Il ministro contro la legge SeverinoCarlo Nordio dice che i condannati in primo grado devono potersi candidare

«L’incandidabilità dovrebbe scattare dalla sentenza di appello in poi», altrimenti «la norma confligge con la presunzione di innocenza», spiega il Guardasigilli. Che racconta di aver ricevuto sollecitazioni dall’Anci e aperture del Pd «per abolire o modificare radicalmente abuso d’ufficio e traffico di influenze». E sulle intercettazioni, dopo la riforma Cartabia «il pendolo che ha a lungo oscillato verso la divulgazione forsennata ora è completamente dall’altra parte». Quindi «va rimodulata la norma»

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse

«Occorre far sì che la norma sull’incandidabilità non venga applicata ai condannati in primo grado». Altrimenti, «la norma confliggerebbe con la presunzione di innocenza. L’incandidabilità dovrebbe scattare dalla sentenza di appello in poi». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, in un’intervista al Corriere della sera, critica la legge Severino, spiegando che si potrebbe escludere però chi ha commesso reati gravi. «Su questo si può discutere», dice. «Certamente la norma non può essere applicata retroattivamente perché è pur sempre un provvedimento afflittivo, visto che chi è in carica vuole rimanerci. Comunque su questo ci sono idee trasversali diverse. Credo che dobbiamo fare un dibattito trasparente e senza pregiudizi».

Nordio dice anche, in relazione alla messa a terra dei progetti del Pnrr, di aver ricevuto «sollecitazione dall’Anci, e l’apertura del Pd, per abolire o modificare radicalmente abuso d’ufficio e traffico di influenze». Al contrario di quanto chiesto dall’Ue contro la corruzione, secondo il Guardasigilli la norma sul traffico di influenze «manca di tassatività e specificità facendo sì che tutti possano essere indagati ma quasi nessuno condannato. E poi leggendola non si capisce il reato che descrive, c’è solo un’intenzione vaga di punire il lobbismo».

Il problema dell’alta penetrazione della corruzione in Italia, spiega il ministro, è che è «facilitata da un potere diffuso. La discrezione sconfina con l’arbitrio che spinge a oliare serrature altrimenti chiuse. La percezione da noi è dieci volte più alta. Non è un caso. A fronte di una media europea, a spanne, di 25mila leggi ne abbiamo 250.000. Più lo Stato è corrotto più sforna leggi».

Nordio spiega poi che va modificata la norma sulle intercettazioni, «al netto di quelle per reati di mafia e terrorismo, che non vanno toccate». Secondo il ministro, «c’è un problema di divulgazione e uno puramente economico, perché vengono spesi centinaia di milioni che potrebbero essere utilizzati per altro, e producono pochi risultati». La norma è appena stata modificata in modo restrittivo, ma non basta: «Se intercettazioni estranee al reato e che coinvolgono fatti privati finiscono sui giornali evidentemente non basta. E poi le intercettazioni devono essere uno strumento di indagine e non una prova».

Anche se, ammette Nordio, dopo la riforma Cartabia, «il pendolo che ha a lungo oscillato verso la divulgazione forsennata ora è completamente dall’altra parte». E quindi «va rimodulata la norma per conciliare il diritto all’informazione dei cittadini e quello dei singoli a non veder divulgate notizie segrete e intime che li riguardano. Per ripristinare una par condicio di informazione tra le parti». E annuncia: «Siamo apertissimi a cercare un punto d’incontro tra diritto all’informazione e limiti alla graticola mediatica. Sono pronto ad aprire un tavolo di confronto tra rappresentanti dell’Anm, dell’avvocatura e del giornalismo, anche domani».

Il ministro della Giustizia nei giorni scorsi è tornato a parlare anche di separazione delle carriere. Anche se, dice, non è urgente, «è un obiettivo a cui tendere. Ma necessita di tempi molto lunghi perché prevede una revisione costituzionale. In questo momento dobbiamo dedicarci a cose meno divisive come l’efficienza della giustizia».

E sul carcere, conclude, «sto cercando di ottenere parte del tesoretto per devolverlo a polizia penitenziaria e usarlo per i detenuti: l’aiuto psicologico a chi è a rischio suicidio e il lavoro. Serve un intervento sulle strutture anche se le risorse sono scarse». Ma qualcosa si può fare: «Con pochi soldi per la ristrutturazione si possono utilizzare le caserme dismesse per detenuti in attesa di giudizio o con reati minori. La migliore socializzazione è il lavoro».