Bollicine a confrontoIl Prosecco non è Champagne (e viceversa!)

Due icone, simbolo di due modi di bere lontani eppure vicinissimi, legati da una linea fatta di bollicine. Quali sono i punti in comune e le differenze? Con l’aiuto dell’esperto, abbiamo messo i calici sotto la lente

Foto Alexander Lesnitsky - Pixabay

“E i Francesi che si incazzano” cantava Paolo Conte: si parlava di biciclette, ma il punto della rivalità tra Francia e Italia non cambia, si parli di calcio, di formaggi o di vini. Ma c’è un’eccezione che conferma la regola. Prosecco e Champagne non sono in competizione, anzi.

«Si tratta di due prodotti iconici di due territori, di due metodi, sono simbolo del made in Italy e del made in France, talmente definiti nell’immaginario dei consumatori da non essere in concorrenza. Hanno un’identità troppo precisa, non si possono confondere, e assolutamente non si fanno guerra, tanto che in Francia il Conegliano Valdobbiadene Prosecco superiore è in netta crescita». A Parlare è Diego Tomasi, direttore del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg.

Anzi, i Francesi sembrano apprezzare il Prosecco, come sottolinea Corrado Mapelli, direttore Generale di Gruppo Meregalli, leader nella distribuzione di vini in Italia, che spiega: «La Francia è oggi il quarto mercato export per il Prosecco, dunque certamente i Francesi amano il Prosecco quanto noi Italiani amiamo lo Champagne; in merito alle tipologie dell’uno o dell’altro certamente va evidenziato come l’Italia sia uno dei Paesi con l’incidenza maggiore sulle importazioni di Champagne “premium”, il Prosecco ha al contrario una storia più recente, dunque siamo tutti curiosi di scoprire la sua evoluzione».

Perché sono simili: la varietà del territorio
Prosecco e Champagne sono due spumanti, e questo è ovvio. Ma non basta, Sono due prodotti che provengono da territori ampi e variegati, in cui si susseguono condizioni climatiche e pedologiche diverse, che danno vini con sentori aromatici differenziati.

«Delimitata da una legge del 1927, la zona di produzione dello Champagne (Aoc) si estende per poco più di 34.000 ettari, in 320 “crus” di cui 17 classificati come “Grands Crus” e 44 come “Premiers Crus”. La denominazione sorge a circa 150 chilometri a est di Parigi e si distingue per la straordinaria conformazione del suo territorio collinare, disegnato da un mosaico di micro-vigneti in cui si coltivano Pinot Noir, Chardonnay e Pinot Meunier» spiega Bastien Collard membro della sesta generazione della famiglia Pol Roger, Maison più amata da Winston Churchill e fornitore ufficiale della Corona Britannica.

A rendere unico questo territorio è una combinazione di fattori naturali irripetibile altrove: clima, suolo e topografia sono gli ingredienti del successo internazionale dello Champagne.
Chiunque visiti questo angolo di Francia può apprezzarne la straordinaria bellezza e vocazione all’eccellenza dovuta anche alla coesistenza di due diversi fattori climatici: le influenze continentali portano gelate invernali spesso devastanti, ma forniscono anche alti livelli di soleggiamento in estate. Le influenze oceaniche, invece, mantengono le temperature basse ma assicurano anche una stabilità di precipitazioni, senza grandi sbalzi di temperatura di anno in anno.

Le quattro zone dello Champagne sono la Montagne de Reims, la Vallée de la Marne, la Côte des Blancs e la Côte de Bar che comprendono 278.000 singoli appezzamenti di vigneto, ciascuno con una dimensione media di circa 1.800 mq. I vigneti di Pol Roger raggiungono oggi un’estensione di 92 ettari, tra la Valle della Marna, la Côte des Blancs e la Montagne de Reims: le vigne di proprietà costituiscono il 40 per cento degli approvvigionamenti mentre le altre uve sono fornite da viticoltori fidelizzati, legati al brand da contratti a lungo termine».

Non meno complesso il quadro territoriale in cui nasce il Prosecco, come esemplificato dalla produzione di Villa Sandi: «Grazie alle sue tenute che spaziano in tutte le denominazioni, dalle più pianeggianti zone del Prosecco Doc ai morbidi colli Asolani ai più erti e ripidi pendii delle colline di Valdobbiadene fino allo speciale cru del Cartizze, Villa Sandi è in grado di interpretare le diverse sfumature e peculiarità di ciascuna area – spiega Giancarlo Moretti Polegato, presidente dell’azienda – Tutte sono caratterizzate dalle tipiche note floreali e fruttate, esprimono i diversi terreni dove l’uva è coltivata».

