L’elefante nella stanzaUn successo elettorale dei Repubblicani sarebbe una minaccia per libertà e diritti civili negli Stati Uniti

Il voto a livello nazionale e locale dirà se esiste ancora un’anima moderata e liberale del Grand Old Party

AP/Lapresse

C’erano tre presidenti degli Stati Uniti in Pennsylvania, sabato scorso. L’attuale inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, e i suoi due predecessori, Donald Trump e Barack Obama. I due Democratici hanno partecipato assieme a un evento per sostenere il candidato del Partito Democratico al Senato, John Fetterman; Trump ha tenuto un comizio per Mehmet Oz, candidato del Partito Repubblicano. I loro interventi aiutano a pesare e misurare l’importanza del voto di oggi in Pennsylvania, che potrebbero cambiare l’equilibrio di potere al Senato – dove la parità perfetta è rotta solo dal voto della vicepresidente Kamala Harris.

Le elezioni di midterm di oggi, a due anni di distanza dalle presidenziali, rinnoveranno i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e trentacinque – un terzo – di quelli del Senato. La maggior parte dei sondaggi indica un equilibrio sostanziale, in cui la distanza tra Repubblicani e Democratici è ampiamente entro il margine di errore di ogni rilevazione.

E nello stesso giorno si voterà anche in moltissime elezioni locali, che rinnoveranno trentasei governatori e quasi tutte le Assemblee parlamentari statali. In pratica sono migliaia di piccole elezioni contemporanee, che hanno già coinvolto più di quaranta milioni di elettori attraverso il voto anticipato.

La premessa da fare per le elezioni di midterm – su cui c’è già lo spettro di una nuova interferenza russa – è che possono somigliare a un referendum sull’andamento del mandato presidenziale, a metà del percorso. Ma più spesso si rivelano elezioni che indeboliscono o ribaltano la maggioranza parlamentare per il presidente in carica. Solo che stavolta in ballo c’è molto di più dell’equilibrio tra le due grandi famiglie politiche degli Stati Uniti.

È evidente che le priorità del Partito Repubblicano al momento non siano proprio sovrapponibili con quelle di uno Stato liberale, democratico e occidentale. «Se i Repubblicani dovessero prendere il controllo di una o entrambe le camere, probabilmente inizieranno a rimodellare il panorama politico e legislativo della nazione», scrive Ronald Brownstein sull’Atlantic.

In caso di successo elettorale del Grand Old Party, le discussioni su accesso all’aborto, lotta ai cambiamenti climatici e controlli più rigoroso delle armi – tre temi sempre all’orgine del giorno nel dibattito pubblico americano – rischierebbero di essere accantonate, o quantomeno di perdere slancio. E non solo: secondo Axios, che cita fonti tra i funzionari del partito, i Repubblicani hanno intenzione di smantellare quanto prima le poche misure anti-Covid ancora in vigore.

Già un anno fa Lee Drutman scriveva sul Guardian che «il partito Repubblicano è ormai un partito illiberale». Le immagini dell’assedio del Campidoglio, il 6 gennaio 2021, sono memorabili – nel senso più negativo del termine – e riflettono tutta la fragilità dell’architettura democratica americana in questo momento. E quelle immagini sono solo la punta dell’iceberg. L’assurda protesta contro le presunte elezioni truccate vinte da Joe Biden – secondo la ridicola versione dei fatti fornita da Donald Trump e dai suoi seguaci – non si è mai fermata.

L’ex conduttrice televisiva della Fox, Kari Lake, è diventata una delle star della destra più becera semplicemente insistendo falsamente sul fatto che Trump avesse vinto le elezioni presidenziali del 2020. Poi, da cittadina e giornalista dell’Arizona, ha sempre detto che se fosse stata governatrice dello Stato non avrebbe firmato per convalidare le elezioni presidenziali del suo Stato. Ecco, Kari Lake, a 53 anni, è in corsa per la carica di governatore dell’Arizona alle elezioni di oggi e ha già incassato l’endorsement di Trump.

In meno parole, il Partito Repubblicano sta cavalcando l’ondata antidemocratica di molti suoi esponenti: una tendenza che arriva da lontano, ma che negli ultimi due anni si è accentuata pericolosamente. Dal 2021, i 23 Stati federali in cui i Repubblicani esprimono il governatore e hanno la maggioranza nel parlamento statale, hanno approvato le leggi più estremiste – in materia di diritti civili, soprattutto – dell’epoca moderna.

Lindsey Graham, senatrice della Carolina del Sud, a settembre ha presentato un disegno di legge per vietare l’aborto a livello nazionale dopo 15 settimane di gravidanza. Un senatore della Florida, Rick Scott, ha proposto una legge per imporre alle elezioni nazionali molte delle restrizioni presenti negli Stati più conservatori. Tom Cotton, senatore dell’Arkansas, ha proposto di rendere ferali le restrizioni del suo Stato su come gli insegnanti possono parlare di «razza» nelle scuole, vietando a qualsiasi scuola primaria e secondaria che riceve denaro federale di utilizzare la «teoria critica della razza» (critical race theory).

«Se vincono i Repubblicani, la domanda non è solo se accetteranno i risultati delle future elezioni. È se gli Stati Uniti continueranno a tenere elezioni, ovvero elezioni legittime, che sono un processo democratico più grande di un semplice testa a testa tra due partiti», scrive Emily Tamkin su New Statesman.

La putrefazione dello spirito democratico in casa Repubblicana non è solo un tema di queste elezioni, del voto dell’8 novembre e della seconda metà di mandato di Joe Biden, che forse nemmeno avrà un seguito.

In gioco c’è la stabilità della democrazia americana, che non deve avere grandi prospettive se non è in grado di dotarsi di un partito conservatore che voglia tutelare i processi democratici, le elezioni libere ed eque, e i principi di base della democrazia. Il voto di oggi servirà anche e soprattutto per dirci se da qualche parte esiste ancora un’anima moderata e liberale nel Partito Repubblicano. Sarebbe un segnale importante per tutti gli Stati Uniti e per tutte le democrazie.

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