Il ventottesimo statoGli ucraini sembrano gli unici disposti a morire per l’Unione europea

La Polonia postcomunista è stata un modello di riforme. Da alcuni anni, però, Varsavia vive un’involuzione che l’allontana dalla democrazia liberale. E ora il testimone della corsa verso la libertà nell’Europa orientale è passato a Kyjiv

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Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine + New York Times World Review 2022 ordinabile qui.
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Gli ormai numerosi mesi di guerra in Ucraina hanno messo alla prova l’unità e la determinazione dei 27 Paesi che fanno parte dell’Unione europea, ma hanno anche mostrato chiaramente quanto possa essere importante e potente l’idea democratica. Questa è la conclusione a cui si è giunti nelle due sessioni dell’Athens Democracy Forum che si sono occupate specificamente l’una della Polonia e l’altra della Russia e della Cina ma hanno in definitiva entrambe discusso, direttamente o indirettamente, il senso di urgenza relativamente ai valori democratici che ha colto l’Europa in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin. «Sembra che gli ucraini siano l’unico popolo che è capace di difendere a costo della propria vita i valori dell’Unione europea e che è pronto a farlo», ha detto Karolina Wigura, docente all’Università di Varsavia durante il panel intitolato Un decennio di democrazia: la Polonia. «E il paradosso è che per ora l’Ucraina non fa nemmeno parte dell’Unione europea», ha aggiunto.

Nell’ambito dell’Ue i Paesi dell’Europa orientale, che hanno vissuto decenni di occupazione sovietica, hanno osservato la guerra e le ambizioni di Mosca con un punto di vista diverso da quello dei loro vicini occidentali, la cui esperienza, a partire dal Secondo dopoguerra, è stata all’insegna della pace e della prosperità. «Questa guerra rappresenta il momento storico in seguito al quale o ci uniremo di più o ci divideremo», ha detto Vera Jourová, vicepresidente della Commissione Valori e trasparenza dell’Ue. «Io la definisco “il grande incontro”, perché improvvisamente l’Ovest ha iniziato ad ascoltare l’Est».

Nel panel intitolato Un decennio di democrazia: la Cina e la Russia, Jeffrey Sachs, direttore del Center for Sustainable Development della Columbia University, ha affermato che è un errore considerare questa guerra come «una lotta tra le autocrazie e le democrazie». Ogni Paese ha una diversa narrativa che ha la sua specificità, ha detto: «Se ci sedessimo e ci parlassimo, prenderemmo in considerazione punta di vista diversi». La Polonia, che nell’Europa orientale dopo il collasso del comunismo è stata un modello di riforme verso una democrazia liberale, nell’ultimo decennio ha visto rallentare la sua trasformazione democratica a causa dei tentativi da parte del governo conservatore di prendere il controllo del potere giudiziario e di imbavagliare l’informazione indipendente.

Karolina Wigura ha detto che l’impegno dell’Ucraina nel difendere la sua libertà e la sua democrazia sono ora una fonte di ispirazione per il resto dell’Europa. «L’Ucraina è diventata una meravigliosa fonte di speranza», ha detto. «Anche la Polonia è stata un’analoga fonte di speranza. E poi che cosa è successo? Come mai siamo stati una simile delusione?». Wigura – che è una sociologa, una storica e una giornalista – ha spiegato che la Polonia ha fatto un lungo percorso per costruire «una nuova casa per la democrazia e per lo Stato di diritto», ma che questa casa non è ancora stata costruita. «Diciamo pure che la nostra democrazia è piena di difetti», ha detto. «Lo Stato di diritto è stato privatizzato dal governo». Allo stesso tempo, molti polacchi, così come la Corte di giustizia dell’Unione europea, hanno reagito. «La polarizzazione in Polonia ha dimostrato di essere una delle forze che stanno difendendo la democrazia».

La controversa concezione che il governo polacco ha dello Stato di diritto e di altre norme democratiche sarà messa alla prova nelle elezioni dell’anno prossimo, ha affermato Wigura. E ha spiegato che la guerra in Ucraina potrà avere un ulteriore impatto sulla Polonia: l’arrivo di milioni di rifugiati ucraini potrà infatti influire sulla politica di Varsavia. «Non penso che il governo si convertirà di colpo alla democrazia liberale, ma in qualche modo dovrà pensare a come integrare queste persone, a come convivere con loro», ha detto Wigura.

