Educazione lapponeLa mamma finlandese, la scuola italiana e le pretese irrealistiche sull’istruzione dei figli

La signora Elin Mattsson che ha tolto il suo pargolo da un istituto scolastico di Siracusa ha le stesse pretese della mamma di Calvairate. Entrambe non sopportano l’idea che i ragazzini non vivano in una dimensione steineriana della realtà

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Stamattina mio figlio, prima elementare, è andato a scuola tenendo in mano una busta del supermercato contenente: flaconi di sapone liquido, rotoloni di carta asciugatutto, carta igienica. Sono sicura che in Finlandia non si portano la carta igienica da casa, d’altra parte sono il paese più felice al mondo. Una famiglia finlandese di “nomadi digitali” se n’è andata da Siracusa lanciando gravi accuse alla scuola italiana: i bambini stanno seduti tutto il tempo, mio figlio sa meglio l’inglese dell’insegnante di inglese, però per carità si mangia bene da voi.

La mamma, Elin Mattsson, fa la pittrice, dipinge cavalli e onde che vende a 500 euro cadauno, ha un blog, ci sono 4 bambini, un cane che apre le porte da solo, il papà è un manager che lavora da casa e che ogni tanto va in trasferta.

Sul blog lei scrive molto, lo tiene come diario. È rimasta traumatizzata da una serie di cose, prima di tutto che gli italiani usino l’automobile: ma perché gli italiani non vanno in giro in bicicletta, come fanno a vivere in seconda fila, forse in Finlandia usano le renne. Poi voleva ammazzarsi perché nella chat di classe tutti ringraziavano per qualcosa. Sull’orlo di uno stress post traumatico che, per carità, comprendo, silenziava la chat.

Il momento però più bello del blog è l’invettiva contro questa fissa tutta italiana verso l’abbandono di minore: com’è possibile che non mandino a casa da soli i ragazzini di 14 anni? Se tutti vanno a prendere i figli sapete quante automobili ci sono fuori da scuola? Com’è possibile che il bambino all’asilo debba andarlo a prendere io e non il quattordicenne? Ma come fa la gente che lavora? Se non lo sai tu che sei pittrice nomade digitale veramente non saprei.

Nella lettera pubblicata dai giornali, Elin Mattsson si lamenta del rumore nelle classi – è risaputo che i bambini ad alto potenziale non sopportino i rumori, è forse un caso? – e racconta che un giorno aveva visto un bambino sui 7 anni che «stava svolgendo un esercizio di fronte a un insegnante arrabbiato che, sprezzante, guardava dall’alto in basso non solo il bambino alla lavagna ma tutti alunni. Era scioccante». Ah, anche psicologa.

Ora, possiamo anche far finta di niente e che sulla montagna del sapone ci sia un bellissimo clima, ma: non sono forse queste le stesse identiche, tali, quali, uguali, lamentele che sentiamo ogni santissimo giorno che abbiamo da passare nel sistema scolastico? La verità è questa: la mamma finlandese ha le stesse pretese della mamma di Calvairate. Non sopportano l’idea che i ragazzini non vivano in una dimensione steineriana della realtà: l’asilo nel bosco, la natura, l’aria aperta, la ginnastica. Fanno i debiti per mandare i figli alla materna bilingue internazionale con 5 stelle sul Tripadvisor della Cerchia dei Bastioni, applicando tutta la mitomania di cui sono capaci nel mettersi in casa la teoria del one person, one language: uno dei due genitori parla al bambino solo in una lingua, ma se sei nato e cresciuto a Calvairate cosa vuoi che io ti dica.

Se la famiglia di Elin Mattsson fosse venuta a Milano non sarebbe cambiato nulla. In Italia le classi sono piene di alunni che non parlano una parola di italiano, a volte sono famiglie che vivono una condizione di disagio economico, eppure nessuna mamma rimane traumatizzata, nessuna silenzia la chat, nessuna pensa che urlare sia un problema e sapete perché? Perché a chiamarli traumi sono rimasti solo i ricchi.

La settimana scorsa su Twitter una professoressa ha pubblicato il tema di un alunno. Parlava di uno gnomo con un’ascia, era scritto con pessima calligrafia, la professoressa diceva che l’aveva pubblicato perché a lei piace condividere. Ora, fosse stato mio figlio ero già al telefono con il Csm, l’Onu, la Nato, il Moige, Libs of Tik Tok, Giulia Bongiorno: non è che se uno ha undici anni non abbia diritto a sentirsi tutelato da chi è pagato dalle mie tasse per farlo.

Tutti a compiacersi con l’idea che il lavoro di insegnante sia una missione, quando in realtà può essere un ripiego e con questo noi genitori ci dobbiamo fare i conti. La professoressa avrebbe voluto fare la guida turistica nella vita e non si fa problemi a dirlo, e questo è tutto quello che so del parlare del proprio lavoro sui social. Non conosco nessuna persona con figli che parli bene della scuola italiana, nessuna, mai. Ma non conosco nemmeno nessuno che senta la necessità di trasferirsi in Finlandia.

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