Una nuova speranzaLe proteste in Iran non si fermeranno fin quando non crollerà la Repubblica islamica

Per la prima volta tutto il Paese è coinvolto in una rivolta che ha uno slogan che non è legato ad alcuna richiesta economica o a generiche riforme. L’obiettivo è anzi ben preciso: la fine della dittatura degli ayatollah e l’abbattimento del “regime di apartheid di genere”

AP/Lapresse

La rivoluzione in Iran sta mostrando caratteristiche inimmaginabili e senza precedenti nei quarantatré anni di regime teocratico. E sembra che stia vivendo un momento decisivo. In una prima fase vi è stata una rivolta in alcune piccole città delle province curde del Paese, insorta dopo l’uccisione della giovane ventiduenne Mahsa Amini, curda di Saqqez, massacrata di botte il 16 settembre in un furgone della cosiddetta “polizia morale” che l’aveva arrestata perché non indossava correttamente il velo come prescrive la legge islamica.

L’uccisione di Amini ha sconvolto tutto l’Iran. Subito la protesta è divampata in più di cento città e ha visto al centro le donne. Nella capitale Teheran si è avviato un processo rivoluzionario spontaneo che è dilagato in tutto il Paese e ha coinvolto larghi strati della popolazione. La rivoluzione è così entrata in una seconda fase in cui donne e uomini, giovani e anziani, sono scesi per le strade, dai quartieri ricchi di Teheran a quelli poveri delle più remote province e campagne, del sud, dell’est e dell’ovest. Un evento, questo, decisamente unico nella storia iraniana, e che non si era verificato nelle due rivoluzioni precedenti. A quella costituzionale del 1905 prese parte solo un’élite, prevalentemente di due grandi città: Teheran e Tabriz. Quella del 1979, invece, fu una rivoluzione sostenuta dalla Francia che è stata molto rapida nel suo processo e comunque non ha interessato tutti gli strati sociali.

Ora è la prima volta che tutto il Paese partecipa a una rivolta con uno slogan molto preciso non legato ad alcuna richiesta economica o generica riforma, come spesso è accaduto in passato quando movimenti politici con insegnanti, pensionati, studenti o minoranze etnico-religiose rivendicavano diritti e riforme. Richieste a cui il regime riusciva in qualche modo a fare fronte, disinnescando subito le proteste.

Ora gli slogan che rimbalzano in ogni angolo dell’Iran sottendono un obiettivo ben preciso: il crollo della Repubblica islamica con l’abbattimento del “regime di apartheid di genere”.

La terza fase di questo processo rivoluzionario ha visto il coinvolgimento delle fabbriche, in particolare dei lavoratori del petrolchimico e anche di molte città che erano tradizionalmente sostenitrici del regime oscurantista e della rivoluzione khomeinista del 1979.

La quarta fase ha visto l’ingresso degli studenti universitari che sono riusciti a trascinare nella protesta anche i liceali e addirittura gli alunni delle scuole medie.

Questa caratteristica ha particolarmente allarmato il regime che ha risposto alzando il livello della repressione. Nei licei di Teheran ha fatto irruzione la “polizia morale” che ha l’obbligo di monitorare e assicurare che le “regole etiche” islamiche siano rispettate. Ha sequestrato un gran numero di studenti che avevano violato il codice islamico per rieducarli nei campi della moralità.

Asra Panahi, una ragazza di 15 anni, ha pagato con la vita il suo rifiuto di cantare l’inno alla Guida suprema Ali Khamenei. È stata infatti picchiata a morte nel suo liceo di Ardabil dai miliziani delle forze di sicurezza che avevano fatto irruzione nella scuola lanciando gas lacrimogeno.

Dunque, oltre alle donne, i protagonisti della rivoluzione sono anche gli studenti universitari di oltre centodieci istituzioni accademiche di tutto il Paese e i liceali delle maggiori città dell’Iran.

Questo movimento spontaneo, non organizzato da alcuna struttura di opposizione, politica o religiosa, è “senza testa” ed è apertamente e strenuamente contrario alla struttura conservatrice-islamica del regime; in questo senso si mostra come un movimento molto “occidentale” che fa suonare la campana a morto per la Repubblica islamica.

