Cuore di tenebraL’Africa è un altro fronte della guerra di Putin contro l’Occidente

Il premio Daphne Caruana Galizia dell’Europarlamento va ai giornalisti francesi Carol Valade e Clément Di Roma per un reportage sull’influenza di Mosca nella Repubblica Centrafricana, diventata un laboratorio per la propaganda del Cremlino

Twitter/Clément Di Roma
Twitter/Clément Di Roma

«L’Africa, per la Russia, è un altro fronte dell’Ucraina nella sua guerra contro l’Occidente». Il premio Daphne Caruana Galizia dell’Europarlamento va ai giornalisti francesi Carol Valade e Clément Di Roma per il loro reportage «Centrafrique: le soft power russe: Comment la Centrafrique est devenue le laboratoire de la propagande russe en Afrique», uscito su Arte/Le Monde. La loro inchiesta documenta come la Russia stia riempiendo il vuoto aperto dall’arretramento dell’Occidente, che sembra disinteressarsi del continente mentre ancora non ha chiuso i conti con il colonialismo. A un costo politico irrisorio, Mosca si compra influenza e voti all’assemblea generale dell’Onu e destabilizza un altro quadrante di mondo, mentre la democrazia arretra (e non “solo” in Africa).

«I giornalisti non devono mai essere un obiettivo, la loro voce non deve mai essere silenziata. Saremo sempre al fianco di chi cerca la verità» ha detto alla cerimonia la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il ricordo della vicepresidente Pina Picierno: «Caruana Galizia ha lottato in solitudine, questa solitudine interroga l’Europa intera. In questa nuova Europa che nasce ogni giorno, il suo nome è tra quello delle madri fondatrici»

A Strasburgo, Linkiesta ha incontrato Valade, uno dei due vincitori del riconoscimento.

Qual era l’obiettivo della vostra inchiesta?
Il documentario costituisce il punto finale del nostro periodo nella Repubblica Centrafricana. Per un anno e mezzo abbiamo vissuto nella capitale, Bangui. È in corso una crisi umanitaria: metà della popolazione non ha abbastanza da mangiare a causa del conflitto, che è «under reported», non viene raccontato perché ci sono pochi giornalisti stranieri lì. Per questo era importante stabilirci lì, vivere con la gente più che potevamo, per capire cosa stava succedendo. Sia da un punto di vista geopolitico, con la Russia che sta guadagnando sempre più influenza nella nazione, mentre la Francia, l’ex Paese colonizzatore, la perde. Sia, soprattutto, per raccontare come la vivono i centrafricani, cosa significa questo per loro. Quindi, nel reportage non ci sono analisti, o esperti, sono solo i centrafricani a parlare della loro nazione.

Durante quel periodo, ha mai temuto per la sua vita?
Da quando sono arrivati i russi, tra la fine del 2017 e il 2018, c’è un clima di paura. È iniziata la repressione della libertà di parola e di quella della stampa. In tutto il tempo che abbiamo passato in Centrafrica, potevamo sentire questa specie di omertà sull’argomento. È stato molto difficile: nessuno voleva parlarne, tutti avevano paura. Potevamo sentirlo veramente. Ma più che per noi stessi, temevamo per la gente che si è assunta il rischio di parlare con noi. Volevamo proteggerli a ogni costo.

Alcuni media sembrano essersi accorti che la Russia costituisce una minaccia il 24 febbraio, o non lo hanno ancora fatto, ma il vostro lavoro lo dimostra.
Abbiamo provato a dimostrare come i russi, attraverso il network della Wagner, abbiano preso il controllo della politica e del governo nella Repubblica Centrafricana. È stato facile per loro. Quando i ribelli hanno attaccato la capitale, l’hanno difesa. Hanno usato questo Stato come laboratorio per nuove forme di propaganda. Dopo che le hanno testate qui, hanno iniziato a diffonderle in altri Paesi confinanti, come abbiamo visto in Mali e in Burkina Faso.

Di Paesi come questi, colpevolmente, abbiamo parlato solo per le bandiere russe spuntate in alcune manifestazioni. C’è un deficit in ciò che sappiamo sull’Africa?
È importante osservare ciò che accade nella regione e nel continente. Valori che noi consideriamo universali, come la democrazia e la libertà di parola, vengono messi in discussione. Non tutti stanno passando con la Russia, però molta gente si aspettava di più dagli interventi occidentali nel Paese. In anni e anni di presenza, non ci sono stati risultati tangibili. Chi è rimasto deluso ha guardato alla Russia e, soprattutto, a modelli più autoritari e autocratici. Non siamo più noi il modello, viene preferita l’efficienza, anche a costo della violenza.

