L’ultima parolaIl pionerismo di Baudry e il riconoscimento culturale dell’omofilia

La pubblicazione di una edizione di pregio de “Gli omosessuali e altri scritti” è una ottima occasione per ricordare la battaglia dell’intellettuale francese per superare la definizione classica data alle persone che amano altre dello stesso sesso

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È uscito in novembre a cura di Eduardo Savarese per i tipi Wojtek Gli omosessuali e altri scritti. (Da «Arcadie» a Il procuratore) a cento anni dalla nascita di André Baudry, caduti il 31 agosto 2022. Un’edizione di pregio, che raccoglie la nuova traduzione della principale opera, scritta a quattro mani dal filosofo-scrittore e da Marc Daniel, pseudonimo dello storico Michel Duchein: l’altra, realizzata da Adriano Pino per Valsecchi, risale infatti al ’74. Ma anche la prima in assoluto dell’inedito teatrale Le procureur e di altri saggi baudriani grazie al puntuale lavoro di francesisti dal calibro di Lorenza Di Lella, Federico Musardo, Giuseppe Girimonti Greco. 

Il valore della raccolta è opportunamente rilevato da Fabio Libasci, assegnista di ricerca all’Università di Udine, che spiega a Linkiesta come tali scritti testimonino il tentativo di «Baudry di parlare dell’omosessualità non tanto e non solo in termini di militanza, ma raccogliendo tutto quello che si poteva allora sapere al riguardo in ambito storico, letterario, saggistico e spogliandolo da ogni pregiudizio».

 Il volume si configura dunque quale fondamentale contributo alla (ri)scoperta dell’intellettuale di Rhetondes che, considerato uno dei maggiori pionieri del movimento omosessuale delineatosi a livello internazionale dopo il ’68, morì novantacinquenne a Napoli il 1 febbraio di cinque anni fa. A darne allora notizia, riportando così alla pubblica attenzione una figura di fatto dimenticata e ignorata da larga parte delle persone Lgbt+, Le Monde. Il quotidiano parigino uscì infatti il 7 febbraio 2018, alcuni giorni dopo la scomparsa, con l’approfondito articolo di Anne Chemin e il commosso necrologio, con cui alcuni amici e collaboratori salutavano il «fondatore della rivista e del club Arcadie (1956-1982), pioniere e militante instancabile della causa omosessuale».

Parola, questa, a cui Baudry preferiva in ogni caso omofilo in quanto superante la mera sfera sessuale e integrante, invece, la componente affettiva del singolo o della singola, che trova fisicamente, eroticamente, psicologicamente la sua completezza esistenziale in una persona dello stesso sesso. Coniato nel 1924 da Karl-Günther Heimsoth, il termine omofilia fu utilizzato dal coraggioso editore e dai suoi Arcadiens, come ben sottolinea Savarese, «per combattere la riduzione di una complessa relazione affettiva all’atto sessuale tra maschi o tra femmine, riduzione voluta da una tradizione giudaico-cristiana di condanna senz’appello della mostruosità degli atti di sodomia, ma anche praticata dagli stessi omosessuali nel nevrotico rifiuto, da parte di taluni, di una legittima aspirazione a qualcosa di più di una sommatoria compulsiva di atti di accoppiamento» (pagina 15).

Una tale visione era d’altra parte pienamente consentanea al modo di pensare di Baudry, che era stato educato fino a 17 anni in un collegio gesuitico bretone e che avrebbe poi insegnato filosofia al Lycée Saint-Louis-de-Gonzague o Franklin, uno dei più rinomati istituti cattolici parigini. Eppure, la sua posizione compassata, minimalista, quasi chiesastica, più che attribuibile a un perbenismo borghese e liberalconservatore come gli avrebbero imputato tra gli anni’ 70 e i primi anni ’80 movimenti più radicali come il F.H.A.R. (Front homosexuel d’action révolutionnaire), i GLF (Groupes de libération homosexuelle), il CUARH (Comité d’urgence anti-répression homosexuelle), rispondeva in primo luogo alla volontà di aggirare le strettoie repressive e censorie della legge Lecourt/Moch del 16 luglio 1949 e il famigerato emendamento Mirguet. Norma, quest’ultima, che entrata in vigore il 18 luglio 1960, avrebbe bollato per vent’anni in Francia l’omosessualità quale piaga sociale al pari di alcolismo, tubercolosi, tossicodipendenza, prostituzione, lenocinio. 