La dinamica delle manifestazioni è sempre più dirompente e con un linguaggio sempre più diretto. La nuova generazione iraniana è in contatto con il resto del mondo attraverso i social e ha scelto di non farsi guidare e strumentalizzare da alcuno e di usare metodi rigorosamente pacifici densi anche di simbolismi. E ciò non era mai accaduto prima.

Questa è la differenza fondamentale rispetto alle proteste del 2009, del 2017 e del 2019. Questo movimento popolare e spontaneo, letteralmente insorto nelle piazze e nelle strade, ha piuttosto radici nelle coraggiose e iconiche proteste del “Mercoledì bianco” del 2018, quando a Teheran giovani donne si vestivano di bianco e si toglievano il velo in una pubblica piazza per sventolarlo come una bandiera. Per il regime oscurantista degli ayatollah questo gesto è una “blasfemia”, una sfida alle leggi islamiche che impongono alle donne di tenere sempre il capo e i capelli coperti e di indossare vestiti lunghi e larghi “per non eccitare gli uomini”.

Ora le donne di tutte le province dell’Iran si tolgono l’hijab e gli dànno fuoco, lo fanno con rabbia strappando dagli edifici pubblici le foto di Khamenei, di Khomeini e di Qassem Soleimani, il comandante della Forza Quds ucciso dagli americani. Lo stesso fanno le giovani adolescenti nei licei che si fanno fotografare mostrando il dito medio accanto ai ritratti dei mullah appesi alle pareti della loro classe. Sfidano apertamente la regola dell’hijab e pubblicano in rete le foto e i video delle loro performance per incoraggiare tutte le altre donne alla ribellione.

Dal 16 settembre si registra un’ondata di sfida contro il sistema a colpi di simbolismi. L’hijab è il simbolo dell’oppressione; i capelli tagliati, le ciocche dei capelli che le donne stringono tra le mani dopo essersi rasate il capo, sono il simbolo del dolore, del lutto, del coraggio, della rabbia e dell’orgoglio. Durante il genocidio perpetrato dall’Isis nel 2014 a Shengal, nel nord dell’Iraq, le donne ezide (e cioè appartenenti al popolo degli ezidi, più comunemente chiamati anche yazidi, ndr) sono state viste tagliarsi i capelli.

Ma, attenzione, l’hijab ha un alto valore simbolico, è come il Muro di Berlino: i manifestanti credono che se lo si abbatte l’intero sistema crollerà.

L’abolizione dell’obbligo dell’hijab, dunque, non è il limitato, unico, obiettivo della loro rivoluzione. Abbattere il regime che impone l’“apartheid di genere” significa abbattere l’intero sistema della Repubblica islamica. È in questo senso che va inteso il simbolismo dell’hijab e la lotta contro l’apartheid di genere.

I manifestanti in sostanza vogliono il crollo della teocrazia dalla quale si sentono oppressi dal 1979, vogliono vivere in democrazia e libertà, in un sistema in cui siano rispettati i diritti di tutti. Con i media tradizionali completamente controllati dallo Stato, gli iraniani si sono riversati sui social come Facebook, Instagram, Telegram, Twitter e WhatsApp, per manifestare il loro rifiuto della Repubblica islamica, aggirando la censura grazie ai provider VPN.

Milioni di persone seguono le campagne sui social media con gli hashtag #MyStealthyFreedom (La mia libertà rubata) in riferimento alla lotta contro l’apartheid di genere, #WalkingUnveiled (Camminare senza velo), #MenInHijab (Gli uomini in hijab) e #MyCameraIsMyWeapon (La mia macchina fotografica è la mia arma). L’Iran ha oltre 130 milioni di abbonamenti di telefonia mobile, il che costituisce, in un Paese di 84 milioni di abitanti, un incredibile tasso di penetrazione del 161 per cento dei telefoni cellulari. In media ogni persona possiede più di un telefonino.

