Il campione antipaticoIn Qatar Neymar ha l’ultima occasione per sfatare la sua maledizione

Da quando ha undici anni il fenomeno del Brasile è considerato un predestinato. Gli hanno sempre rinfacciato di non essere stato epocale come Ronaldo, inebriante come Ronaldinho, geniale come Rivaldo, Ora con la squadra più forte del torneo può entrare nella leggenda

LaPresse

All’inizio della miniserie Netflix in tre puntate Neymar – Il caos perfetto è lui stesso, il protagonista, a suggerire che il modo migliore per cominciare sarebbe con gli insulti, tutte le offese che non gli hanno mai risparmiato. Quelli che O’Ney è: fuffa, un brand, un pacco, il più sopravvalutato di sempre perché il più caro di sempre, un viziato. E soprattutto: un tuffatore. Neanche l’ultimo infortunio a confermare il rapporto tormentato con i Mondiali dell’attaccante brasiliano, nemmeno la fotografia della caviglia gonfia e livida all’uscita dal campo nella partita contro la Serbia hanno convinto questi haters. Staranno schiumando, adesso che è il numero dieci verdeoro è tornato in campo, ai Mondiali in Qatar, nella goleada contro la Corea del sud, dopo l’infortunio che l’aveva tenuto fuori per due gare dei gironi.

A Neymar non hanno mai chiesto tanto: hanno sempre chiesto tutto. Di mantenere la promessa che ha cominciato a essere a undici anni, di somigliare e di eguagliare i grandi del calcio carioca, di esaltare come quelli, di vincere, di riportare al Brasile la Coppa del Mondo – sarebbe la sesta. Che la gente perdona tutto tranne il successo spiega come questo wunderkind sia diventato il giocatore più detestato in assoluto.

«Per la famiglia e per chi mi conosce sono Batman, per chi non mi conosce sono Joker». O peggio: una specie di vigliacco, un illusionista, eclettico del gioco di prestigio che elude e finge, tuffatore che si rotola per metri diventando un meme – certo molto divertente –, icona della scorrettezza, della simulazione. Contro la Serbia ha subito nove falli, record al Mondiale, e non un’eccezione: è uscito dal campo zoppicante, la caviglia come una zampogna. Eccolo il tuffatore in uno sport in cui difensori di marmo e centrocampisti truci non risparmiano la sceneggiata, il gridolino per un fallo.

A Neymar però non è perdonato: il caos perfetto non è lui, è quello che crea in un calcio sempre più organizzato, schematico, a tratti telecomandato, le sue giocate sono la stella che balla partorita da quel caos. Perciò è braccato, malmenato, atterrato, senza pietà. Ma la vulgata attacca: «È un tuffatore». Lo ha ribadito perfino Lothar Matthaus a Mondiali. Il tuffatore più famoso al mondo, altro che Paestum. Ancora peggio da quando nel 2017 è passato al Paris Saint Germain dell’emirato del Qatar: 222 milioni di euro. Gigi Riva (altra era geologica: i calciatori non erano i brand di oggi) ha raccontato nella sua autobiografia Mi chiamavano rombo di tuono (Rizzoli) che rifiutò l’offerta che arrivò al Cagliari dalla Juventus – sei giocatori più quasi due miliardi di lire – non solo perché era «immorale» ma anche perché «per essere all’altezza di quella valutazione avrei dovuto segnare tre gol a partita». O’Ney ha invece scelto di diventare il calciatore più pagato di sempre. E il più detestato, antipatico, montato.

Il talento di O’Ney lo ha costretto alla sua maledizione: quella del predestinato, il depositario di un genio spontaneo e non addomesticabile, impossibile da creare artificialmente, che sopravvive alle mode del pallone. La Neymarmania è esplosa ben prima del suo brand. Da quando neanche adolescente si cominciava a parlare di lui, da quando a quattordici anni rifiutò il Real Madrid per restare in Brasile, da quando riportò la Copa Libertadores al Santos dopo che c’era riuscito per ultimo Pelé negli anni Sessanta. 

Per il suo talento lo hanno sempre fatto sentire in debito con il calcio: gli hanno sempre rinfacciato di non essere stato epocale come Ronaldo, inebriante come Ronaldinho, geniale come Rivaldo, elegante come Kakà, spietato come Romario, esaltante come Zico, raffinato come Rivelino, inarrivabile come Pelé, alegria do povo come Garrincha. “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”, recita il Vangelo di Luca.

A Neymar non hanno perdonato neanche l’appoggio al presidente uscente di ultradestra, il nostalgico della dittatura Jair Bolsonaro. Come lui – con sfumature e maniere diverse – anche Dani Alves, Rivaldo, Pelé e Ronaldinho, Robinho e Felipe Melo. Solo Neymar – tutt’altro che encomiabile, certo – però è stato massacrato, nessuna via di mezzo ammessa tra lo shut up and dribble e l’atleta engagé. A tutte queste aspettative O’Ney ha dovuto cedere pezzo dopo pezzo la sua vita, la sua intimità tra sponsor, gossip, pressioni, interviste, psicodrammi, il calciatore-azienda, un Paese che vive per il futebol. «Quando penso alla mia vita penso che un po’ di anonimato non guasterebbe», ha confessato lui stesso.

Neymar è come la reginetta dall’istituto: la più bella, la più brava per giunta, quella premiata a ogni ballo di fine anno, perciò anche la più invidiata. Che poi a conoscerla un po’ è sempre meno peggio di quanto ci si aspettasse: sembra una che se la tira, e invece. A osservarlo da più vicino, dai social come da quella miniserie Netflix, sembra vedere a tratti un ragazzino – anche se con un figlio a soli diciannove anni, anche se tra gli atleti più famosi e pagati al mondo -, un bambino imprigionato nel suo prodigio. Che gioca a Playstation, che si rifugia nell’amicizia, che si gasa quando i tifosi del PSG cantavano «figlio di puttana» per le voci di un suo ritorno al Barcellona, che si diverte alle feste e con la musica – e anche quello puntualmente diventa un problema per il gossip.

Agli ottavi è tornato protagonista, come Messi e Mbappé con Argentina e Francia. è stato determinante anche se non decisivo. Dopo tredici minuti ha messo dentro il rigore che lo porta a una sola lunghezza dal marcatore all time del Brasile: Pelé, a quota 77. 

O’Ney in Qatar ha l’opportunità unica, con una delle squadre più forti del torneo, di sfatare la maledizione che si porta addosso, di risolvere il suo conto in sospeso con i Mondiali dopo che nel 2014 un infortunio sofferto con la Colombia lo aveva costretto al ritiro e risparmiato dal Mineirazo (1 -7 del Brasile contro la Germania, quello sì uno psicodramma). Il ragazzo prodigio può diventare Re nell’emirato. Per tutti gli altri, per gli haters: pazienza. Come dice la madre: «Non rende tutti felici dio, figuriamoci Neyma».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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