Socialismo irrealeLe manie di grandezza di Putin sono smentite da una realtà di debolezza economica e demografica

I sovietici hanno sempre ritenuto l’Ucraina una nazione, il revisionismo del Cremlino affonda nella fase peggiore dell’Urss, quella della russificazione forzata. Francesco Strazzari indaga le origini (anche) ideologiche dell’aggressione

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Durante la travagliata storia politica dell’Urss i leader sovietici hanno sempre riconosciuto nell’Ucraina una nazione. Sul piano esterno, per esempio, le statistiche della Società delle Nazioni durante il periodo fra le due guerre mondiali davano conto dell’esistenza dell’Ucraina. Sul piano domestico, tale riconoscimento ha sempre operato all’interno di uno schema dottrinario nel quale il progetto federativo guidato dal Partito comunista avrebbe favorito il dispiegarsi del potenziale di ciascun popolo sovietico, per poi vedere le nazioni disgregarsi, man mano che il comunismo progrediva.

Non avendo possedimenti oltremare da colonizzare, Iosif Stalin imboccò con decisione la strada dell’autocolonizzazione del proprio entroterra, forzando le coltivazioni ucraine a cedere la propria ricchezza ai pianificatori centrali già dal quinquennio 1928-33. Adolf Hitler, per suo conto, vedeva nella conquista della ricca terra nera di Ucraina una risorsa che avrebbe trasformato la Germania in una vera potenza mondiale. Pur senza sottoscrivere equiparazioni di stalinismo e nazismo che risultano per certi versi fuorvianti, resta il fatto che questi due progetti di colonizzazione produssero in Ucraina una decina di milioni di morti.

È solo negli anni Settanta, con la stagnazione brezneviana, che viene abbandonato lo slancio utopico di cui ancora si fa manto la destalinizzazione kruscioviana: nei fatti, cementando l’idea del «socialismo realmente esistente», lo sviluppo delle nazioni sotto l’Unione Sovietica viene ritenuto completo.

Così Brežnev designa un responsabile per gli affari ucraini, procede a una nuova ondata di russificazione nelle scuole ucraine e si assicura la piena fedeltà del ceto politico della Repubblica Socialista Sovietica. Si tratta, per inciso, dello stesso gruppo dirigente che poi, sentendosi aggirato e minacciato, guarderà con diffidenza alla fuga in avanti del riformismo gorbacioviano, percependolo come nemico proprio mentre la trasparenza (glasnost’) di Gorbačëv apriva grandi varchi nella condizione di afasia nella quale a lungo avevano versato le istanze nazionali.

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Le immagini che vengono più spesso evocate, parlando dello spazio ex sovietico in relazione alla Russia, alternano il persistere di una retorica imperniata sulle sfere di influenza e l’emergere (o meglio il riaffiorare) dell’idea di Mondo Russo (Russkij Mir, dove mir in russo significa sia mondo sia pace). Con «Mondo Russo», a partire dalle prime, inascoltate elaborazioni di Sergej Karaganov nel 1992, si intende, almeno inizialmente, il nesso che lega la Russia e il mondo che a vario titolo può essere definito russo o russofono, e che è presente nelle repubbliche divenute indipendenti al crollo dell’Urss. Tale nesso, si è sostenuto, richiama Mosca al ruolo di garante dei diritti di questi connazionali, il più delle volte in possesso di passaporto russo, ma fornisce anche un importante strumento di influenza regionale.

Nell’era Putin, il concetto di Russkij Mir si è esteso considerabilmente, fino a includere tutti i cristiani ortodossi e infine tutti coloro che sono accomunati dal sentire patriottico. Con quest’ultima formulazione, che introduce elementi di sintonia culturale, spirituale e politica, il concetto di Mondo Russo ha acquisito una valenza dottrinale distinta. A partire dal 2007, con l’inedito concorso organizzativo e spirituale del Patriarcato ortodosso di Mosca è stata istituita la fondazione Russkij Mir, che opera su scala globale per diffondere cultura e lingua russa. Dal 2016 il concetto di politica estera della Federazione russa integra gli obiettivi di Russkij Mir.

L’altro concetto, quello di sfera d’influenza, riporta invece, prima ancora che alla Conferenza di Yalta e alla Guerra fredda, al registro politico-diplomatico su cui si attesta l’espansionismo e l’imperialismo di fine Ottocento, ovvero al «Grande gioco», fatto di rivalità e conflitti, fra impero britannico e impero russo in Asia centrale.

La sfera d’influenza, si legge nelle corrispondenze dell’epoca, è concepita come una forma di controllo intermedia, meno sviluppata di un protettorato ma certamente più sviluppata di una sfera d’interesse. All’interno di una sfera d’influenza, la sovranità statale formale è tipicamente lasciata impregiudicata, e anzi ribadita, ma sfruttamento commerciale e influenza politica sono prerogative della grande potenza.

I richiami a questo immaginario geopolitico devono fare i conti con una realtà che parla della debolezza economica e demografica della Russia: debolezza che frena l’ambizione, celebrata con toni messianici, a riportare la Russia al centro della politica internazionale. Se si prendono in esame nel loro complesso i trent’anni di Russia postsovietica, a pesare è soprattutto la difficoltà russa nell’esercitare attrazione e controllo rispetto al proprio vicinato, circostanza che spesso ha ridotto l’intera narrazione al bisogno di riconoscimento esterno, se non di una sfera d’influenza, quantomeno di una sfera di interesse.

Da questa necessità ne sorge un’altra, quella di un continuo riferimento a un passato fondativo, al sacrificio della Grande guerra patriottica – il nome ufficiale per la Seconda guerra mondiale in Russia – e da qui la condanna della rimozione dei monumenti sovietici nello spazio ex sovietico, paesi baltici inclusi. Su questi temi, Vladimir Putin costruisce l’idea di una Russia vittima di costante umiliazione, per effetto di una pace e di un ordine, quelli seguiti alla fine del bipolarismo, che sono denunciati come null’altro se non l’imposizione voluta da un vincitore, gli Stati Uniti, che viene rappresentato in rapido declino e continuamente definito un parassita economico.

Frontiera Ucraina, Francesco Strazzari, Il Mulino, 232 pagine, 16,00 euro

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