Il Re delle ForbiciOssie Clark reinventò la moda del passato mentre tutti pensavano al futuro

Al Museo del Tessuto di Prato, fino all’8 gennaio, il primo percorso espositivo in Italia dedicato allo stilista britannico e alla sua ex moglie (nonché braccio destro e grande esperta di tessuti) Celia Birtwell

Jim Lee, Ossie Clark, Aeroplane, 1969 © Jim Lee

Un talento noto spesso solo agli storici di moda o agli appassionati della Swinging London, quello di Ossie Clark (1942-1996), e che invece merita di essere iscritto nel pantheon dei designer che cambiarono il modo nel quale si vestiva la giovane generazione londinese degli anni Sessanta, influenzando anche gli armadi al di là della Manica. Un compito, quello di rispolverare la nostra memoria, del quale si è incaricato il Museo del Tessuto di Prato, dove è attualmente visitabile la mostra Mr & Mrs Clark. Ossie Clark and Celia Birtwell | Fashion and Prints 1965-74, il primo percorso espositivo in Italia dedicato al designer e alla sua ex moglie, Celia Birtwell, fedele braccio destro ed esperta di tessuti, senza la quale quel successo – quello che portò i vestiti di Ossie ad essere scattati da David Bailey su Vogue, appena dopo la fine del percorso scolastico – non sarebbe stato possibile. 

Curato da Federico Poletti, il percorso espositivo si compone degli abiti che arrivano dall’archivio di Massimo Cantini Parrini (costumista candidato all’Oscar nel 2021 per “Pinocchio” e vincitore di diversi David di Donatello per “Il racconto dei Racconti” di Garrone e “Indivisibili” di Edoardo De Angelis) ma anche dai prestiti della famiglia Clark e della stessa Birtwell, insieme ad alcuni pezzi provenienti dalla collezione americana di Lauren Lepire. Video interviste, scatti fotografici, bozzetti originali, completano il quadro di un percorso che scava nella nostra memoria comune, e che arriva fino a King’s Road, di cui Ossie Clark era definito l’indiscusso Re, non molto distante da Biba, che operava negli stessi anni, e da Mary Quant. 

Courtesy of Museo del Tessuto di Prato

A ben guardarli, questi abiti, si comprende perché fecero sensazione, in quegli anni, e quale fosse il vero, lapalissiano talento di Ossie Clark: quello del taglio, di cui il designer andava orgoglioso. «Sono un maestro tagliatore, il Re delle Forbici». E quei tagli, figli degli studi su Madeleine Vionnet (sua santità indiscussa del taglio di sbieco) e Paul Poiret, consentivano alla figura di muoversi liberamente, come se fosse costantemente troppo impegnata a danzare per degnarsi di camminare come tutti gli altri esseri umani. Volumi che rinvenivano anche dall’ossessione di Ossie Clark per la danza e per Vaslav Nijinsky – tra i più talentuosi ballerini che la storia e i Balletts Russes abbiano conosciuto – e che conquistarono tutte le donne che si sentivano a disagio con le minigonne di Mary Quant. 

Capace come pochi di cogliere lo Zeitgeist, Clark visse in un periodo nel quale le stelle erano perfettamente allineate per la sua ascesa, incontrando tra i banchi del Regional College of Art quella che sarebbe diventata la sua compagna, Celia Birtwell, fine conoscitrice di tessuti e autrice lei stessa di alcune tra le stampe più riconoscibili legate al periodo della Swinging London – quello nel quale Londra incontrò la psichedelia, e Ossie produceva le sue collezioni per Quorum, negozio del quale era proprietaria Alice Pollock. 

Impossibile citare tutte le creazioni di Birtwell che lo resero noto, persino secondo la designer stessa, oggi ancora viva e dedita alla preservazione di quel patrimonio artistico. «La mia stampa preferita rimane la Mistic Daisy, a volte chiamata Floating Daisy: è probabilmente quella che disegnai più in fretta, quando l’ispirazione giocava un ruolo importante nel processo creativo. Passò da sketch e tessuto stampato più in fretta di qualunque altro prodotto io abbia mai realizzato, e fu da subito un successo». 

E proprio sulle strade della città, vivevano (e venivano fotografati) i suoi abiti, come nel caso dell’abito Hoopla, taglio svasato corto senza pinces, scattato su Vogue indosso alla modella Pattie Boyd. Uno stile che attirò subito tutta la scena musicale inglese, con conseguenti affiliazioni. Quando lanciò una linea maschile, caratterizzata da volant, cravatte eclettiche e balze in chiffon, i primi a indossarla furono i Rolling Stones e Jimi Hendrix, spesso presenti alle sue sfilate, insieme ad Amanda Lear e Bianca Pérez, futura signora Jagger, che inizialmente chiese proprio a Ossie di realizzare l’abito per il suo matrimonio con il cantante a Saint Tropez. 

