Il diario delle ossessioniIl nuovo libro di Bob Dylan non è un capolavoro, ma un beffardo divertissement

The Philosophy of Modern Song” è una stravaganza voluta dal cantautore americano che si diverte giocare col pop come il gatto col topo. Il suo obiettivo è aggiungere un tassello al suo affresco della normale follia americana, mondana, grossolana

Unsplash

Beffardo: è il primo aggettivo che viene in mente per descrivere l’ultima opera inviataci dall’81enne Bob Dylan, questa volta di natura apparentemente editoriale, ma in realtà del tutto connessa alla questione musicale nella quale non smette d’essere immerso da quando ha 16 anni. Perché se Dylan pubblica un libro intitolato “The Philosophy of Modern Song” nel quale promette di amministrarci, con il suo abituale tono lirico, oracolare e casuale da bancone del bar, 66 saggetti, ciascuno dedicato ad altrettante canzoni tramite cui si dovrebbe comprendere il senso e il segno di questa mai sufficientemente definita forma d’arte breve, le antenne si rizzano, in attesa della rivelazione. Ma ovviamente Bob è disinteressato e lontanissimo dall’idea dello spiegarci qualcosa – qualcosa di sistematico – su cosa sia una canzone e su cosa istilli nelle sue note quel magic che può farne un’opera compiuta, trasversale, pressoché eterna, così ricca di implicazioni da renderla inesauribile. 

Niente di tutto questo: Dylan è noto per non mantenere le promesse, anzi per pronunciarne diverse che già nel momento in cui sono dette contengono la fregatura di cui lui solo è al corrente, ma che in quanto tali costituiscono – miracolosamente? – il perenne rinnovamento del rapporto di dipendenza affettivo del suo pubblico dalle sue idee, più o meno balzane che siano. 

Non ha mai completato la monumentale autobiografia che aveva imboccato ai tempi di “Chronicles Vol. 1”, ha sempre giocato a rimpiattino con gli esegeti allorché è venuta alla superficie la questione dei “furti” musicali e lui ha alzato proditoriamente l’asticella, dichiarando che proprio il furto è una legittima forma d’arte popolare. 

Ha pubblicato dischi di cover all’insegna del “chissà perché” e adesso scrive un libro programmaticamente di filosofia, che di filosofia non contiene l’ombra, a meno che lui giri il discorso della filosofia a suo piacimento, considerandola il diario delle proprie ossessioni. Che in effetti sono il vero oggetto di questa raccolta di note messe giù vai a sapere in quali occasioni, magari nelle sale d’attesa degli aeroporti, al tavolo di sperduti caffè, o mentre si consumavano le tracce del programma radiofonico di cui Dylan fu il dj e che costituisce il pendant più concepibile di questo volume: si chiamava “Theme Time Radio Hour”, e ne sono andate in onda tra il 2006 e il 2009 più di cento puntate sulla radio satellitare americana in cui lui si occupava di presentare, miagolando e bofonchiando, canzoni che accompagnava con dissertazioni preziose, utili a interpretare il pezzo e a capire un po’ meglio lui. 

Tutta musica vecchia, comunque, anzi vecchissima – qualcuno calcolò che l’anno medio di pubblicazione delle songs fosse il 1961, quasi sempre pezzi sconosciutissimi ripescati, sovente cantati da personaggi dimenticati, in sostanza le musiche su cui lui si è formato, che gli sono rimaste addosso, che costituiscono il suo serbatoio immaginario, quello a cui rimarrà leale per sempre. Ecco, adesso Dylan ha deciso – la motivazione non è interamente chiara: forse celebrativa, forse documentaria, forse, appunto, beffarda, per dire “guardate che è questo che dovete ascoltare se volete capire chi sono” – di fare di tutto ciò un libro, ma non un volume serioso e adatto alla consultazione, ma uno di quelli da tavolino buono, con un formato generoso e un contributo iconografico vasto e sorprendente per l’inattesa natura camp, a base di fotogrammi di film classici, copertine di magazine scomparsi alla “Life”, illustrazioni da pulp fiction e pubblicità di automobili d’epoca, tutto campionario di quella buona vecchia America. 

Poi lui si diletta a sciorinare la sua sensazione di ciascuno dei pezzi, che per noi è indispensabile andare ad ascoltare antologizzati su una playlist di Spotify (operazione volgare, umiliante, a cui ci costringe in quanto, appunto, beffardo), per ritrovare “Mack the Knife” cantato da Bobby Darin, o “El Paso” di Marty Robbins, il bizzarro Bing Crosby di “Whiffenpoof Song”, “Come On-a My House” di Rosemary Clooney, “You Don’t Know Me” di Eddie Arnold o “There Stands the Glass” di Webb Pierce. Canzoni che sono altrettanti misteri americani e lo sono altrettanto per qualsiasi under-40 d’oltreoceano, ma che lui mette lì, in ordine casuale, infiorettandole di interpretazioni dark, che pullulano di serial killer, alcolizzati, adulteri violenti, perdenti da casinò indiani, diavoli e predicatori. 

Un’America-zombie nella quale si diverte poi a incastonare dei classiconi così famosi da essere inaspettati, il Sinatra di “Stranger in the Night”, gli Who di “My Generation”, la concessione modernista dei Clash di “London Calling” (laddove ci informa che il punk era musica di frustrazione e rabbia, ma non nel caso dei Clash, che erano diversi e cantavano una musica di disperazione). Quasi tutta roba americana, pochissime concessioni british, perché il suo è sempre un mondo americano-centrico, frammentato, sparso, confuso, attratto dai margini più che dal centro, più dall’anonimato e dall’anfratto, che dai riflettori. 

Figure senza volto, generate dall’essere nate e di vivere là, nella materia strana che resta la fissazione di Dylan, il suo interesse primario: capire cosa significhi essere americani, cosa abbia partorito quell’esperimento artificiale, quella volontà di un posto nuovo dove ricominciare, salvo sbagliare e peccare subito, e dove errore e redenzione non smettono di inseguirsi, come desiderio e pentimento. Le radici – le famose radici a cui sono attaccate la felicità e la mestizia del presente, il senso di caducità e l’allucinata percezione della storia.

Considerate perciò “The Philosophy of Modern Song” una stravaganza voluta da Dylan per aggiungere un tassello al suo affresco della normale follia americana, mondana, grossolana – «non importa di quante sedie disponi, tu hai un solo culo» è il genere di massime in cui vi imbatterete – prona (mi sa sempre beffardamente) al coro critico che si è sollevato ad accogliere il libro – solo 4 canzoni femminili su 66! Dylan deve avere un problema con le donne, che ribattezza «diavolesse», «vamp», «rapinose meretrici»… – niente Joni Mitchell, niente Carol King, piuttosto perfino “Volare” di Domenico Modugno. Ma lui è questo, le sue scelte sono affidate a un istinto esoterico, sacrilego, ingiusto, sapiente e un po’ stronzo.

È Dylan da vecchio, che si diverte al giocare col pop come il gatto col topo e sbatte in copertina una foto di tre splendidi vocalist from the grave, Little Richard, di cui sceglie due canzoni per il suo zibaldone, Eddie Cochran, che invece ignora, e Alis Lesley, che venne chiamata «la risposta femminile a Elvis», ma anche lei del tutto ignorata nell’elenco delle 66. Prendere o lasciare: Bob nel suo più puro approccio hard boiled, l’artista da molto grande, insensibile al contesto, attento soltanto agli echi che sente risuonare dentro di sé.