In un certo senso, siamo colpevoli. Ma è tutto perduto o si può recuperare?
Quando vediamo dimostranti agitare bandiere russe, a Bengui o Ouagadougou, non rappresentano la totalità della popolazione, ma solo una parte. Gli alleati dei russi sul campo fanno sembrare quel supporto più grande di quello che è. Non l’ho mai riscontrato nella popolazione: questa è la mia esperienza da francese che ha lavorato in una nazione ritenuta oggi antifrancese. Abbiamo subìto ostilità solo da parte dei russi, o dal governo. Sono soprattutto alcune forze politiche a trarne vantaggio. A strumentalizzare. In Burkina faso, quando Ibrahim Traoré ha tentato di fare un di colpo di Stato, si è arrivati a un momento in cui aveva quasi perso. Allora ha rilasciato un’intervista in cui suggeriva che i francesi stessero aiutando Paul-Henri Sandaogo Damiba (il suo rivale, ndr). Ha sobillato la popolazione a scendere per strada per impedire il contrattacco e ha funzionato speculare su questo sentimento antifrancese. Sono state le sommosse ad avere successo dove l’esercito aveva fallito.

Quindi quelle manifestazioni filoputiniane vanno ridimensionate?
Riguardano solo una parte della popolazione e alcuni dimostranti vengono pagati per esserci. Ma l’effetto mediatico è stato un totale successo, quelle immagini hanno fatto il giro del mondo.

Carol Valade
© European Union 2022 – Source : EP

La penetrazione del Cremlino ha anche direttrici economiche?
No. Non ci sono aziende russe, ad eccezione della Wagner. Non forniscono servizi, ma sicurezza. Hanno un contratto con il governo: il network della Wagner ha molte componenti, ma si tratta soprattutto di una compagnia militare privata, di guardie del corpo del presidente. All’inizio avrebbero dovuto solo addestrare l’esercito, ma poi hanno combattuto contro i ribelli e nella difesa della capitale del 2020 hanno avuto un ruolo decisivo. È un fallimento anche per le Nazioni Unite. Nella Repubblica Centrafricana c’è ancora una missione di pace, con circa 14mila uomini. Sono stati lì per anni. Com’è possibile che basti un migliaio di mercenari per conquistare la città principale?

In questo, è un modello diverso da quello di Pechino, fondato sul soft power e su investimenti-capestro. Ci sono sovrapposizioni tra le due sfere d’influenza in Africa?
Non ho mai saputo di una coordinazione significativa con la Cina, almeno lì. In molte altre nazioni africane c’è una presenza cinese, ma la Repubblica Centrafricana è povera, è molto difficile accedere alle sue risorse, perché non c’è corrente elettrica, non ci sono strade, tutto va trasportato via aereo.

E questo basta a non suscitare mire cinesi, ma allora qual è il punto – per Mosca – di infiltrarsi in un Paese così povero?
Ci sono molti vantaggi, a un costo politico e finanziario molto basso. Non viene impiegato l’esercito russo, ma una compagnia privata, che in teoria non dovrebbe nemmeno esistere. Può fare molto di più, senza conseguenze. In cambio, la Russia ottiene parecchio. Avete visto il voto all’Onu per la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina? Sempre più nazioni africane hanno votato con la Russia ed è un segno della sua influenza in espansione nel continente. Gli ufficiali, la classe dirigente lo considerano davvero un altro fronte della guerra contro l’Occidente in Ucraina.

Ed è un continente con una crescita demografica impossibile da ignorare. Pensa che questo comporterà un cambio della nostra postura nei suoi confronti?
Sarebbe un disastro se non proseguissero gli aiuti umanitari. Oltre a questo, purtroppo, non vedo una vera evoluzione di come consideriamo l’Africa. Non voglio essere pessimista, ma la Francia di Macron si sta ritirando o si affida ad attori locali, come il Ruanda. Non ci sono più investimenti. Quando ho cominciato a studiare giornalismo, mi sono specializzato sull’Africa perché trovavo molto strano che – nonostante master e lezioni su lezioni – sapessimo così poco di questo continente con cui abbiamo così tanto in comune, a causa del colonialismo. Ogni Paese europeo ha legami con l’Africa, anche oggi, con la crisi migratoria. Eppure, conosciamo ancora così poco l’Africa, mentre lì sanno tanto su di noi e seguono la nostra attualità.

Che effetto vi ha fatto questo riconoscimento?
Siamo felici e onorati. Non solo il premio, ma il fatto che sia intitolato a Daphne Caruana Galizia, ci dà una grande responsabilità. Abbiamo pensato sùbito a tutti i giornalisti che sono morti per fare il loro lavoro investigativo. In particolare, penso a tre giornalisti russi che conoscevo, assassinati per le loro ricerche sulla Wagner. Abbiamo provato come potevamo a proseguire il loro lavoro e questo può essere il senso del premio: un giornalista può essere ucciso, ma migliaia di suoi colleghi porteranno avanti il suo lavoro.