Ma il modo più efficace per comprendere cosa sta accadendo in Iran e cosa significa questa rivoluzione della “generazione Z” è ascoltare i messaggi che essa lancia in Rete. I giovani sono consapevoli che «la vita può essere vissuta in modo diverso» e non vedono altra speranza se non quella del salvifico abbattimento di questo regime. Con eroico coraggio affrontano le milizie dei pasdaran a braccia aperte e gridano loro: «Non abbiamo paura dei tuoi proiettili, uccidici pure, ma non potrai uccidere la nostra voglia di libertà».

Insomma, si comprende che la nuova generazione iraniana è molto determinata a liberarsi del regime teocratico, come se il proprio Paese fosse stato occupato da mostri, da essere alieni venuti dallo spazio che l’hanno ghermita e ridotta alla segregazione. Nei suoi slogan grida: «Via i mullah!», «Mullah andate al diavolo!», «Vogliamo essere lasciati in pace», «Via la Repubblica islamica dall’Iran». E chiede alla comunità internazionale di non sostenere più un regime criminale che la opprime. I manifestanti, dunque, non stanno chiedendo all’Occidente un sostegno per abbattere il regime, perché non ne hanno bisogno: ad abbattere la Repubblica ci stanno pensando loro mettendo in gioco la propria vita.

La video blogger di 16 anni, Sarina Ismailzade, uccisa il 23 settembre a manganellate in testa dalle forze basiji durante una protesta a Gohardasht, nella provincia di Alborz, aveva riassunto questo atteggiamento in un video-clip sul suo canale YouTube, postato poche ore prima di morire: «Non siamo come la generazione di vent’anni fa, che non sapeva che cosa fosse la vita al di fuori dell’Iran. Ci chiediamo perché non possiamo divertirci come le adolescenti di New York o Los Angeles».

Sarina in un altro suo video cantava la canzone Take Me to Church del musicista irlandese Hozier, che è diventata un inno alla libertà e all’amore per i quali si può morire. Per le strade del loro Paese queste giovani donne combattono, pacificamente, a mani nude, contro un regime armato fino ai denti, pronte a rischiare tutto. Le coraggiose ragazze dell’hijab sono ora diventate l’incubo di Ali Khamenei.

Il fatto che le proteste non abbiano una leadership rende difficile alle forze di sicurezza iraniane porre fine alle manifestazioni perché non vi sono dirigenti da imprigionare o eliminare. In questo caso ogni manifestante è esso stesso un leader e dunque le rivolte non si spengono e anzi si autoalimentano perché raccolgono le simpatie e il sostegno di strati sempre più vasti della popolazione.

La strategia del regime è quella di usare la forza più feroce per trascinare nelle proteste gruppi di opposizione e scatenare una reazione violenta nella popolazione, compresa la vasta minoranza curda. Questa strategia mira a far perdere il vasto consenso che vi è nel Paese verso i giovani manifestanti e a dividere l’opinione pubblica muovendo anche la leva del nazionalismo e accusando i curdi di voler creare un Kurdistan iraniano indipendente, un luogo comune, questo, che viene tirato fuori ogni volta che il regime si sente vulnerabile.

La rivoluzione è dilagata anche nei centri più conservatori dell’Iran, come nelle province più remote, dalle aree curde più povere del Paese a quelle del Sistan-Balucistan. Nell’Università della città santa sciita di Qom, cuore del conservatorismo della Repubblica islamica, durante una conferenza, le studentesse col velo hanno irriso i rappresentanti del governo presenti nell’aula magna, gridando: «Azadi, azadi, azadi» (Libertà, libertà, libertà). Questo è un chiaro segno che è tutto un Paese a insorgere.

Da Zahedan, nella provincia iraniana del Sistan-Balucistan, dove il regime ha trucidato novantasei civili in una moschea, a Teheran, il ballo si sta diffondendo come un’epidemia tra giovani e anziani. Nonostante la brutale repressione, donne e uomini escono fuori dalle case a ballare contro la tirannia e l’ingiustizia. Ballano insieme attorno a un fuoco, ancestrale retaggio della vittoria degli oppressi sugli oppressori.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter