Miti da svaparePerché le sigarette elettroniche non vanno demonizzate

Il fumo provoca migliaia di morti l’anno in Italia. E poi c’è anche la questione dei rifiuti da mozziconi. Sono state provate diverse soluzioni per ridurne il consumo ma, nonostante molti esperti considerino le e-cig una buona strategia volta alla diminuzione dell’uso di tabacco, solo pochi Paesi le prendono (davvero) in considerazione

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Secondo l’Istituto superiore di sanità italiano, «il fumo di tabacco rappresenta oggi uno dei maggiori fattori di rischio nello sviluppo di patologie croniche e invalidanti». Queste patologie, inoltre, influiscono negativamente sul benessere della società e sull’economia del nostro Paese. In Italia, dove fuma il 23,8% della popolazione, ogni anno il tabacco è responsabile della morte di più di 80 mila persone, senza calcolare i danni provocati dall’esposizione a fumo passivo. Per questo motivo le politiche di riduzione del danno da tabacco devono compiere un balzo in avanti in tutti quei Paesi dove è ancora alto il numero di fumatori tradizionali, come appunto in Italia. 

Una delle strategie meno battute nel nostro Paese è quella di puntare sui prodotti a potenziale rischio ridotto come le sigarette elettroniche (e-cig) e i dispositivi a tabacco riscaldato, questo non è un bene. Secondo medici e scienziati di rilevanza internazionale, che si sono riuniti ad Atene per il quinto summit scientifico “Tobacco harm reduction: novel products, research & policy”, «serve fare di più per aumentare la consapevolezza sulle strategie di riduzione del danno, serve creare maggiori opportunità per la formazione degli esperti di politica sanitaria, delle autorità di regolamentazione e del pubblico».

Come ha dichiarato in apertura dell’evento Ignatios Ikonomidis, professore di Cardiologia all’Università di Atene e presidente di Scohre, «smettere di fumare rimane il miglior e più efficace intervento in medicina. Tuttavia, quando accade che si fallisce ripetutamente nell’abbandonare le sigarette, dovrebbe esserci l’opzione di poter scegliere dispositivi meno dannosi, che comportano dei benefici per tanti fumatori».

Anche il professor Giuseppe Biondi Zoccai, associato di cardiologia alla Sapienza Università di Roma che è intervenuto al summit, è concorde nel dire che «Il sistema italiano dovrebbe agevolare il libero accesso dei pazienti che vogliono smettere a questi dispositivi alternativi». Sebbene, come ricorda l’esperto, «anche i dispositivi a rischio ridotto possono portare alla dipendenza, sarebbe più ragionevole considerare le alternative alla sigaretta come qualcosa in aggiunta ai trattamenti sostitutivi della nicotina (Nrt) e non in sostituzione».

Biondi Zoccai ha analizzato la situazione delle strategie di riduzione del danno. «Abbiamo una situazione che vede questi prodotti associati a quelli del tabacco – ha spiegato – Ora una sfida che il sistema italiano dovrebbe porsi è agevolare il libero accesso dei pazienti che vogliono smettere a questi dispositivi alternativi alla sigaretta». Invece «paradossalmente non ci importa dei pazienti quando hanno lasciato l’ospedale». 

Tutti gli esperti sono d’accordo sul fatto che l’impegno nello smettere con il fumo richiede uno sforzo intensivo. I cosiddetti dispositivi a rischio modificato possono essere una soluzione efficace per ridurre il numero di tabagisti tradizionali, anche perché possono essere forniti a qualsiasi paziente: non richiedono una prescrizione.

Nel 2019, inoltre, un trial clinico nel Regno Unito ha stabilito che, «quando si univano l’assistenza di un esperto “faccia a faccia” e l’uso delle e-cig, le persone che volevano smettere avevano il doppio delle probabilità di successo rispetto a chi ha utilizzato altri dispositivi sostitutivi a base di nicotina, come le gomme o i cerotti.

Proprio in Inghilterra, poi, è stato condotto uno dei più importanti studi sul tema delle e-cigarettes a firma di Riccardo Polosa, docente di pneumatologia presso l’università di Catania e fondatore del Coehar, il Centro di ricerca per la riduzione del danno da fumo. Secondo il rapporto condotto per conto di Public health england (Phe) dal team di Polosa, le sigarette elettroniche sono per il 95% più sicure rispetto alle sigarette convenzionali.

Secondo Polosa, come riportato da Adnkronos, la spinta gentile è una buona strategia: «Le politiche di riduzione del danno non riguardano solamente il mondo del tabagismo, ma le vediamo applicate con successo in altri settori, anche nella vita di tutti i giorni. L’uso del casco in motorino, o della cintura in macchina, sono un esempio comune di situazione di vita reale dove si cerca di mitigare il rischio derivante da una situazione».

«Parliamo quindi di un approccio multisettoriale, che permette di mitigare le conseguenze dannose a livello sociale, di salute ed economico di un’azione. Strategie che da anni vengono impiegate per quanto riguarda il consumo e la dipendenza da sostanze stupefacenti», aggiunge. 

«Purtroppo, per quanto riguarda il mondo del tabagismo e del controllo del tabacco, esistono differenze abissali a livello mondiale: ci sono Paesi, come l’Inghilterra, dove le sigarette elettroniche sono parte integrante dell’attività promossa dagli organi di salute pubblica e vengono consigliate dal personale sanitario, e Paesi meno tolleranti, dove vige tuttora un approccio ”o smetti o muori”, che ormai sappiamo non portare ai risultati sperati», puntualizza l’esperto.