In vino veritasI diritti imprescindibili del bevitore

Molte persone vivono il rapporto col vino come un insieme di divieti e timori reverenziali, è giunto il tempo di stendere un decalogo dei diritti del bevitore aggiungendo una postilla: il diritto di non bere va sempre rispettato

Foto Elina Sazonova - Pexels

Quando Daniel Pennac pubblicò i “diritti imprescindibili del lettore”, rivelando a lettrici e lettori di tutto il mondo che saltare le pagine e addirittura abbandonare un libro non era peccato, qualche severo censore si scandalizzò per cotanta libertà concessa; ma per molti altri, specie tra i più giovani, fu uno squarcio aperto sul mondo dei grandi. Un po’ come scoprire che si può fare il bagno dopo mangiato, o che le parolacce, in realtà, si dicono.

Molti, troppi di noi vivono il proprio rapporto col vino come un insieme di divieti, paletti e timori reverenziali, come se avessero sempre bisogno dell’assenso di un adulto. Ecco, se è vero che molte regole sono sensate, che la deregolamentazione sfrenata non è mai la soluzione, che chiedere consigli a chi ne sa di più è cosa buona e giusta, è tempo però di stendere una Magna charta – o una dichiarazione universale, fate un po’ voi – dei diritti imprescindibili del bevitore di vino.

D’accordo, non abbiamo ancora formato la costituente, ma ecco intanto una prima mozione.

1. Il diritto di non sapere nulla di ciò che sta bevendo
Cioè di bere inconsapevolmente, per il puro gusto di farlo. Enotecari e sommelier di tutto il mondo si ricordino che la maggior parte dei clienti entra in un locale soprattutto per passare dei momenti lieti, e che il vino è il mezzo e non il fine.

2. Il diritto di sapere (quasi) tutto di ciò che sta bevendo
All’inverso, avete il diritto di sapere quello che avete nel bicchiere. Non basta lo storytelling entusiasta («guarda, il tipo che fa questo vino è un mito assoluto!», con variante contemporanea «un matto vero»), non bastano le etichette freak, ci vogliono anche le informazioni essenziali: denominazione, produttore, vitigni, annata, qualche rudimento su come viene fatto e dove. Senza esagerare, però: il vostro sommelier non può sapere i giorni esatti di macerazione di ogni vino che ha in carta, né quanti fratelli ha il produttore o che marca di diraspatrici usa.

3. Il diritto di dire «non mi piace»
Uno dei diritti più calpestati. Il vino deve piacere a chi lo beve, e bisogna avere il coraggio di dirlo. Anche se costa 150€, anche se è un borgogna o un barolo (e anche se lo fa un matto vero).

4. Il diritto di “lavandinare” i vini
Se il vino non vi è piaciuto, non siete obbligati a finirlo. Se siete a casa e non volete usarlo per cucinare (vedi diritto n. 5), potete sempre versarlo nel lavandino.
L’obiezione scandalizzata per cui «dietro quella bottiglia c’è il lavoro di un anno!» è valida quanto «finisci il piatto perché nel mondo ci sono bambini che muoiono di fame»: crea traumi inutili e non cambia le cose.

5. Il diritto di usare vini buoni per cucinare
Un diffuso luogo comune vuole che per cucinare sia “un peccato” usare vini buoni. E però, se è probabilmente vero che un vino mediocre non nuocerà al vostro risotto, volete mettere il brivido di sfumarlo col vostro grand cru preferito?

6. Il diritto al piccolo chimico
A casa vostra siete liberi. Liberi di tenere le bottiglie non finite per settimane e vedere se sono ancora buone (spoiler: i vini buoni, in frigo, durano più di quanto crediate). Liberi di farvi il vostro rosato maison mischiando un rosso sardo e un bianco friulano (un consiglio: iniziate dal bianco e tingetelo poco a poco). Liberi di annacquare il vino, o di metterci il ghiaccio d’estate (non solo a casa vostra: anche al ristorante). Liberi di versare lo stesso vino in tre bicchieri diversi per vedere se cambia qualcosa. Liberi di bere il vino nei bicchieri da acqua. Vi giudicheranno, ma voi sfoderate questo decalogo.

7. Il diritto di portarsi il vino da casa
Ovvero il “diritto di tappo”: ci si porta la propria amatissima bottiglia in quel ristorante tanto buono ma con una carta dei vini pessima, si paga qualcosa per il servizio (e l’indennizzo) e la si beve senza sensi di colpa. Corollario: quando invitate a cena un vostro amico e vi porta una bottiglia, è molto probabile che tenga ad assaggiarla. Apritela, anche solo per cortesia.

8. Il diritto di non bere il vino caldo
Uno spettro si aggira per l’Italia: il rosso a temperatura ambiente. La consuetudine nacque in epoche remote in cui i vini riposavano in cantine a 12 °C ed erano bevuti in sale dove ce n’erano 17; si è poi cristallizzata ed è rimasta scolpita nella pietra in omaggio al proverbiale immobilismo nostrano. Ed eccola giunta fino a noi, in questo ventunesimo secolo in cui, però, i vini giacciono su scaffali a 20 gradi d’inverno e 30 d’estate, e vengono serviti alla stessa temperatura quale che sia, purché appunto ambiente. Provate invece a bere il rosso a 15 °C (o meno, a seconda della stagione), e scoprirete un vino più elegante, dinamico ed espressivo. Poi, se vi è piaciuto, chiedetelo anche al ristorante, con buona pace dell’attonito sommelier.

9. Il diritto di non abbinare i vini
Abbinare i vini al cibo è un’arte antica e raffinata, che sconfina nella scienza. È interessante, merita di essere approfondita, ma non è un dogma. Osservatela solo se vi diverte: se invece vi rode l’ansia perché sulla faraona con le spugnole ci starebbe un meursault ma voi avete un’irrefrenabile voglia di lambrusco, fate un respiro profondo e aprite il lambrusco col vostro sorriso più diabolico.

10. Il diritto di bere da soli
Un vieto tabù piccoloborghese vuole che bere da soli sia triste, deprimente, sospetto. Niente di più falso. Bere da soli, come mangiare da soli, può dare un sottile piacere, una pace interiore e una sorta di comunione tra bevitore e bevanda.

Bonus
Il diritto di non bere
L’alcol fa male, inutile girarci intorno. Scegliere di non bere (non bere mai, o non bere stasera) è sacrosanto, e niente è più odioso di una compagnia che ci pressi o ci forzi a farlo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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