Vocazione politicaRenzi spinge il Pd nelle braccia populiste di Conte e lancia l’opposizione di governo a Meloni

Il co-leader del Terzo Polo e la sua teoria che la presidente del Consiglio vada sfidata politicamente e sui contenuti, magari accettando il dialogo sulle riforme istituzionali, non con polemiche stupide e controproducenti

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L’opposizione annunciata da Matteo Renzi, fortemente intrisa da un sentimento generazionale («Siamo una generazione strana che ha fatto in tempo a sentire l’odore della colla per attaccare i manifesti ma poi abbiamo anche scoperto i social»), sul piano politico si profila diversa da quella del Partito democratico. A parte che il fondatore di Italia viva ha esordito notando che «qui ci sono due opposizioni» senza chiarire se per lui ormai Pd e Movimento 5 stelle sono la stessa cosa o se addirittura i contiani proprio non esistono nei suoi pensieri, non è sfuggita a nessuno la differenza con le prime critiche al governo di Giorgia Meloni da parte dei dem. 

Per Renzi il Pd non ha capito che non servono le polemiche tipo quella di Debora Serracchiani sulle donne (che si è trasformata in un boomerang) o di Simona Malpezzi sul famoso merito («Lei che sul merito era una pasdaran all’epoca della Buona scuola») e neanche le ironie sulla sovranità alimentare («Non regaliamo Carlin Petrini alla destra»). 

Il punto è sfidare Meloni sulla politica. Quella vera. Va presa sul serio, e non con le battutine. E sfidare vuol dire esserci, dunque il contrario del tirarsi fuori come da certi primi segnali sembra sia tentato di fare il partito di Enrico Letta. Significa aprire a Meloni? Se è il caso sì. 

Dice infatti Renzi che la sfida sulle riforme costituzionali andrà accettata, che i no pregiudiziali in politica non funzionano, tantomeno l’Aventino, e soprattutto sulle regole della democrazia, per cui alle proposte del governo Azione-Italia viva opporrà la ricetta del sindaco d’Italia, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio. 

Siamo a mille anni luce dall’ex magistrato Roberto Scarpinato che associa lo spettro della democratura e della torsione autoritaria alla proposta del presidenzialismo o del semipresidenzialismo. Il Pd su questo è un po’ nel mezzo, non si capisce se il no di merito è un no al confronto. Mentre quello di Renzi è un modo diverso di immaginare il ruolo dell’opposizione. Un modo che Meloni apprezza, almeno a giudicare dagli sguardi e spesso dai sorrisi e dal viso in atteggiamento complimentoso che si è visto ben in evidenza in diretta tv. 

Rimbalza, dall’aula di palazzo Madama, un evidente dualismo tra Pd e Azione-Italia viva, sempre più lontani, non nel giudizio negativo sul governo che è nato ma sull’approccio alla inedita fase politica che si apre, il che sta davvero creando una sorta di incomunicabilità umana e politica tra queste due opposizioni: e questo è un problema politico innanzi tutto per il Pd, perché è il Pd che è chiamato a ridefinire la propria vocazione nel nuovo scenario che si è aperto il 25 settembre, incerto tra un chiamarsi fuori identitario e isolazionista e un tentativo di costruire un’opposizione “di governo” come si diceva una volta. 

È chiaro che finché il Nazareno resterà la montagna incantata che ormai è da mesi – tetragono rispetto all’esterno, stordito dalla batosta – non ci sarà verso neppure di recuperare un minimo di unità d’intenti tra le diverse opposizioni, e anche da questo punto di vista si attendono le decisioni della Direzione di venerdì che di fatto aprirà la fase congressuale. Che anche per il bene della democrazia oltre che per il proprio futuro non dovrebbe protrarsi per mesi e mesi. 

Le calende greche favorirebbero Carlo Calenda, ma certamente anche Giorgia Meloni. Che ieri Matteo Renzi ha provato, anche con fare suadente, a sfidare. Solo sul terreno della politica l’opposizione potrà rialzarsi, ed è la strada più difficile.

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