Piazza pulitaIl cattivo tempismo di Michel e l’inconcludente incontro con Xi Jinping

La visita del presidente del Consiglio europeo a Pechino è stato un viaggio interlocutorio che non ha spostato di un centimetro diplomatico la posizione di Ue e Cina sui dossier Ucraina e Taiwan. Ed è stato fatto nel momento peggiore, nel pieno delle proteste contro il regime cinese

Charles Michel e Xi Jinping
Foto: European Union

Certo, il tempismo non è stato dei migliori. La visita del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Pechino cade proprio nel pieno delle manifestazioni di piazza contro le nuove restrizioni anti Covid imposte dal Xi Jinping. La Cina continua a chiudersi negli stessi giorni in cui in Qatar si stanno svolgendo i Mondiali di calcio aperti ai tifosi e senza l’obbligo di indossare la mascherina. Segno che qualcosa dalle parti di Pechino non ha funzionato.

Proteste simili non si vedevano da oltre trent’anni: tanti cittadini che chiedono le dimissioni del Presidente e centinaia di manifestanti arrestati dalla polizia durante le manifestazioni. La tensione resta alta ma un passo indietro di Xi sulla politica «zero Covid» significherebbe ammettere quello che dall’esterno appare evidente: la strategia occidentale è stata più efficace e così anche i vaccini. Al momento non sembra essere un’opzione.

Evitare l’escalation
Michel, secondo leader europeo a far visita a Xi dopo il Congresso del Partito Comunista di ottobre, si è trovato a dover gestire le pressioni arrivate dall’interno dell’Unione europea dove in tanti si sono chiesti se fosse opportuna una visita a Pechino in questa fase. Stando a quanto riportato da Politico, Michel avrebbe anche consentito alle autorità cinesi di effettuare su di lui un test anti-Covid – e quindi di prelevargli del Dna – segnando una discontinuità rispetto alla recente visita del cancelliere tedesco Olaf Sholz o a quella del presidente francese Emmanuel Macron in Russia all’inizio dell’anno che avevano preferito affidarsi a medici europei.

L’ex primo ministro belga si è presentato in Cina senza Von der Leyen (ci torneremo) con obiettivi ambiziosi, primo tra tutti quello di cercare di allontanare quanto più possibile Pechino da Mosca e aumentare così la pressione su Putin. Michel ha sottolineato che «L’Ue conta sulla Cina, per invitare la Russia a rispettare i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e contribuire a porre fine alla brutale distruzione e occupazione della Russia».

Xi Jinping ancora una volta non ha voluto condannare direttamente il Cremlino: «Aumentare la mediazione con mezzi politici è nel migliore interesse dell’Europa e di tutti i Paesi dell’Eurasia: nella situazione attuale, è necessario evitare l’escalation e l’espansione della crisi, insistere nel persuadere alla pace e nell’essere vigili contro i rischi in campo. La Cina è sempre stata dalla parte della pace e continuerà a svolgere un ruolo costruttivo».

«Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?»
All’ordine del giorno c’è stata anche la politica commerciale: la Cina non vuole rinunciare al mercato europeo ma l’Unione europea non può tollerare le pratiche sleali divenute sempre più frequenti. Durante uno degli ultimi Consigli Affari Esteri a Bruxelles, la preoccupazione per una dipendenza economica così forte da Pechino ha portato a un cambio di paradigma non banale e si è iniziato a parlare della Cina come di un competitor più che di un partner.

Nonostante le idee differenti sui rapporti commerciali dei ventisette leader, l’Unione europea è convinta che occorrano nuove regole e che Xi Jinping non si possa escludere dal tavolo. Il leader cinese nell’incontro con Michel ha provato a cavalcare i crescenti timori di Bruxelles nei confronti della politica commerciale di Washington, auspicandosi che Cina e Ue «possano rafforzare in futuro il coordinamento delle politiche macroeconomiche». Il tutto mentre Biden continua a fare pressioni sull’Europa perché segua la strada tracciata dagli Stati Uniti sulle esportazioni dei microchip verso il dragone.

Il punto è che le principali questioni legate al commercio, compresa quella sui chip, rientrano tra le competenze della Commissione europea e quindi di Von der Leyen. Che però a Pechino non c’era. Nell’ultimo G20 (ma ancor prima nel G7 in Germania e in occasione del “Sofagate” in Turchia nel 2021) si era vista una certa freddezza tra la leader di Palazzo Berlaymont e il Presidente del Consiglio europeo. Due modi di fare politica e due personalità differenti che devono provare a tutti i costi a coesistere nel rispetto dei propri poteri. «Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?» per dirla con le parole dell’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger.

Il nodo Taiwan
Rimane sempre aperta la questione Taiwan sulla quale la Cina non intende retrocedere. L’Europa ha recentemente alzato la pressione: un numero crescente di politici del Parlamento europeo e dei Paesi Ue hanno visitato Taiwan negli ultimi mesi. La Lituania ha deciso di migliorare le relazioni con Taipei scatenando la rabbia di Pechino che ha deciso di sospendere il commercio con il Paese baltico. Nell’incontro con Xi, Michel è sembrato cauto limitandosi a ricordare la posizione di lunga data dell’UE su Taiwan.

Insomma, quello di oggi è stato un meeting interlocutorio che continuerà a portarsi dietro i dubbi e le speranze della vigilia soprattutto su Ucraina e Taiwan. L’Ue vuole e deve avere l’ambizioso obiettivo di ritagliarsi un ruolo da protagonista al tavolo con Cina e Stati Uniti sia a livello economico che a livello geopolitico. La visita di Michel, pur senza risvolti concreti immediati, prova ad andare in questa direzione. Certo, il tempismo non è stato dei migliori.

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