Così Asolo Superiore presenta una più marcata mineralità mentre il Valdobbiadene Superiore più intensi profumi fino al Cartizze che rappresenta una perfetta armonia di carezzevole cremosità e fragrante freschezza. La Glera è coltivata nella vasta area Prosecco, ma se il vitigno è lo stesso, diversi sono le rese per ettaro e soprattutto i terreni e il microclima.

Oltre alla storica e tradizionale area collinare della Docg Conegliano-Valdobbiadene Prosecco Superiore e, più a ovest, le più morbide coline di Asolo, una più vasta area pianeggiante fornisce le uve per la produzione del Prosecco Doc.

L’area della provincia di Treviso vanta la più antica consuetudine, esperienza e vocazione vitivinicola. Anche in questa zona, vicina alla storica Docg, si produce un Prosecco fragrante, fresco e fruttato, che può vantare in etichetta la denominazione Doc Treviso a segnalare la provenienza da una area particolarmente vocata, all’interno della più vasta Doc Prosecco veneto-friulana.

Anche Moretti Polegato sottolinea come non ci sia opposizione tra Prosecco e Champagne, tanto che: «Siamo importatori e distributori di uno Champagne (il Montaudon, n.d.r.) a sottolineare che Prosecco e Champagne non sono in competizione, sono per due diversi momenti di consumo, due diversi approcci alla bollicina, da un lato la freschezza e l’immediatezza, dall’altro la complessità e l’evoluzione».

Perché sono simili 2: storia e futuro
Entrambi i vini hanno una storia antica, sono prodotti in aree in cui la tradizione enologica è radicata e risale a tempi remoti. Ed entrambi i vini vengono oggi prodotti con una grande attenzione alla sostenibilità.

«Sia noi, come Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, che loro dello Champagne partecipiamo a progetti legati al tema della sostenibilità, perché è quello che oggi il mercato chiede e perché è una scelta giusta – spiega Tomasi – e miriamo a raggiungere la certificazione ambientale nel 100 per cento dei vigneti entro il 2029. Oggi noi ci attestiamo sul 40 per cento, i Francesi probabilmente sono un po’ più avanti. Un altro percorso che stiamo seguendo insieme, ma sul quale forse siamo più avanti noi, è quello che porta a creare un dialogo sul territorio tra vignaioli e abitanti che non lavorano nel settore del vino; stiamo creando un rapporto di reciproca fiducia che sta dando ottimi risultati».

Perché sono diversi
La prima differenza è evidente: lo Champagne è per sua natura un vino più costoso e impegnativo nel suo consumo, mentre il Prosecco è un vino più “democratico”.

Bisogna poi ricordare che, mentre il Prosecco deriva da un unico vitigno autoctono, la Glera, lo Champagne deriva da varietà internazionali coltivate in tutto il mondo, Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier.

«Nello Champagne c’è un’impronta varietale composta da vitigni fortemente caratterizzanti in grado di sopportare una lunghissima sosta sui lieviti, mentre la Glera – spiega Tomasi – è un vitigno con una impronta mediamente aromatica e da un medio contenuto zuccherino».

Di qui l’utilizzo di metodi di produzione che si sono sviluppati proprio per valorizzare le diverse tipologie di uva. Il Prosecco in linea di massima viene prodotto con il metodo Martinotti, ossia con una rifermentazione in autoclave; lo Champagne è prodotto con Metodo Classico, ossia con una rifermentazione in bottiglia. «Il Metodo Martinotti – sottolinea Tomasi – mantiene la freschezza e l’eleganza dell’uva, ed esalta i suoi profumi».

