La conquista silenziosaCome la Russia sta sfruttando il disimpegno europeo per soffocare la democrazia in Africa

Il Gruppo Wagner rappresenta gli occhi, le orecchie e soprattutto il braccio armato del Cremlino nel continente. Legato a oligarchi russi, appoggia leader autoritari per creare instabilità, scoraggiare gli occidentali e avere mano libera su oro, diamanti, petrolio

AP/Lapresse

«Il Gruppo Wagner ormai governa la Repubblica Centrafricana ed è una forza sempre più attiva e presente in Mali». La dichiarazione è del generale Stephen Townsend, comandante delle forze armate statunitensi in Africa, durante un’audizione al Senato americano.

Tutti gli occhi del mondo sono puntati su uno specifico quadrante di mondo, nell’Est Europa, a causa dell’invasione russa dell’Ucraina. Ma nel frattempo il Cremlino ne sta approfittando per aumentare la propria influenza nella regione del Sahel – e in tutto il continente africano – in cui il disimpegno europeo rischia di creare un vuoto di potere in cui Vladimir Putin vuole inserirsi.

Dal 2014 il Gruppo Wagner di cui parlava il generale Townsend è occhi, orecchie e braccio armato del Cremlino in Africa. Si tratta di una compagine paramilitare che ha stretti legami con l’inner circle di Putin: vorrebbero spacciarsi per servizio militare privato, e lo stesso Cremlino nega collegamenti con loro. Nei fatti, il gruppo è strettamente legato a oligarchi e magnati russi, a loro volta in stretti rapporti con élite politiche russe. Le intelligence di molti Paesi hanno ricondotto l’organizzazione a Yevgeny V. Prigozhin, uomo d’affari russo e stretto collaboratore di Putin, che muove i fili.

L’Occidente iniziò a conoscere il gruppo Wagner nel 2014, quando prese parte all’aggressione della Crimea da parte della Russia. I suoi soldati hanno combattuto anche in Siria, Libia, Repubblica Centrafricana, Sudan, Mali e Mozambico.

Oggi Wagner è uno strumento multiuso, sofisticato, al servizio del Cremlino: «Piuttosto che una singola entità, Wagner è diventato un gruppo capace di organizzare operazioni di guerra, di business e di traffico di influenze, tutto ciò che può assecondare le ambizioni economiche e politiche di Putin in una dozzina di Paesi africani: i mercenari si alleano con leader locali e comandanti di milizia che possono pagare per i loro servizi, in contanti o con concessioni minerarie per oro, diamanti, petrolio e uranio», si legge in un’analisi del centro di ricerca Brookings Institution.

Insomma, il gruppo è molto più di una semplice macchina da guerra. Il New York Times ne ha raccontato le operazioni in Sudan, terzo produttore d’oro del continente. «Wagner ha ottenuto lucrative concessioni minerarie sudanesi, i documenti mostrano un potenziale aumento della scorta d’oro di 130 miliardi di dollari per il Cremlino, ricchezza che i funzionari americani temono venga utilizzata a sostegno del rublo per attenuare l’effetto delle sanzioni economiche sulla guerra in Ucraina», scrive Declan Walsh, corrispondente del New York Times che ha iniziato a lavorare dal Sudan già nel 1998.

Nel Sudan orientale, il gruppo caldeggia l’iniziativa del Cremlino a costruire una base navale sul Mar Rosso per ospitare le sue navi da guerra a propulsione nucleare. Il Sudan occidentale invece è il trampolino di lancio per le operazioni mercenarie nei Paesi vicini, nonché una possibile fonte di uranio.

Lo scorso ottobre l’esercito sudanese ha preso il potere con un colpo di Stato. È stato allora che Wagner ha intensificato la sua collaborazione con un comandante assetato di potere, il tenente generale Mohamed Hamdan, uno che non a caso a fine febbraio era presente a Mosca mentre l’Ucraina iniziava a studiare le prime contromisure all’invasione russa.

