Modello autoritarioLa Cina non è vicina. È già qui, da un pezzo

Pechino ha una strategia fondata su questo assunto: il successo economico cinese prova che la via verso lo sviluppo e il benessere non deve più passare per forza dalla democrazia

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Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 ordinabile qui.
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Le immagini del ventesimo Congresso del Partito comunista cinese, che si è concluso con l’epurazione in diretta dell’ex premier Hu Jintao e la consacrazione di Xi Jinping a leader supremo per un terzo mandato, raccontano una svolta politica che sta mutando profondamente non soltanto la Cina, ma l’intero sistema delle relazioni internazionali su scala globale. Sul piano interno la svolta autoritaria è ormai definitivamente compiuta e la poca dialettica del passato è stata sostituita da una nuova leadership di uomini di assoluta fiducia del satrapo. Completano il quadro: la durissima repressione delle minoranze etniche, dal Tibet allo Xinjiang; la creazione del sistema più avanzato di controllo politico e sociale al mondo con un mix di tracciamento, riconoscimento facciale e crediti sociali rilasciati in base all’affidabilità nei confronti del regime; un aumento esponenziale delle spese militari

La sfida lanciata da Xi Jinping non riguarda però soltanto il “Paese di mezzo” ma l’intero pianeta, nella consapevolezza che la Cina sia ormai in grado di competere direttamente con il modello politico ed economico delle democrazie liberali.

L’illusione del mondo occidentale di avere incluso la Cina in un sistema economico globale, confinandola al ruolo di “fabbrica del mondo” nella quale delocalizzare a piacimento le proprie produzioni a costi ridotti, si è rivelata per molti versi ingenua. In pochi anni, la Cina di Xi ha cambiato le regole della geopolitica mondiale, non soltanto affermandosi come un nuovo e importante attore, ma introducendo anche una forte dinamica competitiva e proponendosi come modello alternativo alle democrazie liberali dell’Occidente.

Il progetto del capitalismo senza democrazia di stampo orientale corre lungo i binari e le rotte marittime della nuova Via della seta fra Europa, Asia e Africa, facendo proseliti fra le componenti più deboli dell’Occidente: i Paesi dell’ex Europa sovietica tentati dal populismo di Viktor Orbán in Ungheria e dall’orgoglio neobalcanico di Aleksandar Vučić in Serbia, fino all’Italia, primo Paese del G7 e unico fra i fondatori dell’Unione europea ad avere aderito al progetto della Belt & Road Initiative durante il primo governo Conte.

La Cina di Xi, chiudendo a ogni forma possibile di democrazia in nome del rispetto assoluto della “sovranità nazionale”, rappresenta anche un modello di sviluppo alternativo al sistema di Bretton Woods. Un modello attrattivo per quei Paesi africani, mediorientali e asiatici che apprezzano quei finanziamenti allo sviluppo che sono incuranti della tutela dei diritti dei lavoratori o del rispetto degli standard ambientali.

La narrazione di regime propone la nuova Via della seta come un regalo della “saggezza cinese” allo sviluppo mondiale, in realtà si tratta di un disegno geopolitico con obiettivi precisi: ampliare il proprio spazio economico verso l’Africa e l’Europa; creare rapporti bilaterali rafforzati con i Paesi maggiormente “delusi” dall’Occidente; incrementare il soft power di Pechino nel mondo. In ultima istanza, esportare il proprio modello autoritario.

Il modello cinese ha affascinato diversi Paesi per il suo approccio pragmatico e soprattutto per l’assenza di tutti i vincoli normalmente posti dalle istituzioni occidentali: sostenibilità finanziaria, rispetto dei diritti umani, regole rigide in materia di corruzione, verificabilità dei progetti.

Quest’approccio senza vincoli ha portato diversi Paesi aderenti al progetto della nuova Via della seta ad accedere a ingenti finanziamenti cinesi per la realizzazione di infrastrutture, prevalentemente portuali e ferroviarie, che hanno determinato un indebitamento eccessivo e spesso insostenibile nei confronti di Pechino: si tratta della cosiddetta “trappola del debito”, che ha reso molti Paesi troppo vulnerabili e dipendenti dalla Cina.

