Riforma Cartabia maiIl cieco giustizialismo del governo Meloni, la sinistra e i miserabili

Bloccare il consolidamento della giustizia ripararativa, impedire il ricorso a misure alternative al carcere e reintrodurre l’ergastolo ostativo non sono solo i risultati di una cattiva ideologia giuridica, ma potrebbero anche compromettere la ricezione dei fondi del Pnrr. E con il sedicente liberale Nordio torna il fantasma dì Fofò Bonafede (leggere per credere)

LaPresse

Non è una pura coincidenza il fatto che tra i primi provvedimenti che vengono varati dal governo Meloni vi sia un decreto che blocchi la più importante riforma del processo penale degli ultimi tempi e contemporaneamente reintroduca l’ergastolo ostativo. E lo fa proprio alla vigilia di una nuova pronuncia della Corte Costituzionale in materia, che già aveva bocciato il sistema che vietava ogni accesso alle misure alternative al carcere per i condannati per reati più gravi.

Quanto alla riforma Cartabia, il pretesto ufficiale è la richiesta dei 26 procuratori generali preoccupati dell’assenza di alcune norme transitorie in relazione a novità procedurali e organizzative che bloccherebbero la già asfittica macchina della giustizia. In realtà, il blocco non investe solo la carenza di qualche computer ma colpisce tutto l’impianto della riforma, molto vasto, anche in punti incontroversi: tra essi la significativa riforma della giustizia riparativa, l’allargamento delle procedure di mediazione anche nel settore penale e di ricorso a misure alternative al carcere per l’esecuzione delle pene al di sotto dei quattro anni.

Va ricordato che la riforma fa parte del Programma di Resilienza e Rinascita per cui il paese sta ricevendo finanziamenti dall’Unione Europea e il professor Gianluigi Gatta, coordinatore dei gruppi di lavoro nominati dal ministro Cartabia per la redazione dei decreti attuativi, ha già espresso sul Corriere la sua forte preoccupazione che il rinvio “organizzativo” celi la malcelata volontà di modificare più profondamente l’impianto normativo. Non v’è dubbio che proprio gli articoli sul carcere siano una parte qualificante e innovativa in quanto stravolgono la prospettiva di stretta finalità repressiva e punitiva cui il processo è stato inchiodato da una sottocultura giuridica ben presente nella storia e nell’evoluzione del diritto italiano.

La riforma costituisce un disperato tentativo di evitare la definitiva bancarotta della giustizia, trovando dei modi per svuotare tribunali e carceri.

La riforma introduce la giustizia riparativa che è un istituto di derivazione americana nato negli anni ’70 e che persegue una finalità utopistica quanto nobile nel confronto su base volontaristica tra vittime e colpevoli.

In Italia è stato adoperato con fruttuosi risultati per quanto riguarda le vicende di terrorismo, ma è fin troppo agevole intuirne l’utilità ove si pensi a vicende di sinistri accidentali, reati infra familiari e di genere e si voglia intravedere nella giustizia scopi che non siano di pura realizzazione della vendetta dell’offeso.

Nessun vantaggio concreto in termini di riduzione di pena se non nell’obbligo per il giudice di tenere conto del favorevole esito del contatto in sede di pena. Il che è rimesso anche alla volontà positiva della vittima.

Accanto a essa vi sono alcune norme che rendono un percorso privilegiato quello di istituti come la detenzione domiciliare e lavori socialmente utili per scontare la pena.

Sono entrambi indirizzi espressivi di valori non puramente utopistici e cattolici, ma anche (e forse soprattutto) di principi sanciti dalla Costituzione italiana e dai trattati internazionali, come la Convenzione dei diritti umani e la Convenzione internazionale contro la tortura del 1984 che vieta espressamente «qualsiasi atto mediante il quale viene intenzionalmente inflitto, a una persona, un dolore o una sofferenza acuta, fisica o mentale, al fine di ottenere, da lui o da una terza persona, informazioni o una confessione, per punirlo per un atto che lui o una terza persona hanno commesso o sono sospettati di aver commesso».

In Italia, secondo le statistiche fornite dal Garante dei detenuti, sono circa sessanta i suicidi in carcere così come più volte il nostro Paese è stato sanzionato dalla Corte europea per le condizioni in cui vivono.

Ci volle la famosa sentenza CEDU Torregiani per garantire ai reclusi condizioni di vita minimamente decenti come uno spazio pro-capite di tre metri quadri!

Su di un altro versante si muove il movimento di opinione favorevole all’abrogazione dell’ergastolo che alcune fonti di stampa vorrebbero condiviso addirittura dal guardasigilli Carlo Nordio, sparito insolitamente dai radar dell’informazione negli ultimi giorni.

Il fine pena mai è di per se stesso un trattamento contrario alla dignità umana e in alcuni paesi europei come la Spagna addirittura non previsto.

Basterebbe chiedersi quanti innocenti abbiano finito la loro vita in galera per capirne l’iniquità ma in Italia la gravità del fenomeno mafioso ha sempre funto da deterrente a ogni seria rivalutazione del problema.

Negli ultimi tempi tuttavia la Corte costituzionale con due pronunce in tema di permessi e liberazione condizionale ha dato segni di apertura perché i benefici delle misure alternative al carcere venissero concesse anche i condannati per reati di mafia e altri crimini efferati.

A oggi la possibilità di ritornare alla vita è legata solo alla collaborazione con la giustizia, ma la Consulta nel suo ultimo intervento ha denunciato come incompatibile con la Costituzione «la presunzione che fa della collaborazione con la giustizia l’unica strada per l’ergastolano» ed ha lasciato al Parlamento italiano una finestra di tempo fino al prossimo 8 novembre per adeguare la legge a tale principio.

La risposta sta in un disegno di legge già varato a dire il vero dal governo Draghi con l’astensione di Fratelli d’Italia che è uno schiaffo in faccia alle ragioni umanitarie: esso nega ogni rilievo alla buona condotta in carcere per chiedere al detenuto ristretto da decenni di fornire lui la prova (impossibile e diabolica) di non essere più in contatto con le organizzazioni criminali.

Viene negato ogni rilievo e discrezionalità alla giurisdizione dei magistrati di sorveglianza ridotti al rango di meri burocrati sorveglianti.

Ma siccome siamo alle prese con dilettanti del diritto, Meloni e compagnia non si sono accorti che il decreto, in puro stile grillino, applica le stesse restrizioni per i condannati per i reati di corruzione, concussione peculato che vengono equiparati ai mafiosi. Il fantasma di Fofò Bonafede non più ministro ma sempre vivo a via Arenula che si sostituisce con uno sberleffo al liberale illuminato Nordio.

È la perfetta espressione di una “nazione” incarognita e rancorosa che sfoga sui mostri (immigrati, detenuti, meridionali sul divano) il proprio rancore sociale.

La sinistra sembra incapace di muovere contro di essa le ragioni del solidarismo e dell’utopia, del riscatto dei miserabili che popolano le galere, nel nome di un’utopia che non siano i soliti pistolotti ecclesiastici della domenica mattina.

La battaglia contro una società autoritaria e che nega la speranza dovrebbe essere un punto di partenza invece di fare il verso al peggior giustizialismo. Erano battaglie di principio anche l’aborto e il divorzio non a caso oggi bersaglio della destra pro-vita e famiglia: può esserlo pure la speranza per i miserabili.