Modello IranLa Russia ha rinunciato a salvare la sua economia, ma il peggio deve ancora venire

Dopo mesi di sanzioni, il Cremlino ha smesso di credere di poter rilanciare lo sviluppo nazionale e ora si accontenta di fornire ai suoi cittadini l’essenziale. Ma questa perdita di investimenti, tecnologia e competenze rischia di ripercuotersi per generazioni

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Entrano in vigore sia il price cap di 60 dollari al barile sul petrolio russo concordato da G7, Usa, Unione europea e Australia che l’embargo Ue al greggio russo spedito via mare, e si riaccende il dibattito sia sui limiti delle sanzioni, sia sul loro risultato. «Guerra e sanzioni minacciano di riportare l’economia russa indietro nel tempo», è ad esempio la recentissima valutazione del New York Times. «Sebbene l’economia russa non sia crollata, un esodo di società occidentali sta erodendo i progressi conquistati a fatica e gli esperti affermano che il peggio potrebbe ancora venire». 

Vladislav Inozemtsev, direttore di un Center for Post-Industrial Studies con sede a Washington, ha spiegato in particolare al Nyt che le sanzioni hanno ostacolato i vacillanti tentativi della Russia di modernizzare la sua economia secondo criteri occidentali e di raggiungere gli standard di vita europei dopo la caduta dell’Unione Sovietica, offuscando la speranza che il Paese possa diventare una nazione moderna e prospera nel breve termine. «Lo slogan ora è ‘Impedisci che le cose peggiorino’, e questo è un cambiamento importante», spiega Inozemtsev. «Anche il governo ha smesso di scommettere sullo sviluppo nazionale». Nella sua analisi il modello rischia di essere sempre più l’Iran, dove la legittimità politica si basa sul fornire ai cittadini l’essenziale piuttosto che stimolare una crescita trasformativa.

Oltre mille multinazionali dopo l’invasione dell’Ucraina hanno ridotto o addirittura cancellato la propria presenza in Russia, e sta andando in particolare a catafascio quel settore manifatturiero che impiega dieci milioni di russi e che era stato il fulcro dell’ambizioso programma di Putin per diversificare dalla dipendenza dalle esportazioni di petrolio e gas. L’industria automobilistica rappresenta una grande percentuale di questi lavoratori: almeno trecentomila lavoratori, che diventano 3,5 milioni con l’indotto. A settembre, la produzione dell’industria automobilistica è diminuita del 77 per cento su base annua, mentre le vendite di auto sono crollate del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021. perfino il ministero dell’Interno non è riuscito a trovare 2800 nuovi veicoli che servivano alla polizia stradale. Uno dei motivi principali è che le industrie russe dipendono fortemente dai componenti occidentali, e in alcuni settori le componenti importate arrivano al 90 per cento.

Secondo il Nyt, una combinazione di elevate entrate petrolifere, grandi riserve valutarie e un team esperto di funzionari economici ha permesso a Putin di ammorbidire il colpo. Ma la perdita di investimenti, tecnologia e competenze causata dalle sanzioni rischia di ripercuotersi di generazione in generazione, privando molti russi della possibilità di un futuro economico migliore. Nell’analisi di Inozemtsev, «la storia moderna offre pochi esempi di tentativi riusciti di sostituire la tecnologia occidentale importata con sostituti locali». «Le aziende russe mancano del know-how e dei lavoratori qualificati per sostituire il capitale occidentale nei settori ad alta intensità tecnologica. Affidarsi a sostituti nostrani si tradurrà in una ‘primitivizzazione’». «La produzione non scomparirà, a si degraderà gradualmente, con conseguente minore qualità e quantità di prodotti che ridurranno progressivamente il tenore di vita dei russi». 

Altre testimonianze riferiscono della crisi del settore immobiliare, per la difficoltà di fare previsioni a lungo termine. E del fatto che dopo la mobilitazione, le banche hanno smesso di concedere prestiti perché clienti potevano essere richiamati. «Speriamo nell’anno nuovo, ma dopo, potremmo essere fottuti» è il crudo finale dell’analisi, attraverso lo sfogo del proprietario di un bar già di successo.

