Aspirazione totalitariaLe innumerevoli contraddizioni della politica estera cinese con Xi Jinping

Una sedicente “Repubblica popolare” che prospera nella costellazione capitalista e continua a promuovere un sistema interno chiaramente autoritario. Nel saggio pubblicato per Edifir, Veronica Barfucci e Lorenza Scaldaferri raccontano com’è cambiata, nell’ultimo decennio, la postura di Pechino nel quadro internazionale

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“Il tempo e le circostanze sono dalla nostra parte” (时与势在我们 一边 shi yu shi zai womende yibian). Era il 1° luglio 2021, giorno del centesimo anniversario della fondazione del Partito comunista cinese (Pcc), quando Xi Jinping pronunciò questa frase. Poche, semplici parole, che riassumono perfettamente il suo approccio alla politica estera.

Nella stessa loggia da cui nel 1949 Mao Zedong annunciò la nascita della Repubblica popolare cinese (Rpc), Xi ha tenuto un discorso lungo un’ora, celebrando i successi raggiunti dal Partito nei suoi cento anni di storia. Presentandosi con una semplice uniforme grigia, in pieno stile maoista, ha rimarcato più volte la centralità del Partito nella crescita economica e sociale della Repubblica popolare cinese. Rifiutando l’immagine di un Paese arretrato e debole, ha ribadito con forza la volontà di riconquistare la propria posizione sulla scena internazionale.

Già nel 2014, rivolgendosi ai vertici del Partito due anni dopo la nomina a Segretario, Xi aveva dichiarato di voler rendere la politica estera cinese nuovamente proattiva, bilanciata e assertiva. La sua promessa non è stata disattesa. Negli ultimi dieci anni, la Cina ha mostrato un volto sempre più risoluto: meno disposta ad accettare compromessi e interferenze nelle cosiddette questioni interne (core interest), Pechino lavora per posizionarsi, ed essere riconosciuta, al pari delle altre grandi potenze.

Proprio questa volontà di ritrovare centralità nello scacchiere internazionale è motivo di preoccupazione per l’Occidente, dove è diffusa la convinzione che la Cina si ponga in diretta competizione con gli Stati Uniti per ottenere il primato di superpotenza e dare vita a un nuovo ordine mondiale.

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Non si tratta tanto di un cambiamento delle regole del gioco, quanto della volontà di ridefinire la propria posizione e il proprio peso all’interno del sistema internazionale. Come dimostra la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank, che finanzia i progetti della cosiddetta Nuova Via della Seta, la Cina prospera nel sistema capitalista e neoliberale, crea istituzioni a immagine e somiglianza di quelle a guida occidentale, con la differenza fondamentale che le tiene totalmente sotto il proprio controllo.

Diventa quindi necessario provare a ricostruire cosa significhi, e soprattutto cosa implichi, essere una grande potenza dal punto di vista di Pechino. Per farlo, è utile partire proprio dalla figura di Xi, che ha assunto sempre più centralità all’interno del Partito e, di conseguenza, nella vita del Paese. Dal 2018, il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” è ufficialmente entrato a far parte dello statuto del Partito comunista cinese, conferendo al leader cinese uno status equivalente soltanto a quello del Grande timoniere Mao Zedong.

Tale rilevanza è stata ribadita dal XX Congresso del Pcc, conclusosi il 21 ottobre 2022, che ha confermato Xi per un terzo mandato e consacrato la sua figura come nucleo del Partito. Non si tratta soltanto di un riconoscimento interno al Partito: il suo pensiero permea anche la società cinese. Fin dalla tenera età, bambine e bambini studiano il pensiero di “nonno Xi” (习爷爷 xi yeye): presentato come un “grande amico” dotto e saggio, il leader viene descritto come una figura paterna e un modello da seguire.

Questo percorso continua anche da adulti: all’ingresso delle biblioteche, sulle scrivanie degli uffici universitari e nelle librerie, è spesso presente un volume dalla copertina bianca con al centro il ritratto di un uomo accompagnato da una scritta in rosso. Governare la Cina di Xi Jinping, sbarcato anche in Occidente e tradotto in nove lingue, raccoglie le opere e i discorsi del leader alla guida della principale potenza asiatica. Per comprendere la politica estera cinese degli ultimi dieci anni è quindi necessario sfogliare le pagine di quel libro e tracciare il filo rosso che lega il cosiddetto sogno cinese al “secolo delle umiliazioni”.

Ciò fornisce una chiave di lettura fondamentale per interpretare assertività e contraddizioni della politica estera cinese. La cosiddetta guerra commerciale con gli Stati Uniti, le attività portate avanti nel Mar cinese meridionale e le offensive in numerosi settori economici – come quello dei semiconduttori e quello energetico – sono spesso ritenute un simbolo della rinnovata assertività cinese sotto la guida di Xi.

Allo stesso tempo, Pechino appare sempre più spesso incastrata tra la richiesta di rispetto del principio di non interferenza nei suoi affari interni e la capacità di partecipare attivamente alle relazioni internazionali. Inoltre, vi è una frammentazione a livello di attori statali che mette in discussione la visione della Cina come un blocco monolitico.

Affermare che Pechino voglia sostituire Washington come superpotenza diventa una semplificazione che non permette di esplorare sfaccettature e sfumature della politica estera cinese. Il gioco interno al Partito-Stato, all’apparenza semplice e lineare, è molto più complesso e mette in discussione il grado di “novità” della politica estera di Xi Jinping. È soltanto abbracciando la complessità della politica estera cinese, e non abbandonandosi a narrazioni confortanti perché semplificate, che si possono comprendere i movimenti sinuosi del dragone sotto la guida di Xi.

 

La nuova era di Xi Jinping. Assertività e contraddizioni della politica estera cinese, a cura di Veronica Barfucci e Lorenza Scaldaferri, Edifir, 72 pagine, 9,50 euro

“La nuova era di Xi Jinping. Assertività e contraddizioni della politica estera cinese” a cura di Veronica Barfucci e Lorenza Scaldafferi è il primo titolo della collana “Nuovi orizzonti di conflittualità”. Il progetto è realizzato in collaborazione con Lo Spiegone: fondato nel 2016 come sito di slow journalism attento alla politica e alle relazioni internazionali, e registrato nel 2020 come testata giornalistica.

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