Le proteste di rifugi e associazioniCome contenere la Peste suina africana, senza abbattere cinghiali e suini

Il caso della Sfattoria degli Ultimi a Roma ha riportato in cima all’attualità le strategie per limitare la diffusione della Psa, spesso utilizzata come pretesto per aumentare la caccia al cinghiale. Le alternative ci sono, come ad esempio una miglior gestione dei rifiuti urbani e lo sviluppo di sistemi di controllo della fertilità degli animali

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Dall’inizio dell’anno, la Peste suina africana (Psa) è tornata a destare timori e a scatenare misure di urgenza, tra cui gli abbattimenti preventivi degli animali. Tra i diversi casi, ha avuto un’eco nazionale la storia della “Sfattoria degli Ultimi”, il rifugio di Roma che ospita circa 160 maiali e cinghiali, sui quali pendeva fino a lunedì 10 ottobre un’ordinanza di abbattimento da parte dell’Asl Roma 1, ma che oggi si possono considerare salvi. Responsabili di rifugi, associazioni e semplici cittadini provano infatti a far sentire la propria voce contro gli abbattimenti preventivi e propongono altre soluzioni per frenare la malattia e la proliferazione dei cinghiali. 

Contagiosa e spesso letale per suini e cinghiali, la Peste suina africana non è trasmissibile all’uomo, ma fa temere danni economici alla filiera della carne. Quest’ultima, ad esempio, rischia di incassare un danno di 20 milioni di euro al mese per la mancata esportazione, stando alle parole di Davide Calderone, direttore di Assica (Associazione industriali delle carni e dei salumi). La legislazione vigente chiede allora alle Regioni, interessate o meno dalla presenza della peste, di adottare un Priu ossia un Piano regionale di interventi urgenti, per «la gestione, il controllo e l’eradicazione della Peste suina africana nei suini da allevamento e nella specie cinghiale». 

Ad oggi, diverse Regioni hanno adottato questi piani, tra cui quelle più colpite come la Liguria, il Piemonte e il Lazio. Tali piani prevedono tra l’altro il monitoraggio del territorio e la ricerca di eventuali carcasse di cinghiali, l’adozione di misure di biosicurezza negli allevamenti, ma anche l’abbattimento selettivo dei cinghiali e, come nel caso del Lazio, il raddoppio del numero degli abbattimenti previsti nell’attuale stagione venatoria, che dovrebbe portare a 50.000 cinghiali abbattuti nel biennio 2022-2024. 

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Vuoto normativo
Nel Lazio, a maggio, con un’ordinanza è stato avviato un piano che prevedeva la macellazione dei suini e l’abbattimento selettivo dei cinghiali all’interno della zona rossa, decretata intorno a Roma dal presidente regionale Nicola Zingaretti. È così che l’8 agosto i responsabili della Sfattoria degli Ultimi, uno dei rari rifugi in Italia ad accogliere esclusivamente maiali e cinghiali, hanno ricevuto un’ordinanza di abbattimento di tutti i loro 160 animali, sebbene definiti sani dai veterinari e classificati come “non Dpa”, cioè non destinati alla produzione di alimenti. Rifugi e santuari, infatti, non vengono riconosciuti come tali in Italia, e sono dunque associati agli allevamenti (anche se gli animali al loro interno sono curati come animali “da affezione”). 

«Hanno sempre sostenuto che l’abbattimento doveva essere preventivo in zona rossa, con nessuna differenza tra animali che stanno lì per vivere fino a morte naturale – chiusi sempre in una stessa struttura – e gli allevamenti che invece fanno circolare questi animali a fini commerciali. Il trattamento deve essere necessariamente diverso, ma non c’è nessuna differenza normativa tra noi e gli allevatori», si rammarica Emanuele Zacchini, volontario storico della Sfattoria degli Ultimi nata circa due anni fa. Questo vuoto normativo è denunciato anche da diverse associazioni animaliste, come la Lav (Lega anti vivisezione), poiché «lascia scoperte queste strutture, in carico a persone che accolgono animali selvatici o normalmente utilizzati dalla zootecnia, e che sono ad oggi dentro una terra di nessuno», commenta Massimo Vitturi, responsabile nazionale dell’area Animali selvatici della Lav. L’unica soluzione per la Sfattoria è stata quindi quella di presentare ricorso al Tar del Lazio, il quale ha prima sospeso l’ordinanza di abbattimento per poi accogliere il ricorso e annullare il provvedimento dell’autorità sanitaria, ritenuto illegittimo. 