«Le sanzioni contro la Russia stanno funzionando», spiega anche Agathe Demarais, direttore delle previsioni globali presso l’Economist Intelligence Unit, su Foreign Policy.. «La capacità del Cremlino di fare la guerra è già limitata, ma il peggio deve ancora venire». «Ci sono stati incessanti dibattiti sull’efficacia delle sanzioni alla Russia», osserva. «I politici di estrema destra e di estrema sinistra che tradizionalmente incanalano le opinioni di Mosca affermano di essere inefficaci e di danneggiare solo gli europei. La leader francese di estrema destra Marine Le Pen ha definito le sanzioni “completamente inutili, se non per far soffrire gli europei”. In Germania, le sue opinioni sono riprese non solo dall’Alternativa per la Germania di destra, ma anche da eminenti politici della Linke, come Sahra Wagenknecht. “Le sanzioni non danneggiano la Russia, solo noi”, ha detto di recente. Per queste voci amiche del Cremlino, le sanzioni non hanno fatto praticamente alcun danno all’economia russa, che a loro avviso prospera tra i prezzi dell’energia alle stelle». 

Altri con opinioni più soft rilevano come comunque le sanzioni non hanno impedito a Putin di intensificare i suoi attacchi contro l’Ucraina. Una narrazione su cui scommette Putin, per far stancare l’Occidente. Ma, spiega Agathe Demarais, «le sanzioni alla Russia sono più una maratona che uno sprint e l’efficacia delle sanzioni aumenterà nel tempo». Più che altro, in questa analisi, «la confusione sull’efficacia delle sanzioni deriva da una mancanza di chiarezza sui loro obiettivi. I paesi occidentali non hanno mai avuto intenzione di usare sanzioni per costringere Putin a fare marcia indietro e ritirarsi dall’Ucraina; sanno che Putin crede di condurre una guerra per la sopravvivenza della Russia contro un Occidente decadente. Nemmeno l’obiettivo è provocare un cambio di regime a Mosca: le sanzioni contro Cuba, Corea del Nord e Siria dimostrano che questo non funziona mai, e non c’è motivo di credere che l’ipotetico successore di Putin cambierebbe rotta in Ucraina. Provocare un collasso in stile venezuelano dell’economia russa non è nemmeno l’obiettivo: questo è impossibile quando l’obiettivo è l’undicesima economia mondiale. Inoltre, il crollo della Russia probabilmente manderebbe l’economia globale in recessione interrompendo bruscamente le esportazioni russe di molte materie prime, tra cui grano, fertilizzanti, energia e metalli». Il problema per cui poi è stato stabilito un price cap sul petrolio relativamente alto.

In realtà, gli obiettivi delle sanzioni non sono stati mai dichiarati esplicitamente, ma secondo questa analisi uno sguardo attento ai pacchetti di sanzioni implementati dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dai loro alleati indica che hanno tre obiettivi. Primo: inviare al Cremlino un forte segnale di determinazione e unità. Secondo: degradare la capacità della Russia di fare la guerra. Terzo: le democrazie occidentali scommettono che le sanzioni asfissieranno lentamente l’economia russa e in particolare il settore energetico del paese. 

Il primo obiettivo è pienamente riuscito. Il secondo pure sta andando avanti. «Nonostante le affermazioni contrarie del Cremlino, le sanzioni hanno mandato l’economia russa in una profonda recessione. Questo impatto è notevole perché le sanzioni non hanno ancora preso di mira le esportazioni di energia del paese; infatti, le entrate petrolifere della Russia sono aumentate quest’anno a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio a seguito della guerra. Le cose andrebbero molto peggio per il Cremlino se i prezzi dell’energia fossero alla loro media storica». Questa arma scatta ora. 

Proprio per negare all’Occidente trasparenza sul successo delle sanzioni, il Cremlino ha ridotto il rilascio di statistiche economiche. Ma si sa comunque che a ottobre, il Pil della Russia è stato inferiore del 4,4 per cento rispetto allo stesso mese del 2021. La produzione industriale, inclusa l’estrazione di petrolio e gas, è stata inferiore di quasi il 3 per cento rispetto al 2021. Il commercio al dettaglio è crollato di quasi il 10 per cento su base annua. Anche Fp come il Nyt evidenzia il crollo del settore automobilistico con la produzione ridotta del 64 per cento.

