Scudo moraleI problemi del 41 bis e l’inscalfibile sacralità del verbo antimafia

Non ci si può appellare alla tragica morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ogni volta che viene fatta un’obiezione su norme che rischiano di violare i diritti personali. Così si vizia il dibattito senza affrontare i problemi

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Ormai da trent‘anni, ma con violenza retorica che si aggrava quanto più ci si allontana da quel tempo, l’uccisione dei più celebri magistrati cosiddetti antimafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è adibita non solo a santificare e rendere incensurabile tutto il loro operato: ma a vilipendere e censurare qualsiasi obiezione rivolta a denunciare i danni arrecati dalla cultura che si pretende ispirata al loro insegnamento.

Senonché i barbari attentati che li hanno uccisi non rendono indiscutibile ogni virgola del loro lavoro, e soprattutto l’ingiusta e tragica fine che essi hanno fatto non giustifica la criminalizzazione ricattatoria inflitta a chiunque contesti la sacralità del verbo antimafia: molto spesso una patacca buona a legittimare una pratica di soprusi e violazioni dei diritti personali che nessun fine per quanto supremo potrebbe giustificare, e che certamente non diventa tollerabile giusto perché è organizzata nelle stanze del potere pubblico che appende sui muri il ritratto di quelle due vittime del tritolo mafioso.

Non rende buono né tanto meno indiscutibile il regime carcerario del 41 bis il fatto che esso potesse essere attribuito ai vagheggiamenti sicuritari di Giovanni Falcone nel trionfo dell emergenza criminale che portò alla sua uccisione, e non rende blasfema qualsiasi critica al 41 bis il fatto che esso sia più o meno fedelmente intestato agli intendimenti di quel magistrato.

Adoperare i crateri di Capaci e i corpi dilaniati delle vittime per tenere in zona di sospetto ogni perplessità sull’appropriatezza di un apparato normativo di assai dubbia compatibilità con l’ordinamento liberale non solo rappresenta un mezzo profondamente sleale per viziare il dibattito su questi argomenti, ma ulteriormente costituisce l’espediente demagogico posto a protezione di roba tanto tangibile quanto poco nobile, i posti e le carriere e gli incarichi che l’aura antimafia sottrae a qualsiasi possibilità di sorveglianza e critica civile, e infine di controllo democratico.

Che Falcone e Borsellino siano tragicamente caduti per mano assassina in adempimento del loro ufficio è un fatto da ricordare e onorare senza che questo implichi l’inchino alla pretesa sacralità di un azione normativa e giudiziaria che ha contaminato velenosamente la temperie civile del Paese, o che di questa è conseguenza (è lo stesso), e ha trasformato la pretesa lotta alla criminalità organizzata in una specie di cartello apostolare che esige osservanza fideistica e non ammette insubordinazione. 

Non sappiamo se Falcone e Borsellino avrebbero voluto tutto ciò che in loro nome si è fatto in questi tre decenni di antimafia: ma se pure si sapesse che l’avrebbero voluto, ciò non basterebbe a considerarlo giusto.

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