Costruzione dal bassoIl miracolo del Marocco non è solo sportivo, ma anche politico

È il solo paese arabo-islamico che si possa definire democratico e la squadra che ha battuto la Spagna riflette uno Stato moderno in cui la religione non è violenta ma si evolve con la società

LaPresse

Il pallone è rotondo e guai a strologare sentenze per cavare lezioni epocali da una partita dei mondiali. Ma la coincidenza è troppo grossa per resistere alla tentazione di spiegare che c’è un mondo di intrecci interessanti dietro il 3 a 0 con cui il Marocco ha battuto la Spagna in Qatar e giocherà quindi i quarti di finale. Questa vittoria è caduta infatti proprio nel giorno in cui l’Indonesia ha definito reato il sesso fuori dal matrimonio, punito addirittura con un anno di carcere, così come la promozione della contraccezione. Per coincidenza dunque, nello spazio di poche ore, abbiamo visto gli effetti perversi  di un governo dell’Islam fondamentalista nell’Indonesia, il più popoloso paese islamico del mondo. All’opposto, sul campo abbiamo visto invece gli effetti modernizzatori di un governo dell’Islam evolutivo nel Marocco, unico e solo paese arabo-islamico a democrazia compiuta. Il tutto, nei giorni bui e sanguinosi che l’Islam iraniano impone al suo popolo di strage in strage 

Non tiriamo dunque per i capelli la realtà se scorgiamo una qualche linea di continuità tra la clamorosa vittoria del Marocco sulla Spagna ai mondiali e l’unicità di quel paese musulmano che, solo, accetta le sfide della modernità, vive un Islam non dogmatico ma evolutivo, sia pure con prudenza estrema e mille contraddizioni. 

Certo, il pallone è rotondo e guai a fare sociologia d’accatto su una partita finita ai calci di rigore. Ma l’intrico dei rapporti tra Spagna e Marocco invoglia a riflettere. Soprattutto perché, caso unico nella storia, quel Marocco che nell’Ottocento divenne in parte colonia della Spagna, prima e per secoli, aveva colonizzato e dominato la Spagna, o meglio, la feconda e ridente Andalusia sotto il dominio dei sultani berberi Almoravidi e poi Almohadi.

È storia antica e complessa ma non è un caso che quel crogiolo di fedi che fu l’Andalusia abbia prodotto a Cordova, nati a pochi anni di distanza e probabilmente riforniti dagli stessi librai ebrei, sia Averroé che Mosé Maimonide. Allora erano i dotti ebrei a tradurre Aristotele e l’ellenismo a cristiani e musulmani, e da essi Averroé ha attinto il razionalismo, inascoltato ahimè tra i Musulmani e così il Maimonide che trasportò l’ebraismo nella modernità.

In quel antico pensiero limpido e ibrido ha dunque le sue radici l’Islam di un Marocco che in seguito, unico paese arabo al mondo, sotto la dinastia degli Alawidi, ha resistito per secoli al dominio oppressivo e oscurantista dell’impero ottomano.Quella storia di fiera indipendenza nazionale dei marocchini e quel loro Islam così fecondato dalla modernità ellenistica, ebraica e cristiana c’entra col 3 a 0? In qualche modo sì. 

I grandi risultati sportivi, pur sempre debitori alla Dea Fortuna, sono il prodotto di un profondo retroterra fatto di agonismo diffuso, di organizzazioni efficienti, di un forte e maturo equilibrio mentale e nazionale. Dunque, questa squadra del Marocco riflette un paese moderno, l’unico in cui l’Islam non è d’impaccio violento e invece, lentamente, con prudenza, si evolve.

L’unico paese arabo che dagli anni cinquanta in poi ha stretto forti legami sotterranei con Israele (a Rabat il Mossad è sempre stato di casa), riconosciuto poi formalmente con gli accordi di Abramo. Insomma, nella palude di un Islam che arretra e regredisce – lo straricco Qatar impone in mondovisione la arretratezza delle sue regole – il Marocco ci mostra l’Islam che anche altrove avrebbe potuto essere, ma non è stato.

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