Commenti bestialiFerragni, il leone di Schiaparelli e la scemenza degli specisti (qualunque cosa voglia dire)

I più temibili idioti del globo polemizzano con il marchio dell’alta moda che ha fatto sfilare a Parigi tre modelle vestite con finte teste di animale

Chiara Ferragni

Questo non è un articolo in cui dico che, come al solito, io la polemica l’avevo vista arrivare da dieci chilometri di distanza, che come avete fatto a non capire dove si andava a parare, che insomma bisogna essere un po’ svegli e capire la demenza collettiva della società in cui viviamo, una società alla quale urge commentare tutto proprio tutto.

Se leggete questo articolo di mattina, non saranno ancora scadute le storie Instagram di Chiara Ferragni, e potrete quindi osservare il più mirabile commento alla polemica del giorno. Sospendete la lettura e andate a cercare la foto che Chiara Ferragni ha scattato a Marisa Berenson e Kylie Jenner, poi tornate, vi aspetto.

Dunque a Parigi ci sono le sfilate, e ieri sfilava Schiaparelli, di cui nessuno si ricordava finché, nel 2012, l’annuale mostra di storia della moda al Metropolitan Museum non fu dedicata a Miuccia Prada ed Elsa Schiaparelli. Il titolo, Impossible conversations, potrebbe essere quello d’un trattato sul presente.

Attualmente il marchio che si chiama come una stilista morta cinquant’anni fa – e che è disegnato da Daniel Roseberry – è oggetto d’attenzione da parte di noialtre comari pettegole perché una delle sere di Sanremo la Ferragni indosserà appunto Schiaparelli (l’altra Dior, che pure ha sfilato ieri: a Parigi è stata una giornata ferragnica). Quindi, quando ieri mattina un’amica m’ha mandato un post di Vogue France, io ho subito pensato a Chiara F., santino della moda del costume e del pop di questo decennio italiano.

Nel video instagrammato da Vogue, una modella (Irina Shayk, già fidanzata di Bradley Cooper) sfilava con una testa di leone appiccicata al vestito. Ho pensato: la Ferragni a Sanremo con una gigantesca testa di leone su una spalla. Dentro c’è tutto: l’ammicco a sé stessa innanzitutto mamma (il figlio si chiama Leone), la capacità di diventare istantaneamente meme (sì, insomma: quei fotomontaggi fessi che vanno per la maggiore sui social), la capacità di épater contrapposta alla sempiterna capacità sanremese di far sembrare qualunque stilista noiosissimo.

«Vous êtes totalement déconnectés, la tête d’un animal N’EST PAS UN ACCESSOIRE»; «Nobody cares if it’s fake, it’s the message»; «Report this post everyone under animal cruelty» (quest’ultimo che tenta di far cancellare il post dalla polizia dell’algoritmo è, confesso, il mio commento preferito: non è che non vogliamo che le ricche clienti di Schiaparelli girino addobbate con la testa di lupo con cui ha sfilato Naomi Campbell: non vogliamo che si veda su Instagram).

Come ho fatto a non intuire che, in tutte le lingue del mondo, i più temibili scemi del globo, gli amanti degli animali, avrebbero vibratamente protestato contro le scelte d’un marchio i cui capi non si possono comunque permettere? Probabilmente c’entra la mia spiccata insensibilità nei confronti degli animalisti, la cui sfumatura di scemenza mi pare troppo persino per una studiosa degli abissi dell’umana imbecillità.

Se qualche anno fa m’avessero detto che, con ancor maggiore serietà di quella con cui scandiscono un’insensatezza come «sesso assegnato alla nascita», gli umani le cui indignazioni c’intrattengono ogni giorno avrebbero scandito come insulto «specista», una parola che significa che ti pare più importante la vita d’un essere umano di quella d’un cane, io non ci avrei mica creduto.

Ancora oggi ogni tanto perdo un po’ di tempo a dire a uno di questi dilettevoli cretini d’accordo, non dobbiamo mangiare i maiali perché loro sono proprio come noi: come noi hanno inventato l’aria condizionata e le posate, e come noi meritano di vivere. Ma, se non li mangiamo più, mi dici chi alleverà più i maiali o le galline o le mucche? Antispecismo è dunque volerne l’estinzione?

Sono stata insensibile e ottusa, e mi sono così persa l’inizio dello schianto sotto a ogni video della sfilata Schiaparelli. Chiara Ferragni, che conosce i suoi picchiatelli, si è affrettata a scrivere, sotto il video di Shalom Harlow che sfilava con una testa di leopardo sulla scollatura dell’abito, «(Animals are fake guys)», e se avessi visto quella storia prima di leggere i commenti avrei pensato: vabbè, ora non esageriamo, chi può essere così pirla da non sapere che nel 2023 nessuno si esporrebbe a un linciaggio facendo sfilare veri cadaveri di veri animali?

E invece. E invece neanche che siano finti basta (spero che nessuno sappia mai che il tappeto nel bagno, nella casa in cui sono cresciuta, era un leopardo con ancora la testa; anzi, spero che lo sappiano e ne desumano profili psicologici post-traumatici). Anche Schiaparelli lo specifica, sotto al suo post: nessun animale è stato maltrattato; era la stessa rassicurazione che forniva Ammaniti in apertura di “Che la festa cominci”: l’umanità non si rende conto di quant’è ridicola neppure quando un romanziere specifica che l’elefante ucciso nel suo romanzo non è stato ucciso davvero.

Ma non basta: i commentatori spiegano che «saranno pure teste fatte di schiuma, ma queste sono specie che storicamente sono state uccise»; insomma, la riproduzione del leone è offensiva come la blackface, significano rispettivamente che promuovi la caccia e lo schiavismo, praticamente sei il figlio di Trump che si fotografa con la fiera decapitata, e al tempo stesso uno che si traveste da Louis Armstrong in un programma di Carlo Conti.

Non basta neanche che l’account di Schiaparelli dichiari che l’ispirazione per le fiere è l’inferno di Dante: nessuno deve aver avvisato quelli di Schiaparelli che Dante è l’ideologo della Meloni, ma sarebbe più urgente che qualcuno avvisasse gli stilisti di quant’è ridicolo spiegarci i riferimenti colti delle sfilate.

Tra l’altro la copertura culturale della sfilata animalesca fa venire in mente il più bel tweet di tutti i tempi, quello in cui Joyce Carol Oates condanna fermamente l’abitudine di fotografarsi con cadaveri di animali rari, e lo fa sotto a una foto di Steven Spielberg con uno dei dinosauri di Jurassic Park. (No, non era ironica, povera donna).

«Non importa quanto lo spieghiate, la gente non guarda le didascalie e non ascolta le spiegazioni: vedono le immagini»: commentatore che pensi ci voglia una comunicazione a misura di Joyce Carol Oates, o a misura di commentatore fesso che pensa che qualcuno nel 2023 faccia sfilare vere teste di leone, qualcuno che quindi poi si considera autorizzato a sparare ai leoni dietro casa, commentatore, sarà un caso che di fianco al tuo nome, su Instagram, ci siano svariati titoli di studio? Gli istruiti sono i nuovi analfabeti?

Questo non è un articolo per dire che la catastrofe è inevitabile. Questa è una verbosa didascalia a quella foto, già eloquente da muta, che ha scattato Chiara Ferragni. In cui Kylie Jenner è seduta in prima fila con una testa di leone sulla giacca, e Marisa Berenson la guarda con la faccia di chi pensa: che sollievo non avere vent’anni in questo secolo imbecille.