Delitto e castigoAlla Russia non basterà commerciare coi Paesi Brics per risollevarsi dalle sanzioni

Secondo un dettagliato report della agenzia Score Rating, Mosca non riuscirà a compensare completamente la tecnologia persa, i mercati di esportazione e l'accesso ai sistemi finanziari globali attraverso una maggiore integrazione con Brasile, Cina e India

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Senza le sanzioni nel 2023 l’economia russa sarebbe cresciuta del 14 per cento, e invece si ridurrà dell’8 per cento. Lo prevede Scope Ratings: agenzia di credito di quello Scope Group che fu fondato nel 2002 come alternativa europea alle agenzie statunitensi Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. 

La scorsa settimana la Banca Centrale russa ha deciso di lasciare i tassi di interesse invariati, dopo sei tagli consecutivi. Scope Ratings ne trae l’impressione che l’economia del Paese stia cedendo, sotto il peso delle sanzioni occidentali e della guerra. «La guerra in Ucraina e le sanzioni hanno minato le prospettive di crescita della Russia. Prevediamo che l’economia russa sarà di circa l’8 per cento più piccola alla fine del 2023 rispetto a quanto era nel 2021, mentre alla fine del 2021 prevedevamo che l’economia russa sarebbe cresciuta di circa il 5 per cento nel 2022-23». In altre parole, l’economia russa sarebbe stata di circa il 14 per cento più grande nel 2023 se non fosse stato per la guerra, per indicare quanto sia stato elevato il costo economico finora.

Come tentativo di risposta, viene considerato inevitabile un aumento del commercio con i Brics+. Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa rappresentano il 40 per cento della popolazione mondiale e circa il 32 per cento dell’economia mondiale in termini di parità di potere d’acquisto. Il commercio della Russia con questo gruppo ha rappresentato il 20 per cento del totale nel 2021, rispetto al 12 per cento nel 2010. Con Brics+ si comprendono anche  altri paesi che hanno espresso il loro interesse a entrare a far parte del gruppo: Argentina, Egitto, Iran, Turchia, più recentemente anche Arabia Saudita.

Cina e India si sono già messe a fare incetta di petrolio russo sotto costo. Le esportazioni di greggio verso Cina, India e anche Turchia sono più che raddoppiate da febbraio, superando i due milioni di barili al giorno. I tre Paesi hanno acquistato più della metà delle esportazioni russe in agosto e settembre. La Cina ha poi iniziato a sostituire le linee di produzione in Russia disertate dalla società occidentali. E in Brasile la simpatia dichiarata per Putin e l’antipatia per Zelensky sono stati quasi l’unico punto in comune tra gli sfidanti ferocemente contrapposti Bolsonaro e Lula.

Ma ciò non sarà per la Russia un vantaggio. Prima di tutto, perché si vede costretta a svendere a prezzi quasi di realizzo. Il greggio russo viene infatti scambiato a circa 20 dollari al di sotto del Brent prima della data di inizio del 5 dicembre, quando le sanzioni dell’Unione europea che vietano l’importazione di greggio marittimo russo entreranno in vigore.

Poi, perché la effettiva capacità di sostituzione dei Brics+ è per lo meno dubbia. Per Score Rating, «è improbabile che la Russia compensi completamente la tecnologia persa, i mercati di esportazione e l’accesso ai sistemi finanziari globali attraverso una maggiore integrazione con i partner BRICS+». In  Russia, infatti, i due terzi del valore aggiunto in macchinari, apparecchiature elettriche e computer provenivano da Paesi stranieri, e circa la metà dall’Unione Europea, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud; tutti che hanno imposto sanzioni a Mosca. Le importazioni russe di beni high-tech e di componenti correlate sono così diminuite di circa il 75 per cento tra febbraio e agosto di quest’anno, con conseguenze pesanti per lo stesso apparato bellico.  

Per Scope Ratings, «sarà difficile per la Russia sostituire tale volume e varietà di beni high-tech sanzionati e altre importazioni strategiche dalla Cina o da altri Brics+, trovando alternative locali. Gli Stati Uniti hanno tagliato fuori l’economia russa non solo dalla tecnologia americana, ma anche dagli articoli di produzione straniera basati su o che la contengono». Dunque, «’’uso da parte della Russia di componenti importati più costosi e di qualità inferiore limiterà la crescita della produttività, in modo cruciale nell’industria petrolifera e del gas, poiché il paese sviluppa reti di approvvigionamento alternative più complesse».

In totale, le importazioni di beni si sono più che dimezzate a cinque miliardi di dollari, nello stesso periodo. Al contrario le importazioni dai paesi Brics sono balzate di quasi il 50 per cento a 8,6 miliardi di dollari, principalmente a causa degli scambi con la Cina. Ma l’uso della Russia di componenti più scadenti limiterà la crescita della produttività, in modo cruciale nel settore del petrolio e del gas, mentre il Paese sviluppa reti di approvvigionamento alternative più complesse. Ad esempio, la quota di chip semiconduttori difettosi importati dalla Cina è aumentata al 40 per cento dal 2 per cento rispetto al periodo precedente dell’escalation della guerra in Ucraina.

La strategia di de-dollarizzazione della Russia, poi, si tradurrà inevitabilmente in un maggiore utilizzo del renminbi, che ha i suoi svantaggi. La Russia diventerà dipendente dalle politiche economiche cinesi e da un’economia molto più ampia, equivalente a quasi il 60 per cento della produzione aggregata Brics. «Lo yuan cinese è sempre più percepito come un sostituto del dollaro in Russia», ma «manca della fungibilità internazionale della valuta statunitense. Lo yuan rappresenta ora circa il 26 per cento degli scambi nel mercato valutario russo, rispetto a meno dell’1 per cento prima di febbraio».

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