Il prudenziale atteggiamento di Baudry permise alla sua rivista Arcadie, lanciata nel gennaio 1954 con Jacques de Ricaumont, Roger Peyrefitte, André du Dognon – il primo numero tirato in 1.500 copie era impreziosito da un elegante disegno appositamente realizzato da Jean Cocteau con la scritta Liberté all’incontrario –, e al suo Clespala (Club littéraire et scientifique des pays latins), aperto nel 1957 al 61 di rue du Château-d’Eau, di restare in vita fino al 13 maggio 1982. Giorno in cui lo stesso filosofo ne decretò il pari scioglimento in segno di protesta contro l’elezione presidenziale di François Mitterand, le cui battaglie progressiste riteneva, ricorda Savarese, «largamente velleitarie e, soprattutto, ipocrite» (pagina 7). Si esiliò allora volontariamente in Italia, stabilendosi a Sant’Agata sui due Golfi, perla della Costiera sorrentina, col compagno napoletano Giuseppe, premortogli nel 2001.

Col suo modus agendi Baudry precorse soprattutto i tempi, lottando per la piena integrazione delle persone omosessuali nella società e predicando tanto il pieno riconoscimento della loro dignità quanto il diritto per le stesse alla felicità. Lo aveva spiegato lui stesso in una lettera del ‘54 a Marguerite Yourcenar, scrivendole che Arcadie «si rivolge a tutti gli isolati, a tutti gli abbandonati e a tutti gli infelici che vivono in provincia. […] Noi vogliamo portare un conforto, una presenza». Ecco perché nel ‘79 Michel Foucault non avrebbe avuto timore a riconoscere all’editore una «follia profetica», sottolineando come il suo fosse stato l’unico movimento a parlare in tempi non sospetti di popolo.

Ben scrivono dunque Savarese e Girimonti Greco nel rilevare come alla lunga Baudry e gli Arcadiens siano «stati fortemente anticipatori degli esiti attuali, in termini di riconoscimento di certi diritti, dei movimenti omosessuali in Occidente. Ad aver ragione, insomma, non è stato tanto Pasolini, quanto il liberal-conservatore cattolico Baudry» (pagina 10). Già, proprio Pasolini che, pur apprezzando Les Homosexuels, aveva criticato il 26 aprile 1974 sul periodico Tempo i suoi due autori, che guardavano positivamente il contemporaneo clima di tolleranza sessuale e le progressive aperture sociali in tema di omosessualità. «Io non credo – scriveva allora l’insigne poeta – che l’attuale forma di tolleranza sia reale. Essa è stata decisa dall’”alto”: è la tolleranza del potere consumistico, che ha bisogno di un’assoluta elasticità formale nelle “esistenze”, poiché i singoli diventino buoni consumatori. Per una mentalità liberale francese è certo più difficile capire e individuare questo fatto, che per un progressista italiano, che emerge dal fascismo e da un tipo di società agricola e paleoindustriale: trovandosi quindi “indifeso” davanti a questo mostruoso fenomeno. Essere in coppia è ormai per un giovane non più una libertà ma un obbligo, in quanto paura di non essere pari alle libertà che gli vengono concesse».

In ultima analisi, come osserva Savarese, il pionerismo profetico di Baudry sta tutto nell’aver incentrato il suo operato sul «recupero della dimensione ordinaria, normale, anche banale, della vita della stragrande maggioranza degli uomini e delle donne omosessuali sparsi per il mondo». (pagina 16). Una cosa era per lui inaccettabile sopra ogni altra, ossia «la tendenza degli omosessuali “famosi” non solo a non riconoscere pubblicamente il loro orientamento, anzi a rinnegarlo, ma a non farsi testimoni della battaglia di civiltà per l’integrazione dell’omofilia nei vari ordini costituiti: «Queste persone approfittano della causa omofila: condividono la stessa natura degli omofili, le loro inclinazioni, conducono la loro stessa esistenza, spesso vivono gli stessi tormenti, ma quando si tratta di mettere la loro autorevolezza, il loro nome, il loro talento, il loro prestigio al servizio della causa, ecco che hanno paura, dicono di no, preferiscono restare nell’anonimato… anonimato per modo di dire, tra l’altro, e quanto mai ridicolo, visto che il loro è il segreto di Pulcinella» (pagine 16-17). Monito, questo, di triste quanto perdurante attualità.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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