Scelta politicaIl governo Meloni deve aumentare le spese militari invece di negare il Samp/T all’Ucraina

Il sistema italo-francese di difesa aerea a medio raggio potrebbe aiutare la resistenza ucraina a difendere le città dai bombardamenti russi. La presidente del Consiglio non se la sente di spendere 700 milioni di euro per sostituire ogni impianto donato dal nostro Paese a Kyjiv. E il Parlamento tace

LaPresse

Nel 2022 il tema degli aiuti militari all’Ucraina è piombato nelle aule del Parlamento con una forza improvvisa e travolgente. Nel 2023, la stessa discussione sembra destinata a trascinarsi in una stanca riedizione di slogan; è probabile che al Senato la proroga agli aiuti passerà senza troppe discussioni, al netto del rumoreggiare di Movimento 5 stelle, Lega e sinistra pacifista. La rimozione del dossier dai dibattiti parlamentari è uno sviluppo ambiguo. È sicuramente positivo che sia nato un consenso repubblicano, per quanto fragile e opportunista, sul sostegno a Kyjiv. Che la situazione si sia stabilizzata in meno di un anno, e addirittura con un’elezione anticipata nel mezzo, ha del miracoloso. Aver secretato le liste di invio ha sicuramente aiutato: non si può discutere su ciò che si ignora.

Meno positiva è la traiettoria assunta dalla discussione una volta che il supporto incondizionato all’Ucraina è entrato in questa fase di consenso. È vero, oggi la questione non è tanto se mandare armi, una scelta dettata da considerazioni ideologiche e strategiche, quanto quali armi fornire, e con quale ritmo. Pensare però che il dibattito sia per questo passato da essere un problema profondamente politico a un affare essenzialmente tecnico è un errore avventato nel quale rischiano di incorrere sia la classe dirigente italiana, sia i sedicenti addetti ai lavori.

Le conseguenze di questa depoliticizzazione si vedono tutte nella polemica sul prossimo pacchetto di aiuti. Al netto delle ipocrisie populiste, il terreno di scontro riguarda le tempistiche dell’invio. Già a novembre era stata indicata la disponibilità italiana a fornire sistemi di difesa aerea a medio raggio. Oltre al vecchio Aspide ormai obsoleto si era parlato anche di rifornire Kyjiv con il modello italo-francese Samp/T, con il quale Francia e Italia stanno completando il processo di modernizzazione delle proprie difese missilistiche. L’opportunità di rifornire i difensori ucraini con il Samp/T sarebbe stato caldeggiato anche dal consigliere per la sicurezza nazionale americano Sullivan in una telefonata con il braccio destro diplomatico di Meloni, Francesco Talò.

Il Samp/T fornirebbe delle capacità che altri sistemi di difesa aerea non offrono. Ogni sistema possiede sei lanciatori capaci di lanciare 8 missili Aster a testa nel giro di dieci secondi. Si tratta di missili intercettori altamente manovrabili grazie a dei propulsori laterali, con una portata di 100 chilometri e con la capacità di salire fino a 20 chilometri di altitudine. Sono insomma sistemi all’altezza della guerra aerea contemporaneo che, pur potendo poco contro missili balistici strategici e microdroni, rappresentano una buona soluzione contro molte minacce russe, soprattutto a livello tattico.

Non sorprende quindi che l’Ucraina e gli alleati italiani insistano così tanto per l’invio dei Samp/T il prima possibile: essi fornirebbe un utile asso nella manica ulteriore nella protezione delle città. Un ritardo di poche settimane potrebbe sembrare una bazzecola se non fosse per la continua campagna di bombardamenti alla quale è sottoposto tutto il Paese.

Difficoltà vere e strumentalizzazioni del governo
Giustificando la lentezza del governo, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha spiegato di dover gestire risorse limitate e che non sarebbe possibile sostituire in tempi rapidi i sistemi di difesa aerea. E in effetti, il procurement di missili non è come andare al supermercato, soprattutto considerando che il Samp/T è un progetto congiunto di Italia e Francia. I due Stati possiedono rispettivamente 6 e 32 lanciatori, e la catena di valore è condivisa fra la Thales francese, Mbda France e Mbda Italia. Un assemblaggio già complesso è quindi resa ancora più ostica dalla dimensione transazionale, che rende estremamente difficile organizzare un rapido balzo di produzione.

Aver rimosso il tema dell’invio delle armi dal dibattito politico sta però permettendo al governo di nascondersi dietro a un falso dilemma: sostenere l’Ucraina spogliando l’Italia delle proprie difese aeree o garantire la sicurezza dei cieli italiani, causa l’impossibilità di aumentare la produzione. Si tratta di una scelta fuorviante: non basta sostenere che c’è una penuria di missili per spiegare cosa si vuole fare per risolvere il più in fretta possibile questo problema. Se è vero che un salto nella capacità produttiva militare è attualmente impossibile, altrettanto vero è che rendere sostenibili maggiori livelli di produzione è un tema enorme al quale il governo (e, tanto per essere chiari, anche i partiti di opposizione) hanno scelto di ignorare.

Serve la politica
Il tema non potrà essere ignorato neanche se la guerra dovesse miracolosamente finire domani. L’aggressione russa ha dimostrato che le democrazie devono essere in grado di difendersi, ma anche che gli sviluppi tecnologici hanno aumentato la possibilità che uno scontro armato si traduca in battaglie di logoramento e combattimenti ad alta intensità. A prescindere da come andrà finire il conflitto, la questione di come aumentare in fretta la produzione di armi, munizioni e equipaggiamenti quando necessario senza entrare in un circolo vizioso di sprechi, danni ecologici e tagli in altri capitoli di spesa perdurerà. In fondo, è sempre stato il calcolo di Putin agire supponendo che i Paesi europei non avrebbero destinato una porzione sufficiente dei propri bilanci alla spesa militare.

Come affrontare questa prospettiva richiede un dibattito che deve essere essenzialmente politico, come avviene in Francia e in Germania. Servono soluzioni che non possono essere solo tecniche (come Industria 4.0 o modelli di supply chain managment integrati). Il tema pone anche domande strutturali e (re)distributive. Sono sempre di più gli scenari internazionali che vedono il benessere italiano diminuire, anche a causa di conflitti internazionali e agli sforzi che il sistema-Paese potrebbe dover sostenere.

Che il governo Meloni non se la senta di voler mettere sul tavolo 700 milioni di euro per ogni Samp/T da sostituire è comprensibile in tempi di crisi. Ma ci sono frangenti in cui queste scelte saranno pressoché obbligate, e una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe riflettere fin da subito su modelli che minimizzino il costo che il ritorno della guerra industriale sta ponendo sulla società. Rimanendo consci che le scelte prese nell’affrontare un conflitto sono sempre anche espressione di un modello socioeconomico.