Su questo concetto ritorna anche Federico Dal Bianco, vicepresidente di Masottina: «Si tratta di vini provenienti da differenti regioni del mondo e risultato di due diversi metodi di produzione, ma allo stesso tempo accomunati da una lunga tradizione e storia vitivinicola. La differenza più significativa in termini di metodo è il contenitore dove viene svolta la seconda fermentazione. Entrambi i metodi sono però il risultato ed espressione della cultura e sperimentazione enologica del territorio, volta a valorizzarne le principali caratteristiche della materia prima che determinano l’uva: il terroir e il vitigno. Il metodo utilizzato per i vini Prosecco è il Metodo Italiano (Martinotti), reinterpretato poi dalla scuola Enologica di Conegliano per permettere di esaltare le peculiarità del vitigno d’origine, proprio come lo Champenoise, riportando quindi nel nome un rimando a territorio e vino stesso».

Per esaltare la freschezza e l’aromaticità della Glera, il Metodo Prosecco prevede una fermentazione più breve: per questo spesso è stato interpretato come un vino dallo scarso valore, perché non soggetto all’evoluzione nel tempo.

«È innegabile – prosegue Dal Bianco – che lo Champagne, come i grandi metodi classici Italiani, abbia un grande potenziale d’invecchiamento, risultato proprio della fermentazione in bottiglia: io in prima persona sono un appassionato di Champagne per questo. Allo stesso tempo però, ho sempre pensato che il Prosecco, fatto con la giusta cura dei dettagli in campagna e in cantina, fosse un vino che potesse raccontare qualcosa d’interessante nel tempo. Così da una sfida personale, quella di conservare in cantina le annate dei nostri due Cru: R.D.O. Ponente, R.D.O. Levante, nasce il nostro progetto di valorizzazione del vino Prosecco attraverso la scoperta delle vecchie annate. Gli R.D.O. infatti sono apprezzati in gioventù, ma ci sorprendono con il passare del tempo, acquisendo un profilo gastronomico che li rende ancor più adatti all’abbinamento con l’alta Ristorazione; nasce così il progetto degli R.D.O. Ambassador per avvicinare il consumatore che non credeva un vino Prosecco potesse supportare un grande abbinamento e ancor di più con vecchie annate».

È dunque possibile bere Prosecco invecchiato, così come è possibile sorseggiare un Prosecco realizzato con il Metodo Classico. Ma non è questa la regola.

Una differenza legata alla commercializzazione è infatti quella sottolineata da Tomasi: «Lo Champagne dura nel tempo. Per questo i Francesi mettono in vendita ogni anno una metà della produzione. Il resto li ripongono in magazzino. Poi il mercato gestisce l’offerta: se c’è richiesta si mette in vendita anche lo Champagne rimanente. In questo modo si riesce a tenere il prezzo sempre alto. Il Prosecco non ha questa longevità: deve essere prodotto e consumato entro due annate».

Non rimane che pensare all’abbinamento, e anche su questo tema schematizzare non è semplice: «nel caso dello Champagne gli accostamenti dipendono più che altro dal fatto che ogni produttore in qualche modo firma uno stile e concorre al posizionamento della categoria: ci sono Champagne più gastronomici, altri più legati all’aperitivo alla francese (ostriche), altri più trasversali, altri più “intellettuali”». A parlare è Luca Maruffa, responsabile marketing Gruppo Cantina Produttori Valdobbiadene – Val D’Oca, che continua: «iI Prosecco a mio avviso non dovrebbe perdere la sua identità: un prodotto fresco, vibrante, trasversale, davvero adatto a molteplici occasioni. È una bollicina “social”. Credo comunque che ora anche il Prosecco, dopo il grande successo internazionale della categoria, possa arrivare a differenziarsi. Con il grado zuccherino, certo. Dal Dry, molto tradizionale e legato al fine pasto, fino all’Extra Brut, che personalmente amo per accompagnare crudi di pesce, ma anche primi piatti. Ecco il nostro “gastronomico”. Le differenze sono poi molte e nettamente percepibili se prendiamo in considerazione la tipologia delle Rive: se penso ad esempio al nostro Rive di San Pietro di Barbozza, le note di lemongrass si esprimono benissimo con il sushi. Se penso al Rive di Santo Stefano, le abbinerei invece a una frittura delicata».

E se alla degustazione freschezza e aromaticità sono le parole che definiscono il Prosecco, mentre ricchezza e intensità raccontano lo Champagne, l’ultima parola rimane ai gusti di chi acquista e beve il vino: «Non dovrebbero esistere consumatori diversi a prescindere – conclude Mapelli – ma certamente prodotti diversi, o meglio più giusti in base al momento e alla esperienza di bevuta ricercata. Chi sa bere bene sa cosa e quando scegliere».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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