Cloud seedingL’inseminazione delle nuvole è tanto affascinante quanto poco utile

Esiste una tecnica, resa possibile grazie al rilascio di particelle-nucleo da parte di cannoni, aerei o droni, che permetterebbe di stimolare artificialmente la produzione di pioggia. Non ci sono ancora prove certe in merito al suo funzionamento, ma una cosa è sicura: i suoi effetti positivi sono trascurabili

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Per tutta l’estate, quella che – termometro alla mano – ci siamo lasciati alle spalle da non molto tempo, la crisi climatica è stata al centro dell’attenzione dei media più del solito, principalmente per un motivo. In molte zone d’Europa la temperatura ha superato più volte i 40 ºC e il calore estremo ha vertiginosamente aumentato il rischio di siccità. Pericolo che, in realtà, è piuttosto alto ormai da alcuni anni. 

Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, Coldiretti dice che negli ultimi dodici mesi è caduto il trenta per cento di acqua in meno e che quindi ne mancherebbero all’appello almeno cinquanta miliardi di metri cubi. Non va meglio nel resto del mondo, dove a partire dal 2000 il numero e la durata dei fenomeni siccitosi sono aumentati del ventinove per cento. È chiaro che, oltre a dichiarare la necessità di arrestare l’avanzata del cambiamento climatico, gli esperti di tutto il mondo si sono dati da fare per trovare delle soluzioni (apparentemente) immediate, che diano insomma risultati più rapidi. Una di queste? Far piovere più o meno a comando sulle nostre teste. 

È già successo, e si dice sia stato possibile tramite una tecnica chiamata “cloud seeding”, che permette di stimolare artificialmente la produzione di pioggia all’interno delle nubi. Sul fenomeno però rimangono ancora grossi dubbi (anche sulla sua effettiva riuscita), che cercheremo di chiarire da qui in avanti. Partiamo dal primo: com’è possibile che accada una cosa del genere?

Come ci ha spiegato il dottor Sandro Fuzzi, associato di ricerca dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), il “merito” è tutto della composizione delle nuvole. Queste sono formate da goccioline di acqua o cristalli di ghiaccio (a seconda della temperatura atmosferica) che si formano quando aria umida e calda, salendo nell’atmosfera, si raffredda. 

Le stesse goccioline, per diventare tali e smettere di essere “aria”, hanno bisogno di nuclei attorno ai quali potersi condensare. «Queste particelle, di varia natura, vengono chiamate particolato atmosferico e possono essere di origine sia naturale che prodotte dalle attività dell’uomo», aggiunge l’esperto. Appreso questo, possiamo iniziare a parlare di “inseminazione delle nuvole”. Questa tecnica, ad oggi ancora sperimentale e introdotta negli anni Quaranta dal chimico e meteorologo statunitense Vincent Schaefer, propone sostanzialmente di stimolare la formazione di precipitazioni, a patto che la nuvola sia quella “giusta”. 

Infatti, non tutte sono in grado di produrre pioggia. A livello globale, in realtà, «più del sessanta per cento di esse evapora restituendo all’atmosfera il vapore acqueo e le particelle di particolato». Il meccanismo su cui il cloud seeding prevede l’iniezione nella parte alta della nuvola, dove le temperature sono di molto inferiori a 0°C, di nuclei di condensazione aggiuntivi – principalmente ioduro d’argento, che ha una configurazione cristallina simile a quella del ghiaccio – con l’intento di stimolare la formazione di cristalli di ghiaccio. «I cristalli così formati si aggregano all’interno della nuvola, crescendo fino a raggiungere dimensioni tali da cadere verso il basso sotto forma di pioggia o neve, a seconda della temperatura dell’aria». 

Per “inseminare” le nuvole e rilasciare in esse le particelle-nucleo si possono usare diversi metodi: cannoni che sparano dal suolo oppure aerei o droni dall’alto. Paesi come Stati Uniti, Russia, Australia, Sudafrica e Israele, in modo particolare, si sono già cimentati con questa tecnica, seppur non in maniera continuativa. È successo anche in Italia, quando negli anni Ottanta e Novanta sono state condotte attività mirate di seeding in Puglia, Sicilia e Sardegna, senza tuttavia risultati degni di nota. 

Ci si è cimentata anche la Cina, che nel 2008, in occasione dei giochi olimpici di Pechino, ha provato a far piovere prima dell’inizio della competizione, per evitare che le precipitazioni rovinassero la cerimonia d’inaugurazione. È successo poi anche una decina di anni dopo, quando il governo ha destinato più di centocinquanta milioni di dollari per modificare il clima e provocare quanta più pioggia possibile, immaginando così di risolvere in un colpo solo il problema di siccità e inquinamento. 

Effettivamente il giorno dell’apertura delle Olimpiadi cinesi non cadde una goccia d’acqua, a detta dell’organizzazione per merito del lavoro certosino di controllo meteorologico svolto nei mesi precedenti. Una certezza che però a livello scientifico non c’era quattordici anni fa e non c’è neppure ora. Come ci ha spiegato il dottor Fuzzi, «è certo che l’inseminazione delle nuvole alteri la loro struttura, mentre è invece ancora controversa la sua efficacia nella formazione di precipitazioni». 

È stata la stessa Organizzazione meteorologica mondiale a lasciare in sospeso la valutazione sull’efficacia o meno della tecnica per stimolare le precipitazioni. Il dubbio che rimane da sciogliere e che non ha finora trovato risposta è: siamo certi che la nuvola che ha eventualmente dato luogo a pioggia dopo inseminazione non avrebbe prodotto pioggia autonomamente? 

«Chiaramente una “prova in bianco” non è possibile e, nonostante i molti progetti scientifici condotti in varie parti del mondo su questo tema, la domanda non ha ancora avuto risposta». Motivo per cui il cloud seeding, tra le altre cose, non può essere la soluzione a cui affidarsi nella speranza di cambiare magicamente il corso degli eventi o risolvere la siccità. «Prima di tutto perché devono comunque essere presenti nuvole da stimolare, del tipo giusto e altre condizioni ancora. In secondo luogo se si considera il dubbio che ancora rimane sull’efficacia stessa della tecnica, si comprende benissimo che meglio optare e contare su altri interventi». 

Fra questi, come ricorda Fuzzi, al primo posto c’è l’azzeramento in tempi brevi delle emissioni di gas climalteranti per mitigare il riscaldamento globale, che è «causa prima della siccità della Terra». In altre parole, che funzioni o meno, l’inseminazione delle nuvole di certo non risolve le cause sistemiche della siccità. Tuttavia gli studi su tale tecnica non si sono mai fermati: molti scienziati in diversi paesi sono attivi su questo filone di ricerca. Al momento male non fa. 

Prima di tutto perché, a parte il legittimo sgomento davanti all’idea di poter controllare il meteo, visto che la pratica non è molto diffusa e che comunque le quantità di ioduro d’argento utilizzate (o altro composto utilizzato) sono molto esigue, si ipotizza che gli effetti ambientali che ne derivano siano piuttosto trascurabili. Poi perché «studiare i fenomeni naturali e, nel caso specifico, le precipitazioni è sempre utile e positivo perché aumenta comunque le nostre conoscenze» di un settore che ha il potere di influenzare numerosi aspetti della nostra vita.

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