«Vediamo cosa sanno fare»Il Pd non ascolta, Meloni sì: Calenda pronto ad andare a Palazzo Chigi con la sua contro-manovra

No alle piazze, dice il leader del Terzo Polo, «soprattutto se prima non si avanzano controproposte serie». Ma precisa: «Noi restiamo all’opposizione, che però non sarà mai pregiudiziale». «Noi siamo il centro riformista, altro rispetto a Pd e M5S». E per diventare alternativa di governo, «mancano cinque anni alle elezioni». L’obiettivo è costruire «un’area pragmatica e riformista che parli agli elettori sia di centrodestra sia di centrosinistra, in grado di salire al 20%. Dopodiché inizierà un’altra storia»

Mauro Scrobogna/LaPresse

Nessun trasformismo. Quel tendere la mano a destra sulla legge di bilancio e a sinistra sul salario minimo, per Carlo Calenda significa fare «le cose giuste». Perché «le cose giuste, come quelle sbagliate, non hanno colore», dice il leader del Terzo Polo a Repubblica. «Io sto con Pd e Cinque Stelle sul salario minino e vorrei migliorare la finanziaria. Non c’è contraddizione».

In una fase complicata per il Paese, spiega Calenda, «noi ci siamo assunti l’onere di fare una proposta di bilancio strutturata, che poi abbiamo offerto sia alle opposizioni, sia alla maggioranza. Il Pd non ha mai risposto, mentre Meloni dicendo che mi vuole incontrare ha fatto un gesto importante». La data non è ancora fissata. Ma precisa: «Noi restiamo all’opposizione, che però non sarà mai pregiudiziale. Se il governo dovesse sfaldarsi, sarebbero problemi per l’Italia e io non me lo auguro. Hanno vinto le elezioni e devono governare. Vediamo cosa sanno fare e se non sono in grado spetterà agli elettori decidere. È finito il tempo dei governi d’emergenza o d’opportunismo».

Alla premier, Calenda proporrà «di non tagliare sulla Sanità. Mancano 63mila infermieri e 20mila medici, bisogna metterci almeno 6 miliardi. Così si rischia di distruggere il Servizio sanitario nazionale». Poi le consiglierà di prendere il Mes, ma «dubito che riuscirò a convincerla». E poi «occorre ribaltare il modo di gestire l’energia, fissare subito un tetto nazionale al prezzo dell’elettricità e del gas. Oggi le imprese prima pagano e poi con il credito d’imposta ottengono il rimborso dallo Stato. Ma così non tutte ce la fanno a sostenere il peso dei rincari, un bar o un piccolo artigiano rischiano di fallire prima. Secondo noi lo Stato deve applicare alla fonte uno sconto del 50% e coprire la differenza di prezzo almeno sino a fine marzo».

E la disponibilità di Meloni ad ascoltare la proposta di contro-manovra del Terzo Polo per Calenda è «un atto di maturità politica. Con l’inflazione alle stelle, andiamo incontro a una stagione difficilissima: meno provvedimenti divisivi si fanno, meno tensioni sociali avremo». Ma `le direi non dar retta a Salvini e ai suoi ministri. Questa storia delle ong deve finire: non solo è immorale tenere i migranti sulle navi, ma anche inutile visto che poi scendono tutti».

Calenda ne ha anche per la sinistra, ovviamente: «Attenzione a come parlate, a soffiare sul fuoco della tensione sociale, a evocare continuamente le piazze, soprattutto se prima non si avanzano controproposte serie». Oltretutto, aggiunge, «farlo solo per il Reddito di cittadinanza così com’è, con tutte le storture che presenta, per il Pd è un errore politico perché significa schiacciarsi sui  Cinque Stelle. Com’è accaduto per la pace, quella sarà un’altra piazza di Conte».

Calenda mette i paletti: «Noi siamo il centro riformista, altro rispetto a Pd e M5S». E per diventare alternativa di governo, «mancano cinque anni alle elezioni, possono succedere tante cose. Alla fine prevedo che resteremo noi, la destra di Meloni e la sinistra che nascerà dalla saldatura tra M5S e Pd».

E dove va il Terzo polo da solo? «Per arrivare al livello in cui siamo noi adesso, Giorgia Meloni ci ha messo 12 anni, noi tre. La politica italiana cambia molto rapidamente. E la gente è stanca, vuole serietà», risponde. E il fatto di sostenere in Lombardia una candidata di centrodestra e nel Lazio uno di centrosinistra è «la nostra missione culturale», dice. «Moratti è una liberale che non stava più bene in quella destra e penso che alla fine vincerà. D’Amato è un amministratore capace di sinistra. Queste due proposte stanno bene insieme in un contesto politico di bipolarismo malato che va destrutturato. E noi ci riusciremo costruendo un’area pragmatica e riformista che parli agli elettori sia di centrodestra sia di centrosinistra, in grado di salire al 20%. Dopodiché inizierà un’altra storia».