Socialismo riformistaLa donna che ha tenuto viva l’anima della Costituzione

Nel libro “Tullia Romagnoli Carettoni. Una donna nel Parlamento italiano (1963-1979)”, edito da Franco Angeli, la professoressa Michela Minesso racconta l’idealismo pragmatico della senatrice e la sua opera di mediazione con le altre forze politiche

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Le storie di donne che si sono misurate nella battaglia politica riservano grandi scoperte. C’è sempre una vena di sensibilità che anticipa i tempi. Le donne hanno vissuto sulla loro pelle il significato di quello che Anna Kuliscioff scriveva nel libro “Il monopolio dell’uomo”: «Il primo animale domestico dell’uomo è stata la donna».

Sul riconoscimento del diritto di voto alle donne litigava Anna con il suo Filippo perché sul terreno dei diritti civili il capo dei socialisti italiani non ingaggiavano una dura lotta, come invece avveniva negli altri Paesi europei. Stiamo parlando di Turati, un vero gigante del riformismo, uno che ha avuto lo sguardo più lungo di tutti. Anche di Gramsci: senza nulla togliere al fondatore del Pci dal punto di vista intellettuale, il direttore di Ordine Nuovo criticava la democrazia parlamentare, voleva fare in Italia la rivoluzione come in Russia e accettava l’ukase di Lenin di cacciare Turati dal Psi. Cosa che non avvenne.

Non la sto prendendo alla lontana per parlare del libro “Tullia Romagnoli Carettoni. Una donna nel Parlamento italiano (1963-1979)”, ed. Franco Angeli, di Michela Minesso, docente di Storia delle Istituzioni politiche alla Statale di Milano, presentato al Bookcity del capoluogo lombardo. Tutto si tiene nelle contorsioni della storia. C’è un tappeto sotterraneo intrecciato, come quello dei funghi che connette gli alberi, e arriva fino a noi. C’è la cifra di cosa ha significato essere socialista riformista.

Turati aveva una visione europea delle questioni politiche, sociali ed economiche, eppure non ingaggiò fino in fondo quel tema. Battaglia che fece il padre dei socialdemocratici tedeschi, August Bebel, che con Marx e Engels aveva una certa confidenza. Anche Anna vantava una corrispondenza con l’autore de “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”. I contrasti tra Turati e Kuliscioff erano pubblici e scritti sotto forma di lettere su Critica sociale, poi raccolte nell’opuscolo “Lite in famiglia”.

I motivi di questa timidezza del gruppo parlamentare socialista sono diversi. C’è però un elemento che voglio sottolineare, oltre al banale dato che in quel Parlamento d’inizio ’900 non c’erano i numeri per riconoscere alle donne il diritto di voto. Turati si rendeva conto della priorità della questione operaia e di quanto fosse arretrata l’Italia dal punto di vista culturale e civile. Una presenza asfissiante della Chiesa, soprattutto nel Sud e nelle campagne dove abitava la stragrande della popolazione. Una cultura civica ferma all’Ottocento, una cultura maschilista che congelava la donna e la famiglia dentro casa.

Ovviamente Kuliscioff e le donne della rivista femminista Difesa delle lavoratrici, tra le quali Angelica Balabanoff, volevano rompere questo tetto di cristallo, forzare la mano, riconoscere il diritto delle donne al lavoro perché senza lavoro non c’è emancipazione vera. Siamo negli anni Dieci del XX secolo. Tullia Romagnoli poneva gli stessi problemi negli anni Sessanta dello stesso secolo. Decisa a scardinarli. E nel libro della professoressa Minesso vengono sottolineati i passaggi sconvolgenti dell’atavica arretratezza italica che impedì all’altra metà del cielo di mettere piede in un seggio elettorale fino alle amministrative del 1946. È incredibile che solo nel 1981 viene definitivamente abrogato il delitto d’onore, per la precisione le attenuanti del delitto per motivi d’onore.

Il periodo preso in esame dell’attività legislativa di Romagnoli va dal 1963 al 1979. Il contesto è fondamentale. È un periodo politicamente complicato, terribile, ma allo stesso tempo denso di cambiamenti. Dopo il primo centrosinistra, si rischia un ritorno al passato, a un regime fascista che ci aveva lasciato le macerie di una guerra mondiale e la vergogna dell’alleanza con il nazifascismo e della Shoah. Tentativi di golpe, attentati terroristici, strategia della tensione, le bombe nelle banche e nelle piazze da parte di fascisti coperti da apparati dello Stato, trame nere e mafiose intrecciate. Il movimento studentesco tiene ancora banco dopo il ‘68, ma una parte di esso si accartoccia nello scontro tra opposte fazioni politiche e perfino nello stalinismo delle Brigate Rosse. Una lunga scia di sangue e la crisi petrolifera mettevano a dura prova la democrazia italiana. E poi la cappa di ferro del compromesso storico con la Dc teorizzato da Enrico Berlinguer, che temeva un golpe in Italia come in Cile. Un compromesso finito con il sequestro e la morte di Aldo Moro.

Ma non sono solo gli anni di piombo. Gli anni Settanta paradossalmente raccolgono i frutti maturi del grande cambiamento incubato negli anni Sessanta a livello mondiale. Sarebbe riduttivo pensare a un decennio buio. Fu una grande stagione di crescita sociale, culturale e politica. Vennero istituite le Regioni, furono introdotti nelle scuole organi democratici, finalmente gli italiani potevano divorziare e le donne interrompere gravidanze non desiderate. I manicomi furono chiusi grazie alla legge Basaglia. L’università diventò di massa, i lavoratori ottennero il loro Statuto. Il privato divenne politico e irruppero i movimenti femministi che portarono un nuovo modo di pensare la politica e di vivere la famiglia. L’emancipazione della donna cominciava ad essere carne e sangue di una nuova società.

