Evito di raccontare che impresa sia stata arrivare ai villaggi della riserva estrattiva di Rio Unini. Il fiume è un vero e proprio labirinto, basta sbagliare un’entrata e ci si perde.
Spesso i villaggi sono nascosti dietro la ricca vegetazione, e vi si accede da piccoli pertugi nella selva che solo una guida molto esperta può riconoscere. Mentre la barca avanza continuo a guardare quella muraglia verde e adesso mi appare come un enigma da espugnare con il pensiero. Più l’Amalassunta va, più si rafforza la sensazione di stare in una terra di nessuno, un luogo sospeso nel quale i sensi non mi sono d’aiuto. Giovanni dice che i nativi riescono a distinguere oltre cento sfumature di verde, mentre i nostri occhi solo quindici: figuriamoci decifrare il percorso del Rio!

Edinaldo oggi era al timone ed è tornato indietro almeno due volte, nonostante il GPS. Ha fermato l’Amalassunta facendo manovra, imboccando subito dopo un altro braccio di fiume sperando fosse quello giusto. Per nostra fortuna in una base del Parco Jaú che confina con la riserva, Wilson, un addetto alla fiscalizzazione, come la chiamano qui, molto disponibile ci ha accompagnato fino al terzo villaggio, guidando Edinaldo e Caboco passo passo. Abbiamo navigato un’ora buona in un tratto largo, poi abbiamo imboccato l’affluente Unini, stretto tra la vegetazione e meno profondo. Mentre l’Amalassunta scivolava sull’acqua io me ne stavo a prua, seduto beato su una sedia a godermi il vento fresco che mi accarezzava la faccia.

Quando siamo arrivati a Lago das Pedras, un piccolo villaggio addossato a un greto, era in corso una festa religiosa. Il pastore della Chiesa evangelica intonava un sermone sgolandosi isterico, ammonendo i fedeli con tale veemenza che la sua voce arrivava fino alla nostra barca; tutto intorno si sentiva il suo discorso severo e ammonitore sulla fine del mondo, la lotta titanica tra il bene e il male, satana o vattelappesca.
Il villaggio è fatto di palafitte una vicina all’altra lungo la riva del fiume. Scendendo a terra scorgo i volti delle donne affacciate alle finestre e una distesa di panni colorati messi ad asciugare; riconosco anche il serbatoio per l’acqua piovana. Le ragazze girano con in mano la borsetta e il cellulare, mentre i bambini ci guardano spauriti. Accanto all’edificio in legno della chiesa è stato allestito un palco inghirlandato di fronte al quale si terrà la festa. Al fondo del villaggio, alcuni ragazzini stanno giocando a calcio in due campi paralleli, altri si arrampicano sugli alberi a pochi metri dalla riva e si tuffano armonici e gioiosi; si lanciano nell’aria facendo salti mortali, sparendo e riaffiorando subito dopo, in assoluta simbiosi con il fiume.

Vicino all’ultima casa del villaggio incontro Sebastião, un piccolo uomo con in testa un cappello di paglia simile a quelli dei vietcong. È il leader dell’associazione degli Abi-
tanti del Fiume Unini – AMORU. Mi spiega che l’associazione è nata poco dopo la caduta della dittatura militare, nel 1995, prima ancora che ci fosse la riserva estrattiva. «Il
governo ci voleva mandare via, dicevano che in un parco non doveva viverci nessuno, dovevamo andarcene» spiega. Ma loro hanno resistito. «Il nostro è un modo di vivere che conserva la foresta. Raccogliamo quello che la natura ci dà, piantiamo manioca, banane, ananas e facciamo la raccolta controllata del pesce, preservando le specie protette». Ancora oggi il loro punto di riferimento è Chico Mendes, il sindacalista leader dei seringueiros. «Ha lottato per la biodiversità e per il popolo» dice Sebastião con sguardo fiero e senza nascondere una certa commozione.
Loro si sentono i custodi di questa foresta: «Raccogliamo solo quello di cui abbiamo bisogno per vivere, la curiamo, ripiantiamo quando è necessario; invece, i fazendeiros e le aziende dell’agrobusiness non si fanno scrupoli». Qui vivono diciannove famiglie, una sessantina di persone. «Ogni famiglia lavora per sé» dice, «ma una parte dell’attività agricola è collettiva, come quando si deve piantare o pulire il terreno: quello lo facciamo insieme.»

Dice che dopo la pandemia le cose sono peggiorate, l’inflazione è molto alta e non riescono più a mantenersi con il proprio lavoro. Prima potevano anche vendere il pesce
al margine del Rio Negro, ma adesso non più. Per colpa di alcuni pescatori abusivi, la polizia federale ha aperto un’inchiesta che ha coinvolto anche loro.