«Wagner ha fornito aiuti militari al generale Hamdan e ha aiutato le forze di sicurezza sudanesi a reprimere un fragile movimento popolare pro-democrazia», si legge sul New York Times. «La Russia si nutre di cleptocrazia, guerre civili e conflitti interni in Africa, riempiendo i vuoti in cui l’Occidente non è coinvolto o non è interessato».

Non c’è solo il Sudan nella rubrica del Gruppo Wagner. Nel 2021 la Repubblica Centrafricana ha riconosciuto gravi violazioni dei diritti umani da parte dei russi, e ha costretto l’ambasciatore russo Vladimir Titorenko a lasciare il suo incarico. «Il gruppo Wagner ha risposto con un’offensiva di soft power: ha iniziato a produrre e diffondere film progettati per compiacere il pubblico, sponsorizzare concorsi di bellezza e distribuire materiale educativo che promuove il coinvolgimento della Russia in Africa. Il russo ora viene insegnato nelle università», scrive Al Jazeera.

Ad aprile in Mali, nella città di Moura, c’è stato un massacro di 300 persone, quasi tutte civili: non si hanno ancora certezze sui responsabili, ma tutti gli indizi fanno pensare che si tratti dell’esercito locale affiancato dai mercenari del gruppo russo. «In Mali c’è stato uno sradicamento delle istituzioni: i mercenari non hanno riguardi per la democrazia e i diritti umani», ha detto Aanu Adeoye, analista degli affari Russia-Africa del think tank Chatham House.

Il caso del Mali spiega perfettamente in che modo la Russia opera nei vuoti di potere che si generano quando l’Europa si disinteressa di questa regione.

Dopo i colpi di Stato del 2020 e dell’anno scorso, la Francia sta ritirando le truppe dalla sua ex colonia, e lo stesso stanno facendo gli altri Paesi europei che avevano un ruolo molto minore rispetto a Parigi. Il Gruppo Wagner non ha perso tempo: ha subito stretto un accordo con la nuova giunta militare al potere.

«Mosca ha sfruttato il ritiro europeo per colmare un vuoto di potere», si legge in un report dell’Atlantic Council. «Cogliendo le frustrazioni locali, basandosi sui passi falsi europei e aggiungendo una buona dose di disinformazione al mix, la Russia è stata in grado di danneggiare gli interessi europei creando instabilità. E lo ha fatto a buon mercato, senza alcun grande impegno militare, economico o politico».

Questo impegno con la giunta militare è a basso costo, ma apre al Cremlino a potenziali concessioni per l’estrazione delle ricchezze minerarie del Paese e la fornitura di attrezzature militari.

Dal 2006 Putin ha cercato di ricostruire la presenza e il ruolo della Russia in Africa, notevolmente ridotta dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Tra il 2015 e il 2019 Mosca ha firmato 19 accordi di collaborazione militare con i governi africani: una presenza sul territorio – anche lungo canali indiretti, come il Gruppo Wagner, appunto – ormai capillare e radicata.

La Russia è già il principale venditore di armi nel continente africano, ma i suoi rapporti con i leader nazionali vanno molto oltre. Non è un caso che negli ultimi mesi diversi esponenti politici del Mali e di altri Paesi abbiano organizzato incontri diplomatici con i vertici russi. Un tipo di legame che serve a Mosca anche per dimostrare di non essere realmente isolata sulla scena internazionale, come vorrebbe dimostrare l’Occidente.

«Molte nazioni africane sono state riluttanti a condannare l’assalto della Russia all’Ucraina, anche per quello che viene percepito come un disprezzo occidentale per l’Africa», scriveva il New York Times a fine maggio. «Mosca sta sfruttando un’ondata crescente di sentimento antifrancese in Paesi come il Mali, dove l’arrivo di agenti Wagner ha portato alla partenza di soldati e diplomatici francesi quest’anno. Un colpo di stato militare in Burkina Faso è stato accolto favorevolmente dai manifestanti che sventolavano bandiere russe. E in Camerun, ad aprile, i funzionari hanno firmato un accordo di difesa con la Russia che alcuni hanno visto come un possibile precursore di un dispiegamento dei soldati del Gruppo Wagner».

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