Per quanto concerne la Russia e la Cina, i partecipanti al panel dell’Athens Democracy Forum hanno messo in guardia dal wishful thinking riguardo a qualunque sviluppo democratico in questi Stati autoritari, date la storia e la cultura politica di ciascuno di essi. Eppure, Su Yun Woo, ricercatrice presso l’Istituto di scienze politiche dell’Università di Zurigo, ha sostenuto che, benché la Cina non sia democratica, «c’è qualche sviluppo democratico che rende più efficienti gli amministratori locali». Il Partito comunista cinese è soprattutto preoccupato di esercitare il controllo, ma si sforza anche di fornire una governance funzionante, ha detto Su Yun Woo, «ed è per questo che talvolta applica un metodo partecipativo». Ciò nonostante, ha specificato, tutto è gestito dal partito «che può in ogni momento invertire la marcia».

Jarosław Kuisz, direttore del gruppo editoriale polacco centrista e liberale Kultura Liberalna, ha detto che la storia spiega la «sovranità nervosa» dei Paesi che confinano con i grandi imperi – come è il caso di Taiwan, che vive sotto la minaccia della Cina popolare, e come è anche il caso della Polonia, della Finlandia e degli Stati baltici, che hanno sofferto sotto la dominazione russa e sovietica. Queste esperienze pregresse con l’aggressione russa sono la lente attraverso cui questi Paesi osservano la guerra in Ucraina. «Quello che sta succedendo non è un evento isolato, una guerra, ma è un anello in una catena di eventi», ha detto Kuisz. «Quindi facciamo cose diverse e ci aspettiamo esiti diversi».

La differenza di punti di vista tra i Paesi dell’Europa occidentale e quelli dell’Europa orientale e apparsa chiaramente nei loro approcci diplomatici alla guerra. Nei primi giorni di conflitto, quando le forse russe minacciavano Kyjiv, i leader di Francia e Germania stavano al telefono con il Cremlino, mentre quelli dei Paesi dell’Europa orientale andavano di persona nella capitale ucraina per mostrare la loro solidarietà. Dal momento che questi Paesi «vedono la guerra come parte di un processo e non come un evento isolato, non si aspettano alcuna tregua temporanea », ha detto Kuisz.

Sachs ha sostenuto che la democrazia non è necessariamente il criterio giusto con cui giudicare un Paese. «Noi trattiamo le democrazie come fossero il bene», ha detto. «Eppure il Paese più violento del mondo nel XIX secolo era forse anche il più democratico: l’Inghilterra. Si può essere democratici in patria e spietatamente imperialisti altrove. Il Paese più violento del mondo a partire dagli anni Cinquanta del Novecento sono gli Stati Uniti».

Sachs ha affermato che l’allargamento dell’Alleanza atlantica ai Paesi dell’Europa orientale e ai Paesi Baltici è stato una «provocazione» che ha portato alla guerra in Ucraina. Kuisz ha respinto questo punto di vista e ha ricordato che proprio Sachs è stato uno degli architetti delle riforme economiche liberali nella Polonia degli anni Novanta. «Nel 1989 e negli anni successivi, tu hai promosso la libertà, la democrazia e i valori che alla fine hanno fatto sì che potessimo sottrarci a quella orribile sfera di influenza», ha detto Kuisz a Sachs, riferendosi con queste parole al controllo esercitato dall’Unione sovietica sull’Europa orientale dopo la Seconda guerra mondiale. «Tu stavi dalla parte dei diritti umani e ci hai aiutato a uscire dalla trappola della storia».

Kuisz ha concluso: «Se attribuiamo all’Occidente la colpa di questa guerra ciò significa eliminare parzialmente o del tutto le responsabilità di Vladimir Putin. Ma è lui che a febbraio ha preso la decisione di iniziare questa guerra» Su Yun Woo ha notato che, mentre la guerra si prolunga, «l’opinione pubblica cinese ha iniziato ad allontanarsi dalla Russia e che i media hanno diminuito» la loro copertura del conflitto. E ha aggiunto: «La Cina ha tutto l’interesse di non schierarsi».

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