Giovanni mi confessa che prima, mentre passeggiava per il villaggio, ha visto una bambina. «Mi è venuta incontro, aveva gli occhi un po’ spauriti, sorpresi. Ci siamo trovati entrambi di fronte a una specie di apparizione, e quell’incontro di sguardi mi ha riportato a casa, dai miei figli. Ho provato una nostalgia molto forte, quella che chi fa il mio
mestiere prova ogni volta che parte. Raccontiamo le vite degli altri, perdendoci parte della nostra.» La sera mangiamo i pacu fritti cucinati da Diego. Apparecchiamo come sempre sul ponte di sotto, avvicinando i tavoli di plastica e le sedie. Stamattina, a Moura, prima di partire abbiamo acquistato più di sette chili di pesce, e ora abbiamo il congelatore pieno.

Con il passare dei giorni abbiamo preso un po’ più di confidenza con Caboco, che poco per volta sta abbandonando la scontrosità iniziale. Che stia finalmente diventando uno di noi? In ogni caso, continuiamo a non fidarci del tutto. Finito di cenare conversiamo un po’ sul ponte superiore, poi raggiungiamo le cabine, mentre gli uomini dell’equipaggio si sistemano nelle amache. Io mi concedo un’ultima birra accompagnata da un Antico Toscano. Aspiro il fumo pastoso e osservo questa natura che basta a se stessa e in noi suscita così tante domande. Piccole barche di pescatori sfilano davanti ai miei occhi e si dileguano nella penombra della sera. A notte fonda mi sveglio ed esco dalla mia cabina. In lontananza sento ancora la voce potente del pastore che intona il suo discorso solenne, e la gente del villaggio che risponde all’unisono. Nel cielo brilla un grappolo infinito di stelle, e i movimenti leggeri del fiume scosso dalle piccole correnti trasformano il loro riflesso in fiammelle vive, come fossero lanterne che affiorano dall’acqua.

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La mattina dopo Paulo, maglietta nera e un paio di jeans, arriva puntuale con la sua barca a motore. È una piccola piroga da pesca in legno chiaro; a bordo una coppia di remi e un grande cesto per la raccolta, dove prendiamo posto Ranusia, Giovanni e io. Lo avevamo incontrato ieri al villaggio e ci aveva promesso di portarci nella piantagione dove lavora, a qualche miglio da qui, raggiungibile solo dal fiume. Dopo una ventina di minuti, accosta la barca alla vegetazione e si inoltra in uno stretto canale. Dopo uno slalom tra le piante, su una piccola riva ci appare una capanna con il tetto di foglie. Si chiama Casa di Farina, è il posto dove cuoce la manioca.

«Volete vedere la mia piantagione?» ci chiede. In realtà, siamo venuti proprio per questo. Lo seguiamo oltre un ruscello, lungo un percorso che conosce solo lui. Là dove foglie di banano e rami di alberi ostruiscono il passaggio si apre la strada con il machete, imitato da Giovanni. In questa parte di foresta ci sono serpenti molto velenosi che potrebbero sgusciare tra i piedi all’improvviso o scivolare giù dagli alberi; rettili infidi che Paulo conosce molto bene. Un giorno ha ucciso un serpente jaracoca lungo un metro. «Quando veniamo a lavorare siamo già preparati ad affrontare queste bestie» dice. «Gli stivali di gomma sono fondamentali, se ti morde un surucucù sei spacciato.» Mentre cammino guardo attento il terreno, che l’erba alta rende ancora più insidioso, e sono sicuro che nella testa di tutti stanno passando gli stessi pensieri.

A un tratto il sentiero si interrompe. «Non pensavo fosse così folto» dice Paulo guardando l’intrico di rami che ci blocca il passaggio. Con il machete si fa strada in quella selva di alberi e cespugli fin quando non arriviamo al campo di manioca. Ci racconta di quando, proprio qui, è stato morso da un ragno. «Ho iniziato ad avere le vertigini, vedevo le stelle» dice. «Poi è diventato tutto nero e sono svenuto.» In un campo più lontano ha già tagliato gli alberi e sta aspettando che il sole li asciughi. «Poi preparerò il terreno col fuoco» dice, «prima di piantare banani e manioca.» Di solito, per evitare i momenti più caldi della giornata, lavora tre ore la mattina e poi torna nel tardo pomeriggio, quando il sole sta calando. Nonostante il molto lavoro, sopravvive a stento. «Molta fatica e pochi soldi» dice arreso, aggiustandosi il cappello di paglia.

Noto il ciondolo che porta al collo e incuriosito gli chiedo se abbia un significato particolare. «È solo per la bellezza» mi risponde. In effetti quella piccola chitarra con al centro una stella di Davide ha poco a che vedere con gli indigeni baré, l’etnia a cui lui appartiene.

Da Viaggio sul fiume mondo, Angelo Ferracuti, Giovanni Marrozzini, Mondadori, 228 pagine, 18,50 euro

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