Jim Lee, Ossie Clark, Plane Crash, 1969 © Jim Lee (1)

Il progetto non arrivò a conclusione perché Bianca indossò un tailleur bianco realizzato da Saint Laurent. E col designer più famoso di Francia ci fu abbastanza acrimonia, legata alla primigenia che Clark si attribuiva rispetto al completo pantalone (in realtà nessuno dei due aveva ragione, perché Pierre Cardin lo aveva già lanciato nel 1964, prima di tutti gli altri), ma tanto bastò per creare un precedente tra i due che, secondo le cronache, portò Clark ad essere ostracizzato dalla moda del Continente. Nonostante tutto, realizzò i vestiti di scena di Mick Jagger per Exile on Main Street, tute di velluto lucido bianco tempestate di occhielli in metallo così come pezzi in raso e pelle dorata perlata con frange di perline. Una connessione a filo doppio, quella con la musica, ben spiegata da Amanda Lear, tra le modelle dell’epoca. 

«Io ero una delle modelle di Mary Quant, e con lei si andava in giro a presentare quel capo rivoluzionario. Ricordo che negli Stati Uniti ci insultarono, dicendoci che eravamo vestite come delle “puttane”. Erano gli anni di Carnaby Street, del rock e del movimento hippie. Ossie Clark era in controtendenza. Lui sognava gli anni Trenta e Quaranta. Sognava le ragazze vestite di chiffon e stampe a fiori. Sognava il glamour hollywoodiano. Ossie andava matto per le commedie musicali di un tempo. Ricordo che andavamo al cinema a guardare Ziegfeld Follies e altri film dello stesso genere quando eravamo liberi. Non amava fare scalpore con gonne corte o stivali alla coscia. Lui faceva altro. Io ero una modella, sfilavo già a Parigi per designer come Paco Rabanne, ma anche a Londra», dice la modella francese naturalizzata britannica. 

Ai tempi, continua Lear, «essere modelle non era come oggi, non esistevano nomi come Naomi Campbell che guadagnano cifre stellari in un solo giorno. Facevamo le modelle per pagare l’affitto: quello che ci piaceva era andare in giro, divertirci, frequentare le discoteche. C’era una piccola agenzia che aveva aperto a Chelsea con il nome di English Boy con lo scopo di far lavorare non le classiche modelle, ma quelle che oggi definiremmo it-girls e socialite: ragazze dei musicisti famosi quali i Beatles e i Rolling Stones al tempo, ma anche, e principalmente, giovani uomini dell’alta società e della mondanità. C’erano Pattie Boyd, la moglie di George Harrison, Kelly, una splendida ragazza dalla pelle scura, e tante altre. L’agenzia era situata al primo piano di uno stabile al cui piano terra c’era l’atelier di Ossie Clark, che in quel periodo lavorava con Alice Pollock e Celia Birtwell. Quando Ossie decise di mettere in scena la sua prima grande sfilata scelse le ragazze del primo piano, che eravamo noi. Noi, che non sapevamo neanche sfilare, ci dicemmo: “Mettiamo la musica, quella dei Beatles, e balliamo!”. Non era come oggi in cui le ragazze sfilano una alla volta con i volti corrucciati. Era un modo alternativo di pensare alla sfilata». 

Una visione confermata dalla stessa Birtwell: «Quella musica rispecchiava la nostra era, apparteneva alla nostra generazione: a guardarle oggi, quelle sfilate, ti rendi conto che ciò che è rimasto rilevante non è stato tanto un singolo pezzo musicale o di abbigliamento, quanto l’esperienza». E quell’angolo di mondo, Londra, divenne il centro di un terremoto culturale, grazie anche all’aiuto di Ossie Clark. «Grazie a Ossie sono stata per la prima volta in Italia!», ricorda Lear. «In quegli anni tutti venivano a Londra per studiare le tendenze e scoprire le novità della moda. Una volta Elio Fiorucci era venuto a una delle sfilate di Ossie e fu talmente stregato da lui che ci invitò a Milano con il nostro entourage, e lì sfilammo. 

Courtesy of Museo del Tessuto di Prato

Pochi anni dopo, prosegue Lear, «quando iniziai la mia carriera di cantante, mi domandai: “Come mi vesto?”. Al principio avevo prediletto uno stile rock and roll e la pelle nera e avevo collaborato con lo stilista Antony Price con il quale avevo scattato la copertina di Roxy Music. Al mio debutto in Italia mi dissi: “Qui ci vogliono dei lustrini!”. Contattai quindi Ossie, che disegnò per me la famosa tuta rossa che apparve in Stryx. Anche nell’intervista in bianco e nero con Pippo Baudo nella trasmissione “Campione d’Italia” indossavo degli hot-pants disegnati da Ossie Clark. E ricordo ancora un abito lungo ricamato. Tutti i primi look delle mie prime apparizioni nello show-biz erano firmate Ossie Clark. Poi, pian piano, ho scoperto la moda italiana. Ma questa è un’altra storia». 

La storia di Ossie Clark finirà in maniera tragica, tra dipendenze dalle droghe e l’assassinio a Chelsea, avvenuto nel suo appartamento per mano di un ex amante, ma questa breve epopea merita di essere riscoperta e raccontata, come sta facendo ora il Museo del Tessuto di Prato e come farà la Fondazione Sozzani, dove Mr & Mrs Clark arriverà a gennaio 2023. Per ricordare al mondo che c’è stato un momento, nella moda, durante il quale, mentre tutti pensavano al futuro, e alla Space Age, Ossie Clark guardava al passato, agli anni Quaranta e anche all’Ottocento, reinventandolo. E consegnandoci un sogno durato poco, ma non per questo meno intenso.

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