«Se non si fosse fatto ricorso, quegli animali sarebbero già stati uccisi, non c’era alternativa», conferma Vitturi, che ha sostenuto insieme alla Lav questa battaglia. Dopo due mesi di mobilitazione «interminabili e faticosissimi» la paura è finita, grazie anche ad una petizione che ha raccolto più di 250.000 firme e alle centinaia di volontari senza i quali «la Sfattoria non esisterebbe più, e che hanno reso possibile tutta questa resistenza», dice Zacchini. L’avvocata Angelita Caruocciolo, che ha rappresentato il rifugio, ha affermato che questa sentenza apre la strada ad una «rivisitazione dell’approccio da parte delle amministrazioni nella gestione della prevenzione della Peste suina africana, assumendo provvedimenti proporzionati al reale stato di salute degli animali», sia presso gli stabilimenti sia tra i cinghiali inurbati. 

A favore alla caccia
Quello della Sfattoria degli Ultimi non è l’unico caso di protesta da quando la Peste suina africana è tornata ad essere un’emergenza. Molti si mobilitano anche per salvare dall’abbattimento le famiglie di cinghiali inurbate, fenomeno ormai diventato abituale in città come Roma ma non solo. È quel che è successo ad agosto a La Spezia, quando due mamme con i loro piccoli sono arrivate in città dopo aver abbandonato i boschi perché spaventate da alcuni scoppi, e sono state rinchiuse in un parco cittadino in attesa dell’abbattimento. Questo ha scatenato una protesta durata diciannove giorni, durante i quali responsabili di rifugi, cittadini e associazioni si sono radunati davanti al parco giorno e notte, fino a quando un accordo è stato trovato per spostare gli animali in un terreno privato. In prima linea, il rifugio antispecista toscano Alma Libre chiede però chiarimenti, poiché si tratterebbe di «un terreno in gestione ad un cacciatore», avverte Barbara, la fondatrice. 

L’attività venatoria rimane infatti uno dei principali bersagli di chi si batte per la vita di questi animali: «La Peste suina è stata utilizzata come pretesto per aumentare la caccia al cinghiale, pur non essendo necessario. Lo stesso Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, afferma che ridurre la densità di cinghiali su un territorio non riduce il rischio di peste suina, poiché questa permane anche a densità estremamente basse di cinghiali. É una vera e propria strage, e oltretutto inutile. Bisogna togliere dalle mani dei cacciatori la gestione dei cinghiali perché non hanno alcun interesse a ridurne il numero. Già dal 2005 i cinghiali possono essere uccisi tutto l’anno, cosa del tutto inutile perché nonostante ne uccidano di più i danni all’agricoltura ci sono e continuano a crescere», spiega Vitturi. 

Uno studio europeo, pubblicato nel 2015 sulla rivista Pest management science, concludeva ad esempio che «la caccia ricreativa non è sufficiente a limitare la crescita della popolazione di cinghiali e che l’impatto relativo della caccia sulla mortalità dei cinghiali è diminuito». Per l’esperto della Lav, inoltre, i piani adottati dalle Regioni, poiché urgenti, non vengono sottoposti a una valutazione dell’impatto ambientale: una mancanza che viene anche precisata nel testo di legge. La Lega ha dunque presentato un ricorso contro il Priu del Lazio e del Piemonte, che però è stato rigettato. 

Alternative
Tra le soluzioni alternative messe in evidenza vi è innanzitutto una migliore gestione dei rifiuti urbani, perché «l’avvicinamento dei cinghiali alle aree urbane è determinato non dal numero ma dalle risorse che questi animali vi trovano», spiega l’esperto. Ma anche lo sviluppo di sistemi di controllo della fertilità dei cinghiali, come «il vaccino immunocontraccettivo GonaCon che al momento si può utilizzare solo tramite iniezione, ma che si potrebbe sviluppare in forma somministrabile con delle esche alimentari. A quel punto finalmente si potrà parlare di una gestione incruenta, etica, e soprattutto efficace delle popolazioni di cinghiali», insiste Vitturi.

 A questo, Zacchini aggiunge che «un’altra idea potrebbe essere di mettere, previa sterilizzazione, tutti i cinghiali inurbati in un terreno di svariati ettari. Secondo noi nel giro di cinque anni il problema sarebbe risolto». Il rifugio si fa già carico di molti di questi cinghiali, oltre a quelli salvati da situazioni di abuso o feriti in incidenti stradali: «Quando i cittadini romani ci chiamano in lacrime dicendo che sono sei mesi che vedono una famiglia di cinghiali e che sta arrivando la Asl per ucciderli, noi non possiamo stare a guardare. Vogliamo far vedere che non sono dei mostri come vogliono dipingerli». Zacchini e gli altri responsabili attendono in futuro la tenuta di un tavolo tecnico con le istituzioni su questi punti. 

È d’accordo con questa tesi anche Barbara del rifugio “Alma Libre” che, insieme ad altri rifugi, vorrebbe organizzare una campagna di sensibilizzazione per finirla con la “demonizzazione” di questi animali e informare le persone sulle ragioni della loro proliferazione. «I cinghiali devono poter tornare a vivere i boschi in maniera naturale, senza essere minacciati dai fucili. Non si può pensare di andare a collocare migliaia di cinghiali all’interno dei rifugi, non è questa la soluzione», conclude. 

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