Onorare la memoriaL’Italia deve riconoscere ufficialmente l’Holodomor

Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha parlato all’Assemblea nazionale dell’Anci. Molti Paesi, ha detto, hanno esplicitamente istituzionalizzato giornate per commemorare il genocidio perpetrato dai russi ai danni dell’Ucraina. Ma il nostro Paese ancora no

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Ho chiesto al Presidente Decaro, cogliendo l’occasione della presenza dei nostri amici sindaci ucraini, di potervi parlare pochi minuti di un tema rilevante quanto poco conosciuto. Questo tema è l’Holodomòr.

Holodomòr è un termine ucraino composto da “Olod” (fame – carestia) e “mòryty” (uccidere – affamare) il cui significato è: “procurare intenzionalmente la morte per fame”, “sterminio per fame”.

Il termine fa riferimento ai drammatici avvenimenti che flagellarono la Repubblica Ucraina centro orientale, il Caucaso del Nord, l’area del Don ed il Kazakistan tra l’autunno 1932 e la primavera del 1933. In questi pochi mesi milioni di contadini (si calcola tra 5 e 8 milioni, a seconda delle fonti) furono condannati a morire di fame da decisioni politiche del governo di Stalin: oltre due terzi delle vittime – quindi tra 3 e 5 milioni – erano contadini ucraini.

Quella carestia di proporzioni inaudite non fu dovuta ai capricci della natura, ma venne provocata ed orchestrata da Stalin in persona per “punire i contadini” ribelli che in tutti i territori sovietici, ma in particolare in Ucraina, si opponevano alla “collettivizzazione” imposta dal governo centrale. In Ucraina lo sterminio dei contadini si intrecciò con la persecuzione e lo sradicamento dell’intellighenzia e della cultura del (ri)nascente sentimento patriottico e nazionale del popolo.

Non è che quegli avvenimenti non avessero avuto dei precedenti: già nel 1929 Stalin aveva ordinato che, in tutte quelle regioni agrarie, venissero stabilite delle quote obbligatorie di consegna allo Stato dei prodotti della terra, quote impossibili da sostenere da parte dei contadini e che li ridussero alla fame: seguirono requisizioni complete e spietate di cibo, chiusura di frontiere per impedire la fuga e la ricerca di cibo, deportazioni nei gulag siberiani ed esecuzioni di intellettuali, preti, quadri di partito e semplici lavoratori.

La finalità del regime non era solo quella di requisire cibo, animali e gli altri prodotti agricoli per poterli consumare nelle città dove vi erano i complessi industriali in piena fase espansiva e sui quali il sistema sovietico puntava per diventare una potenza industriale a livello mondiale; ma oltre a ciò, in particolare in Ucraina, Stalin voleva contenere e distruggere l’élite intellettuale, anche quella comunista, che stava animando e sostenendo la fioritura culturale, e politica del Paese, in atto già da almeno un decennio. Stalin, in particolare, temeva questa “rinascita ucraina” che avrebbe potuto “contagiare” anche la confinante Repubblica Russa.

Nel 1932 vaste aree dell’Ucraina centro orientale, del basso Don e del Caucaso settentrionale vennero colpite da una carestia (come altre volte era già successo nella storia) ma, questa volta, alla siccità si sommò la politica di requisizione massiccia volta a colpire i contadini che, nella gran parte, si opponevano alla nazionalizzazione forzata delle loro terre, dei loro animali e del frutto del loro lavoro. Convinto che tutti i contadini, per una radicata cultura individualistica, agissero contro gli “interessi supremi dello Stato”, Stalin ordinò la requisizione totale di tutti i generi alimentari e degli animali, vietò l’approvvigionamento di cibo dalle zone circostanti ed ogni forma di commercio, con pene, per i trasgressori, che andavano dalla reclusione (sino a dieci anni nei gulag) alla fucilazione immediata.

Per far rispettare le disposizioni vennero utilizzati militari, poliziotti e molti volontari, uomini di partito e studenti arrivati dalle città, che chiusero tutta quella vasta area in una sorta di ghetto dal quale nessuno poteva entrare od uscire, pena la fucilazione.

Nella sola Ucraina queste misure portarono alla morte, per fame e per malattie, tra 3 e 5 milioni di contadini: uomini e donne, a cui si aggiunsero moltissimi bambini: questi ultimi eliminati, oltre che dalla fame, perché si riteneva che “una volta cresciuti” sarebbero stati “potenzialmente ostili” al sistema sovietico.

Le dimensioni della tragedia furono subito conosciute nei Paesi dell’Europa occidentale e negli Stati Uniti perché denunciate da diplomatici, giornalisti, scrittori, ma nessuno tra i Paesi Democratici intervenne. Già allora le stime sul numero dei morti oscillavano tra i 3 e gli 8 milioni, concentrati in un breve arco di tempo, dal novembre 1932 al giugno 1933: morti per mancanza di viveri, per sfinimento fisico, tifo, avvelenamenti gastrointestinali, cannibalismo, suicidi, squilibri mentali: questo dicono le testimonianze, oltre che i numeri, e questo venne denunciato nell’indifferenza delle democrazie.

Di questa tragedia, una delle maggiori del XX° secolo, si parlò poco. Le élite europee e americane, anche nell’Italia fascista, non diedero grande importanza a questi fatti, mentre l’Unione Sovietica era impegnata a negarne la stessa esistenza e a cancellarne sistematicamente tracce e memoria. Solo con l’apertura degli archivi, dopo il crollo dell’Urss, si è cominciata a cogliere l’enorme drammaticità di quegli eventi e le loro conseguenze, che ancora oggi segnano la vita della Nazione ucraina e forse ci aiutano a capire, almeno in parte, il dramma dell’attualità.

Il 4° sabato del mese di novembre – che quest’anno cade il 26, dopodomani – è stato proclamato dal Parlamento Ucraino “Giornata Nazionale del Ricordo” per le vittime dell’Holodomòr. Quest’anno ne ricorre il 90° anniversario.

La ricorrenza è stata condivisa nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e, nel 2008, dall’Ocse, dal Parlamento Europeo e dall’Unesco, e infine dal Consiglio d’Europa nel 2014. Quindici Paesi hanno esplicitamente riconosciuto l’Holodomòr come “genocidio”, e diversi altri come “tragedia ucraina”, commemorandolo ufficialmente. Tra questi Paesi non c’è l’Italia.

Per ricordare le vittime dell’Holodomòr, e rivolgere un ideale abbraccio al popolo ucraino e ai sindaci che abbiamo l’onore di ospitare, mi permetto di chiedervi di alzarvi in piedi e di osservare qualche istante di silenzio accompagnato dall’inno nazionale ucraino.