La storia siamo io È una vita che pago le bollette parlando di me, ed è piu facile che scrivere l’Iliade

Da quando mi hanno definito «una strenua biografa di sé stessa» mi chiedo se questa è la frase che voglio sulla mia lapide e, soprattutto, perché nessuno dice la verità sull’autofiction

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Accadono cose che sono come domande, scriveva quel piemontese che s’occupò della formazione culturale di chi aveva vent’anni negli anni giusti. La prima cosa che è accaduta ve la dico dopo. La seconda è un’intervista che ha dato proprio quel piemontese lì, un mese fa.

A Raffaella De Santis che lo intervistava girando intorno all’elefante nella stanza, dicendo «autofiction», cercando di non sembrare morbosa, «come giudica», Alessandro Baricco, consapevole che quel che tutti volevano sapere era «insomma, ha avuto il cancro, pensa di scriverne o cosa», aveva dato questa risposta qui: «Carrère è un grande, uno scrittore che ammiro moltissimo, gli invidio il giro di frase, la vitalità, ma confesso che a volte mentre leggo i suoi libri mi vergogno per lui».

Il Baricco di quando avevo vent’anni, cui piaceva avere un lessico simile a quello della prima traduzione del Giovane Holden, la mia reazione a questa frase l’avrebbe sintetizzata in un solo aggettivo: stecchita.

Ci ho ripensato per settimane. Un giorno ne stavo parlando con un editore e dicevo che ero scissa. Una vita a dire che «todo lo que uno escribe es autobiográfico», mica dice «io» solo chi dice «io», Il brutto anatroccolo era autobiografico perché Andersen s’era piazzato a casa di Dickens e dopo un po’ nessuno lo sopportava più ed era prima che esistessero gli psicanalisti e il rifiuto lo elaboravi scrivendo fiabe in cui come un vero mitomane non eri un ospite indesiderato ma un cigno incompreso.

Una vita a dire che insomma, lo dice pure Borges che anche «c’era una volta un re che aveva tre figli» è autobiografico, e lascia stare che io Borges non l’abbia mai letto, vale uguale perché lo citava Guccini che ha scritto in forma di canzoni l’autobiografia sentimentale d’una nazione, e però ora arriva quello e dice che di «io» bisognerebbe avere pudore e io temo che tuttissimi i torti non li abbia.

L’editore mi ha detto: sì, vabbè, e allora Francesco Piccolo? Io ho risposto: sì, vabbè, e allora io?

La terza cosa che in realtà era una domanda è stato l’annuncio del Nobel per la Letteratura ad Annie Ernaux. La vita, come ci aveva promesso il piemontese sarebbe accaduto, ha risposto. E la risposta è stata: io.

C’erano, su Instagram e sui giornali, più foto con la Ernaux di quante ce ne fossero col morto del giorno quando il morto del giorno era Ennio Morricone. Ernaux viene spesso in Italia, e quando viene in Italia incontra scrittori, e quindi tutti gli scrittori, anche quelli che se recensiscono un libro lo fanno affettando impersonalismi, potevano finalmente parlare di io, esporre la foto con io, essere io al centro dell’attenzione. Le Nobel, c’est moi.

Ci hanno spiegato che «io» deriva dai social, anzi no, deriva dall’identità fragile e frammentata dell’evo contemporaneo, anzi no, deriva dalla fine dei partiti, della politica, della collettività, della rava e della fava. Nessuno – almeno nessuno di quelli che ho letto, che fossero quelli che anche loro scrivono «io», o quelli che ritengono di parlare a nome delle testate per cui scrivono e quindi recensiscono romanzi usando frasi lunari quali «a noi sembra che» – nessuno ha detto: è perché è più facile.

Ve lo dico da protagonista di questa performance: è una vita che pago le bollette scrivendo «io». È più facile. Che non vuol dire che non sia interessante complesso doloroso faticoso – decidete voi se per chi scrive o per chi legge. Ma è più facile. Non è una cosa di cui possiamo discutere, davvero, ne so più di voi, ho ore di volo ai comandi di «io» che non accumulerete in una vita, fidatevi: è ovvio ed evidente come il fatto che dal rubinetto blu esca l’acqua fredda.

Scrivere del mio aborto o delle mie bocciature o dei ragazzini che al liceo mi buttarono in un cassonetto o del miliardario che mi querelò facendomi passare il Natale col conto in banca pignorato o di mio padre che mi menava o del bambino che mi baciò prima di andare a vedere Ritorno al futuro, quale che sia la mia vita e la mia megalomania nel farne opera letteraria, è più facile che scrivere l’Iliade, o Via col vento, o Delitto e castigo.

Una volta, commentando una qualche polemica culturale contro il romanzo classico, Nadia Terranova mi disse una cosa che mi è rimasta impressa quanto la vergogna di Baricco per conto Carrère: «Non capisco cos’abbiano contro il romanzo classico, a parte che è difficile scriverlo».

Non si tratta solo di cambiare i nomi, che è ormai praticamente l’unica cosa che differenzia chi non dichiara di narrare di sé. Se racconto il mio cancro, la mia crisi mistica, la mia infanzia problematica, cambiando nome alla protagonista, allora mica è autobiografismo. Se la faccio anche di Modena, poi, ’sta tizia chiaramente protagonista di romanzo di finzione, ’sta tizia dall’esistenza del tutto fantasiosa, nessuno deve permettersi di pensare che «io» sia «io».

(Che poi io è sempre un altro, e non solo perché abbiamo tutti letto Rimbaud al liceo, ma perché abbiamo tutti avuto un diario col lucchetto sul quale tenevamo una postura letteraria sapendo che il lucchetto sarebbe stato scassinato dai familiari con una forcina e che di segreto, nel diario segreto, non c’era nulla. Elias Canetti, che si chiedeva cosa ci dicesse di Pavese il fatto che la sua opera migliore fossero i diari, era l’unico a illudersi che i diari uno li scriva per sé. Scriviamo sempre e comunque per un pubblico, essere sé stessi è una posa come un’altra).

E sì, lo so che state pensando che Dostoevskij era Raskolnikov, Omero era Achille e Margaret Mitchell era Rhett (almeno spero: mica sarà stata Rossella, santiddio). Però intorno si sono presi il disturbo di costruirci un mondo, che è una brutta fatica.

La prima cosa che è successa, la prima domanda, è di qualche mese fa. Claudio Giunta aveva compilato una ricognizione di chi fa ridere tra gli italiani che scrivono. Quando m’includono in queste cose penso sempre che sia perché sono arrivati alla fine e si sono accorti con terrore che non c’è neanche una donna e ora li linciano – ma la domanda non era questa. Nell’includermi, Giunta mi aveva definita «strenua biografa di sé stessa», ed è quindi da allora che mi chiedo se questa è la frase che voglio sulla mia lapide. E mi pare evidente che, pur essendo l’unica italiana senza una foto con Ernaux, il Nobel è la risposta.

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