Verso il 2024Le tre riflessioni che i riformisti dovranno fare dopo la pesante sconfitta alle regionali

Accelerare la creazione del partito liberaldemocratico, non sperare solo nel crollo del Partito democratico e chiedersi se ha senso dire sempre di non essere né di destra né di sinistra, soprattutto nei siatemi elettorali in cui prevale la logica maggioritaria

Luigi Marattin, uno dei parlamentari più autorevoli di Italia Viva, dice che «il progetto del Terzo Polo è di lungo periodo. Perché ci vuole tempo per questo tipo di battaglia». In effetti se l’obiettivo, sulla scorta dell’esperienza macroniana, è quello di superare un sistema politico imperniato sulla tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra è vero che questo non può fare in quattro e quattr’otto. Così come è noto che il Terzo Polo si è dato un traguardo che è un po’ più in là, quello delle Europee del 2024, elezioni con il proporzionale e dunque più libere e soprattutto molto ancorate alle alleanze europee – Macron, appunto. 

Dopodiché la storia è fatta di tappe successive, ognuna delle quali va esaminata per sé. E per il Terzo Polo questa tappa è stata una toppa. Ė andata male la candidatura di Letizia Moratti che era parsa anche a chi scrive, per quello che vale, un grimaldello utile per provare a scardinare l’egemonia della destra in Lombardia soprattutto se il Partito democratico avesse compiuto un gesto unitario che però non c’è stato. 

Il risultato è stato abbastanza catastrofico sia per l’ex presidente della Rai che per Azione-Italia viva (5 per cento la lista Moratti, 4 per cento Azione-Iv) nel quadro del trionfo di quell’Attilio Fontana frettolosamente dipinto come un uomo politico vicino al fallimento. 

Nel Lazio Carlo Calenda aveva trovato l’intesa col Pd sul nome di Alessio D’Amato, nome fatto da lui per primo, ma ha preso un 5 per cento lontanissimo da quel 20 per cento che lo stesso Calenda ottenne personalmente nel collegio di Roma Centro due anni fa. «Non siamo mai stati in partita», ha detto il leader di Azione volendo dire che il Terzo Polo funziona per prendere il voto d’opinione che in queste Regionali non si è visto (vedi alla voce: astensione). Aggiungiamo che in un sistema maggioritario a turno unico agire come se si fosse nel proporzionale è miope: o fai alleanze competitive o fallisci, e su questo Giorgio Gori non ha torto. 

Ma ci sono altre tre considerazioni più di fondo da fare. La prima riguarda un calcolo che si è rivelato sbagliato, cioè quello di poter approfittare (non vogliamo usare il verbo lucrare) della crisi del Pd, un Pd che annaspa ma galleggia a onta delle tragiche previsioni che si facevano anche al Nazareno, un partito il cui elettorato forse intravede la possibilità di uscire dal tunnel in cui prima Nicola Zingaretti (che ha una grande responsabilità nella disfatta nel Lazio) e poi Enrico Letta l’hanno cacciato e dunque ancora ha voglia di barrare la croce su quel simbolo. 

Il secondo errore è nella gestione dei quattro mesi che sono alle spalle. Dopo la sconfitta epocale del 25 settembre e dinanzi, per la prima volta, a un governo dichiaratamente di destra e pasticcione sarebbe stato necessario accelerare la formazione di un vero partito, una formazione politica unitaria, un’offerta politica nuova. Aver cincischiato con i barocchismi della federazione non ha dato quel senso di protagonismo che una forza nuova deve dare. Malgrado tanta gente si sia avvicinata ai due partiti tutto è apparso confinato alle dinamiche dei gruppi dirigenti. E quando poi si va a votare, tutto ciò si rivela per quello che è: piombo nelle ali. 

È già fallito il progetto del Terzo Polo? In Italia si oscilla sempre tra esaltazione e depressione, tra boom e crisi, i partiti appaiono e scompaiono a seconda delle luci della politica-spettacolo, si entra e si esce dalla scena con i tempi delle comiche di Charlot. La politica non si può leggere sempre sotto l’effetto  narcotico o euforizzante dell’ultimo dato elettorale, specie se ad esso ha partecipato meno della metà del Paese. 

La terza considerazione è la più complicata: se nello spirito del Paese e nella lettera dei meccanismi elettorali prevale la logica maggioritaria, ha senso dire che non si è né di destra né di sinistra? Qualunque sia la risposta Calenda e Renzi devono avvertire il peso di questo disastro. Una riflessione seria andrà svolta: bisogna rifare i calcoli, il tempo c’è.

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