A ciascuno il suoLo strano caso di Nello Musumeci, il ministro senza un vero ministero

L’ex presidente della Regione Sicilia in teoria guida il dicastero del Mare e del Sud. Ma a poco a poco i suoi alleati gli hanno tolto quasi tutte le competenze: Salvini si è preso la gestione dei porti, Lollobrigida la pesca e Fitto l’attuazione del Pnrr

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È che siamo troppo presi dalla questione dei migranti, e dalle liti con la Francia, e con la pandemia dei rave party. Però, in effetti, mai si era verificato, nella storia della Repubblica Italiana, quello che è successo con il governo Meloni. E cioè che, non solo c’è chi è entrato convinto di avere un ministero, e se ne è trovato un altro, a sua insaputa, come accaduto nello switch tra Paolo Zangrillo e Gilberto Pichetto Fratin. E vabbè, lì sembra quasi una nota di colore. Ma addirittura, ci sono ministri che hanno giurato per un dicastero, e dopo neanche due settimane quel ministero è tutta un’altra cosa.

È il caso del fedelissimo di Meloni, il siciliano Nello Musumeci.

Breve riepilogo. Musumeci era presidente della Regione Siciliana. Talmente amato che neanche gli alleati volevano più saperne di lui, con Gianfranco Miccichè, il luogotenente di Silvio Berlusconi in Sicilia che lo definì «arrogante e sleale». Come risolvere il dilemma della sua ricandidatura a governatore dell’Isola? Portatelo a Roma, è quello che hanno chiesto gli alleati a Giorgia Meloni. Quest’estate Musumeci dichiarava che «solo chi non mi conosce può pensare che io baratterei la corsa alla Regione per un posto ipotetico da ministro». E in effetti magari sono in tanti a non conoscerlo bene. Perché così è stato. Prima l’elezione al Senato in un collegio superblindato, poi l’ingresso nel governo Meloni.

E qui viene il bello. Cosa far fare a Nello Musumeci, che è fedelissimo, correttissimo, buono e caro e tutto, ma che non ha la dimensione politica tale da reggere un ministero di peso? Lì, Meloni si inventa il ministero del Mare e del Sud. Una gran cosa. E che ci mettiamo dentro? Andando per esclusione, non certamente le montagne e il nord, ecco, oppure le colline e il centro. E quindi? E quindi Musumeci gongolava, perché la formula era talmente ampia da mettere dentro molta roba: innanzitutto tutto il Mezzogiorno, cioè la gestione di gran parte dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resliienza (Pnrr), e poi il “mare”, e cioè la pesca, sottratta al ministero dell’Agricoltura, e i porti, da levare dalle mani di Matteo Salvini, ministro dei Trasporti senza porti, lasciato a giocare con i trenini e i ponti. Bello, no?

È durato una settimana, o poco più. Dopo il giuramento, è cominciato lo sfilacciamento. Il primo è stato Matteo Salvini. I porti sono suoi, ha subito tuonato. Altrimenti come fa a chiuderli alle navi delle Ong? Accontentato. Poi è arrivato Lollobrigida, il ministro dell’Agricoltura. La pesca non si tocca, ha spiegato. Quindi, non va scorporata dal suo ministero.

Vabbè, avrà pensato Musumeci, mi rimane il Sud. Lì entra in scena Raffaele Fitto, che si prende gli Affari Europei con il Sud e tutta l’attuazione del Pnrr (in pratica, un ministro senza portafoglio, che conta quasi quanto il Ministro dello Sviluppo Economico). Insomma, la targa dello studio di Musumeci è stata fatta a pezzi. È rimasto Ministro del Mare e del Sud, ma senza il Sud e il mare.

Mai si era visto un ministero fantasma, nella storia della Repubblica. È nato il 22 Ottobre, quando Musumeci ha giurato da “Ministro per le politiche per il mare e per il Sud”. Ed è finito il 10 Novembre, quando le nuove deleghe sono state ufficializzate. E a Musumeci ministro del mare rimasto senza acqua, e senza porti, è stato dato il contentino: la Protezione Civile. Insomma, il premio per il suo declassamento è che potrebbe diventare un nuovo Guido Bertolaso, e ce lo vedremo in prima serata al Tg1 aggirarsi tra le italiche macerie della prossima disgrazia.

Nell’attesa, ecco l’altra delega, quella delle concessioni balneari, levata alla Santanchè dal ministero del Turismo, per le note ragioni di conflitto di interesse. E quindi il mare resta, si, ma quello degli ombrelloni e dei lettini. E della riforma più scottante che neanche il governo di Draghi è riuscito a fare, con la Commissione europea che ha dato gli ultimi tre mesi di tempo all’Italia per garantire la libertà di concorrenza in un settore dove, con pochi spiccioli, c’è chi fattura milioni.

Con Musumeci la lobby dei balneari può dormire sonni tranquilli, già da presidente della Sicilia, questa estate, tuonava contro l’assegnazione delle concessioni con bando di gara, come Europa comanda: «Siamo vicini ai balneari. Ci batteremo affinché venga garantito loro il diritto di continuare a lavorare dopo averlo fatto per anni, acquisendo esperienza e competenza, facendo investimenti importanti in una prospettiva di lungo termine. Le nostre spiagge non possono passare sotto il controllo delle multinazionali straniere». Altro che sovranismo alimentare, qui si tratta di sovranismo balneare.

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