Crisi di mezz’etàLa notizia della morte delle Big Tech è (per ora) fortemente esagerata

I licenziamenti di Amazon, Facebook e Twitter hanno fatto pensare allo scoppio della bolla di Internet, come nei primi Duemila. Ma forse sono solo la naturale conseguenza pandemia e delle decisioni avventate che molti executive hanno compiuti negli ultimi due anni

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Con quelli di Amazon, che ha appena annunciato il licenziamento di circa diecimila dipendenti, sale a 120mila il numero di persone che ha perso lavoro nel settore digitale nell’ultimo trimestre del 2022. Come qualcuno ha fatto notare, si tratta di una cifra superiore a quella della bolla dot-com del 2000-2001, quando persero lavoro 107mila persone. 

La crisi serpeggia da mesi nel settore, arrivando anche ai giganti: certo, il caso di Twitter, in preda alla caotica gestione di Elon Musk, è forse particolare, ma il fatto che Meta, Amazon, Microsoft, Salesforce e novellini come Robinhood abbiano tutti tagliato personale è un segnale chiaro. C’è qualcosa che non va.

Secondo alcuni, il mondo digitale sta vivendo una crisi di mezz’età ed è perso tra ambizioni spropositate (il metaverso di Mark Zuckerberg) e obiettivi poco chiari (cosa vuole Musk da Twitter?), mentre viene assediato dalla concorrenza di TikTok. Per altri, invece, è «la fine di un boom durato vent’anni», come scrive Slate, che nota come questi tagli arrivino in un momento altrimenti positivo per il mercato del lavoro statunitense. Le cause del rallentamento devono essere più profonde: per vent’anni, il settore tecnologico è stato trainato da diverse rivoluzioni che hanno permesso una crescita continua e di proporzioni inedita. Il World wide web di massa, l’avvento degli smartphone, l’esplosione dei social media hanno permesso che il settore avesse sempre il vento a favore, superando indenne anche la crisi finanziaria del 2008, che ha invece rallentato il resto dell’economia.

Questa crescita costante si è sempre accompagnata a un sospetto paranoico: «E se fosse un’altra bolla come quella dei primi Duemila?» Già nel 2007 un video pubblicato sull’allora neonato YouTube sembrava predire una nuova dot-com, mettendo in fila quelle che all’epoca sembravano quotazioni altissime (YouTube a 1,6 miliardi, Facebook a 15 miliardi) e che oggi fanno l’effetto opposto. Quella volta, ovviamente, non ci fu alcuna bolla; anzi, l’uscita del video anticipò l’inizio di un nuovo mondo che proprio quelle aziende avrebbero dominato. Allo stesso modo, la crisi di questi giorni potrebbe risolversi in un riposizionamento generale del settore: un evento drastico e traumatico ma non distruttivo.

Secondo alcuni osservatori, infatti, questi tagli, per quanto notevoli, sarebbero la conseguenza della pandemia e delle decisioni avventate che molti executive hanno compiuti negli ultimi due anni. Per capirci qualcosa di più dobbiamo tornare ai primi mesi del 2020, quando Facebook, Amazon e gli altri giganti digitali si ritrovarono di colpo al centro delle nostre vite Nel marzo di quell’anno Mark Zuckerberg si ritrovò con un notevole problema: tenere in piedi Facebook e le altre proprietà a fronte di un picco d’utilizzo e d’utenti senza precedenti. Per farlo, il gruppo assunse. Molto. Nel giro di pochi mesi, il gruppo che oggi si chiama Meta passò dall’avere circa 48mila dipendenti a dare lavoro a più di 87mila persone. Qualcosa di simile, su scale diverse, avvenne nelle altre realtà citate: fu necessario per rispondere all’aumento della domanda da parte di un mondo isolato e in lockdown.

Dopo vent’anni di crescita continua, è normale che qualche ceo del settore si illudesse che anche questo trend fosse per sempre. Ma l’emergenza pandemica è rientrata, ci troviamo nel cosiddetto new normal fatto di nuove abitudini e vecchie prassi. E anche la domanda di servizi digitali è rientrata dagli eccessi del 2020, rendendo migliaia e migliaia di posti di lavoro ridondanti. Sacrificabili. Pensate a quante cose sono cambiate dal periodo più buio del Covid-19, a quanto Clubhouse sembrasse il futuro, e quanto è oggi dimenticato; a quanto Peloton, produttrice di cyclette d’ultimo grido, sembrava rottamare per sempre la palestra, e come ha appena concluso il suo quarto round di licenziamenti in un anno. Ecco, l’intero settore digitale è in condizioni simili; in più, i timori di un’inflazione rendono gli investitori più cauti e desiderosi di ottenere profitti dalle loro aziende. La tempesta perfetta. 

Certo, vedere Amazon licenziare i suoi dipendenti fa paura, soprattutto perché stride con l’aura di algido di irrefrenabile gigante a cui siamo abituati. Anche Amazon, però, ha assunto troppe persone nei mesi più bollenti del 2020-21, ritrovandosi oggi a tagliare, complice la congiuntura economica. Vuol dire che il gigante e la Valley in generale è in crisi? No, anche se vale la pena ricordare che nulla è per sempre. No, nemmeno Jeff Bezos.

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