Tullia Romagnoli, ex insegnante di lettere e di storia dell’arte, figlia del grande grecista Ettore Romagnoli, si laurea giovanissima in archeologia e nel 1940 sposa Gianfilippo Carettoni, ricercatore e archeologo, Sovrintendente alle Antichità di Roma negli anni ‘60 e ‘70. Attraversò il suo tempo con uno sguardo europeo e internazionale, con una lucidità sofistica. Una vera pioniera, una marziana quando muove i suoi primi passi in Parlamento. Sono del 1963 le prime proposte di legge per superare le anacronistiche leggi in materia di adulterio, sulla patria potestà e sui figli illegittimi. Dovettero passare molti anni prima che le sue proposte diventassero leggi della Repubblica. Il punto era sempre lo stesso e Minesso lo evidenzia bene: il diritto alla parità di genere, al di là della legge, richiedeva una profonda trasformazione culturale. Una nuova norma calata dall’alto è solo una lama fredda inflitta su un corpo sociale vecchio.

Romagnoli era una donna che aveva una visione politica complessiva che la portò a scelte forti. Aveva partecipato alla Resistenza romana con le formazioni liberali, milita nel Partito d’Azione e nel dopoguerra aderisce al Psi, sempre vicina alla linea autonomista di Riccardo Lombardi. Non era soddisfatta della partecipazione del partito al secondo centrosinistra vuoto di quelle riforme che a suo avviso dovevano trasformare la struttura sociale ed economica dell’Italia. Ma nel 1964 non seguì i compagni che fondarono il Psiup destinato a finire nell’orbita dei comunisti. Le era comunque chiara la direzione che il vertice del Psi aveva intrapreso: una cosa era l’autonomia dal Pci, altra cosa era diventare un satellite della Dc per meri motivi di potere. Un centrosinistra senza vere riforme era una contraddizione in termini.

Quando nel ‘66 Pietro Nenni unì i socialisti con i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, il progetto moderato aveva fatto un altro passo falso. Romagnoli abbandonò il partito per seguire l’avventura politica di Riccardo Lombardi, che non ebbe però un grande esito politico. Ma sulla sua strada ritrovò la sua radice politica e culturale. E soprattutto il vecchio capo della Resistenza e del Partito d’Azione, Ferruccio Parri. Fu quella la strada che nel ‘68 la portò a essere candidata al Senato come indipendente nelle liste Pci-Psiup. Fu la prima donna del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente. Da quella posizione politica libera attraversò gli anni Settanta con tutto il suo carico ideale e riformista, fino ad approdare alla cultura ambientalista. È del 1970 la sua legge quadro sui parchi nazionali e le riserve naturali, considerati «strumenti per una compiuta vita civile». Ma non erano ancora maturi i tempi per un altro balzo nel futuro.

Il suo sguardo internazionale era la sua marcia in più in un contesto politico che risentiva della guerra fredda e del conflitto del Vietnam. Questa propensione a guardare oltre i confini nazionali la porta dal 1979 al 1984 al Parlamento europeo con le prime elezioni a suffragio universale. Una pioniera anche in questo. Comincia a girare il mondo. La sua sensibilità relazionale e la curiosità intellettuale la portano ad occuparsi di arte, cultura, costumi e sistemi politici dei popoli non occidentali. Non è un caso che dopo la sua esperienza parlamentare viene nominata presidente della Commissione italiana per l’Unesco, carica che ricoprirà fino al 2004.

Sono state figure come quella di Tullia Romagnoli che hanno evitato le derive liberticide e antidemocratiche che stringevano l’Italia, a frenare le fratture sociali, a tenere viva l’anima della Costituzione, a far avanzare nella modernità e dentro l’Europa un Paese che aveva dentro di sé grosse sacche di sottosviluppo.

La storia in Italia è cambiata grazie a personalità come Tullia Romagnoli, che il libro di Michela Minesso fa emergere non solo nel suo impegno di legislatore. È il suo modo di approcciare le tematiche che risalta la cultura raffinata, dosando idealismo pragmatico e dialettica con le altre forze politiche, in particolare con i cattolici. Aveva ben chiaro che in quel mondo c’erano i freni più rigidi, ma lo sfidava. Non a caso Minesso riporta un passaggio dell’intervento di Romagnoli al Senato sulla discussione della legga per l’interruzione della gravidanza. Una scelta precisa, attenta e intelligente: quelle parole racchiudono un modo di pensare, di fare politica, si andare in profondità nelle fibre della società. Romagnoli si rivolge agli «amici e colleghi della Democrazia Cristiana». Li invita ad avere un atteggiamento pluralistico, laico, a non chiudersi in pregiudizi, a penetrare nel comune sentire della gente. «Il Paese su questi temi è molto tranquillo, né vi è motivo di scandalo perché noi con serenità stiamo discutendo questa legge. Penso invece che le donne siamo un po’ scandalizzate del nostro ritardo».

La storia sarebbe cambiata molto di più e più velocemente se donne come lei fossero state valorizzate nei partiti e promosse alla guida del Paese.

Abbiamo dovuto aspettare la vittoria elettorale della destra per vedere a Palazzo Chigi una donna.