Ma la nuova proiezione globale della Cina di Xi necessita, per potersi sviluppare in modo compiuto, di una piena normalizzazione dei suoi confini più prossimi. Da qui le scelte militari nel Mar Cinese Meridionale, il soffocamento di ogni residua libertà a Hong Kong, insieme al progetto di riunificazione alla madrepatria dell’isola ribelle di Taiwan.

L’occupazione militare delle centinaia di atolli del Mar Cinese Meridionale (le isole Spratly e Paracel), con la costruzione di grandi basi militari nell’arcipelago, ha rappresentato una violazione di decine di trattati internazionali e un’occupazione illegale di un immenso spazio marittimo, che ha aumentato le tensioni con tutti i Paesi del Sudest asiatico (Vietnam, Thailandia, Filippine e Malaysia), determinando una nuova corsa agli armamenti in tutta la regione.

Il pugno di ferro sulla ex città-Stato di Hong Kong ha definitivamente posto fine alle rivolte studentesche del 2019 e del 2020 e, con l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale, è stato definitivamente tradito l’impianto giuridico del patto sino-britannico che portò alla promulgazione della Basic Law, che fino al 2020 ha garantito lo status della città libera di Hong Kong.

L’isola democratica cinese di Taiwan è oggetto di una crescente minaccia militare da parte di Pechino che ha violato centinaia di volte il suo spazio aereo, realizzato imponenti manovre militari dopo la visita della delegazione del Congresso americano guidata da Nancy Pelosi, e dichiarando l’intenzione di voler giungere all’unificazione con ogni mezzo, per modificare con la forza l’attuale status quo. Ma la sfida è globale e Pechino ha messo in cantiere una strategia articolata per esportare il proprio modello autoritario.

La narrazione cinese si fonda su un assunto: il successo economico della Repubblica Popolare è la prova che la via dello sviluppo e del benessere non passa più attraverso il modello delle democrazie liberali e che, pertanto, il modello cinese può offrire una nuova opzione a quei Paesi che vogliono velocizzare il proprio sviluppo preservando le proprie caratteristiche e mantenendo quindi il diritto di scegliere se incamminarsi lungo un processo democratico o mantenere il proprio assetto autocratico.

Nei diversi Paesi africani che hanno aderito alla nuova Via della seta le progettazioni infrastrutturali e le concessioni minerarie sono state affiancate dalla condivisione di un’ampia gamma di tecniche per controllare la pubblica opinione e la società civile; per implementare la cybersicurezza in funzione della soppressione del dissenso; per promuovere il controllo dei media; per governare la rete Internet sul modello del Great Firewall cinese.

Il recente progetto lanciato da Pechino della Global Security Initiative, completa il quadro con la cosiddetta dottrina della “sicurezza indivisibile”, citata sia da Vladimir Putin prima della guerra sia da Xi durante il suo discorso di investitura nel Congresso del Partito comunista cinese, quando entrambi hanno attaccato l’allargamento della Nato, come motivo per legittimare sia l’invasione dell’Ucraina sia la propria “alleanza senza limiti”.

All’interno della cornice della Global Security Initiative sono nati gli accordi di sicurezza con le Isole Salomone, il “dual-use” commerciale e militare delle concessioni portuali nell’Oceano Indiano (da Hambantota in Sri Lanka fino a Gwadar in Pakistan), l’esportazione della tecnologia di sorveglianza e controllo in molti Paesi della nuova Via della Seta.

La guerra in Ucraina, mai condannata da Pechino, sta infine rafforzando ciò che appare essere sempre più un vera e propria Alleanza delle Autocrazie che è in diretta competizione politica e militare con l’Europa, l’Occidente e la comunità delle democrazie e che si articola sempre più lungo l’asse Mosca-Teheran-Pechino. Le forniture militari, di droni oggi e di missili domani, da Teheran a Mosca; lo sbocco energetico ed economico garantito dalla Cina a Iran e Russia, entrambe sotto ampie sanzioni occidentali; il sempre più stretto coordinamento delle autocrazie nelle organizzazioni internazionali, completano il quadro.

L’ex leader di Tienanmen, Wu-er Kaixi, in esilio da più di trent’anni a Taiwan, durante uno dei nostri ultimi incontri mi fece notare: «Spesso in Occidente ritenete che la Cina sia quasi giunta alla porta di casa, ma non è così: è già entrata nel vostro soggiorno e vi chiede di cambiare il vostro stile di vita per adottare il suo». L’Occidente è avvisato.

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