Il cattivo stato dell’economia significa che il bilancio della Russia è saldamente in rosso; dato insolito per un esportatore di energia quando i prezzi delle materie prime sono a livelli record. Dunque, «nei prossimi mesi, Mosca dovrà risolvere un’equazione impossibile per finanziare la guerra in Ucraina mantenendo i sussidi sociali abbastanza alti da evitare disordini. (Non sarà un’impresa da poco se si verificherà una seconda mobilitazione). Il Cremlino ha ancora riserve, in particolare dal suo fondo sovrano. Senza rifornimento, tuttavia, a un certo punto si esauriranno. Il governo russo vive già delle riserve».

Ma l’asso nella manica occidentale è soprattutto sul piano tecnologico. Quasi tutti i semiconduttori avanzati utilizzati per apparecchiature elettroniche e militari sono infatti realizzati utilizzando il know-how delle aziende statunitensi. Dall’invasione, Washington ha imposto controlli sulle esportazioni che frenano l’accesso russo ai microchip. Per Mosca, questo è un problema urgente, anche perché i missili russi sono pieni di semiconduttori che il Paese non può produrre da solo. Di fronte a un calo del 90 per cento delle importazioni di microchip, il Cremlino sta cercando freneticamente di stabilire reti di contrabbando di semiconduttori. «Le sanzioni non sono quasi mai a tenuta stagna, ma qualsiasi perdita probabilmente non sarà sufficiente alla Russia per ricostituire le sue scorte di missili, soprattutto se la guerra continuerà senza sosta nei prossimi mesi».

Il terzo e ultimo obiettivo delle sanzioni è, infine, l’asfissia lenta e a lungo termine dell’economia russa, privando le compagnie petrolifere e del gas russe dei finanziamenti e della tecnologia occidentali. «Per Mosca, questa è un’altra minaccia esistenziale: i giacimenti russi di petrolio e gas si stanno esaurendo e nuove riserve da sfruttare si trovano sopra o nel Mare Artico. Lo sviluppo di questi campi richiederà una sofisticata tecnologia occidentale (che non sarà fornita) ed enormi quantità di denaro (che scarseggia). Le sanzioni sulla produzione di energia russa risalgono al 2014, quando la Russia ha annesso illegalmente la Crimea, e potrebbero volerci decenni per funzionare. Una volta che lo faranno, saranno le più dolorose di tutte le sanzioni per la Russia perché sia ​​l’economia che le entrate fiscali dipendono dall’estrazione di petrolio e gas.».

Conclusione: le cose andranno solo peggio per Mosca. I prezzi dell’energia sono in calo, con i prezzi del petrolio ora al di sotto di dove erano all’inizio della guerra. Ulteriori diminuzioni sono probabili nel 2023 con il rallentamento dell’economia globale. A partire dal prossimo anno, l’Ue smetterà di importare petrolio russo. Inoltre, la Russia si è sparata sui piedi chiudendo la maggior parte dei rubinetti del gas verso l’Europa, interrompendo l’ancora di salvezza finanziaria del Cremlino. Il riorientamento delle esportazioni di gas verso la Cina richiederà molti anni ed enormi investimenti in nuove infrastrutture, poiché la maggior parte dei gasdotti russi è diretta a servire l’Europa. La costruzione di nuovi gasdotti verso la Cina risolverebbe questo problema, ma Pechino non ha fretta. Il tempo è dalla parte di Pechino; il paese sa che lo sarà in grado di strappare maggiori concessioni finanziarie a un Cremlino sempre più disperato.

E le possibili sanzioni non sono ancora finite. L’analisi ricorda che ci sono ancora tre misure che sono state adottate con l’Iran e non ancora con la Russia: escludere tutte le banche russe da SWIFT, il che manderebbe il paese in isolamento finanziario; vietare alla Russia di utilizzare il dollaro americano; costringere tutte le società, straniere o nazionali, a scegliere tra il mercato russo e quello statunitense. Dunque, «non solo le sanzioni contro la Russia stanno funzionando, ma il peggio per il Cremlino probabilmente deve ancora venire».