Cartomanzia autoavveranteIl pensiero magico di Chiara Ferragni e la realtà delle donne non privilegiate

Abbiamo abbassato talmente tanto le aspettative che siamo disposti a percepire come autentico il discorso di una ragazza di successo che ci dice che andrà tutto bene perché a lei è andata bene

Mi sono pensata libera, e non sono divertita. Qualche anno fa stavo lavorando a un programma, e c’era bisogno di mandare in onda le foto dell’infanzia di qualcuno, uno che era stato bambino negli anni ‘60. A quel punto mi è stato detto che c’era bisogno di una liberatoria per i minori, firmata da entrambi i genitori: ho replicato che non si poteva pensare che i genitori fossero ancora vivi, e che soprattutto non eravamo in una seduta di psicanalisi con l’io bambino e l’io adulto che dovevano firmare una manleva. Poi martedì Chiara Ferragni ha fatto il suo monologo e ho pensato che avrebbe dovuto far firmare una liberatoria alla sé stessa bambina per non farsi denunciare per sfruttamento di minore.

Ferragni talks, finalmente, Ferragni che si percepisce giusto un filo sotto le donne iraniane. Aspettavo con una certa emozione il momento maternità, anche perché qua due lire dobbiamo pure tirarle su, e quel momento è arrivato dopo un tempo percepito come infinito passato a sentirmi dire che è sbagliato non sentirsi abbastanza, cosa che evidentemente a un certo punto ti spinge a pensare che scrivere una lettera a te stessa, letta da te stessa, piangendo per te stessa, indossando un vestito pensato da te stessa sia una buona idea. Non c’è niente di male nel non sentirsi abbastanza, anzi, può essere un buon modo per cercare di diventare una persona perbene. In questa seduta di cartomanzia autoavverante adulta Chiara dice a bambina Chiara che anche se avrà dei figli sarà sempre la stessa persona. Sarà.

Poi arriva quello che dovrebbe essere un punto: «Spesso ti sentirai in colpa di essere lontana da loro (i figli) anche solo per andare al lavoro, ti sentirai quasi sbagliata ad avere altri sogni oltre alla famiglia. La nostra società e cultura ci ha insegnato che quando diventi madre hai una nuova identità già prestabilita e identificata: sei solo una mamma. Pensa un secondo a questo: quante volte la società fa sentire in colpa le donne perché lavorando stanno lontane dai figli? Sempre. Quante volte lo stesso trattamento è riservato agli uomini? Mai. Ma ti dico una cosa: se farai sempre del tuo meglio per i tuoi figli, e se loro sono il pensiero principale delle tue giornate, togliti ogni dubbio, probabilmente sei una brava madre, non perfetta, ma brava abbastanza».

Io vorrei innanzitutto tranquillizzare tutti: non è la società che ci fa sentire in colpa se non stiamo con i nostri bambini, è la natura umana. Se a un certo punto non provassi più sensi di colpa spererei che un parente mi facesse internare o arrestare o perlomeno scrivere un monologo psichiatrico.

Pensiamoci libere, pensiamoci mamme, ma pensiamoci anche donne: quindi, dopo averci pensato, che succede? È questo un pensiero magico?

Se ci penso fortissimo troverò gli asili gratis, i centri estivi a Milano, guadagnerò quanto mio marito, non sarò costretta a licenziarmi se non posso permettermi una baby-sitter? Io non credo che queste siano cose che Chiara Ferragni conosce, forse ne ha sentito parlare dal personale di servizio, forse ha letto qualche slide su qualche pagina femminista, tutto qui si muove sul piano delle idee: «Le sfide più importanti sono sempre nella nostra testa», le «insicurezze nella tua testa», la violenza psicologica, il pensarti qualcosa.

C’è la filosofia, poi però c’è la vita, che è perlopiù miserabile con qualche eccezione, ma lei questo forse non lo sa. Il pensiero che le donne possano avere tutto senza rinunciare a niente è un esercizio di malafede: semplicemente, avere un figlio implica fare delle scelte, a meno che non si abbiano abbastanza soldi da non doversi porre il problema, e lei li ha. Come faccio a sentire una vicinanza, una rappresentazione, una solidarietà che non sembri un’elemosina?

Nella descrizione del suo “vestito manifesto” Ferragni ha scritto che «lotta per non essere incasellata in uno spazio identificato per lei dal patriarcato» e che «lotta per non doversi sentire in colpa del suo successo di donna». Innanzitutto: anche meno. Poi va bene, pensiamoci libere, e pensiamo se domani il patriarcato finisse di botto, tipo che il Papa in piazza San Pietro prega contro il patriarcato e questo finisce: mi sembra un desiderio antieconomico, con i monologhisti in Naspi, le attiviste costrette a imparare un mestiere a quarant’anni, i giornali che escono con le pagine bianche, sapete che pena, che cuore piccolo.

Ho letto molte cose in questi due giorni, tra cui svetta il fatto che alla fine dovremmo accontentarci di un discorso scipitino perché è comunque un po’ più di niente: non sarà la rivoluzione, ma a questo punto ci va bene anche un meme. Abbiamo abbassato talmente tanto le aspettative che siamo disposti a percepire come autentico il discorso di una milionaria vestita Dior che ci dice che andrà tutto bene perché a lei è andata bene, che non dobbiamo farci condizionare, ma nessuno si fa condizionare a meno che non voglia.

Le donne, giusto per fare due minuti di retorica e riempirci un punto di scaletta, sono un po’ meno sceme di così. La credibilità è tutto, ma sembra non essere più importante, vittime come siamo di questa allucinazione collettiva che ci fa credere che l’io narrante sia vero per natura. La più grande tragedia che possa capitare a qualcuno è quella di non essere più rilevante, perché poi i vestiti con gli insulti ricamati non puoi più farli se tutti dicono solo cose carine su di te.

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