Oltre il bipopulismoIl Partito Liberaldemocratico si può fare subito, dice Marattin, ma bisogna crederci (e scrivere il manifesto)

La federazione dovrà avere una precisa struttura territoriale, spiega a Linkiesta il deputato di Italia Viva. Dopo decenni di sigle usa-e-getta e consensi volatili, la sfida terzista agli slogan contrappone un’idea di società

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Il Partito Liberaldemocratico sarà più della somma delle parti. Vanno trovati un nome e un simbolo. La sua costruzione deve cominciare subito, ma prima va scritta la carta di identità, cioè un manifesto. Ci può volere un mese o sei mesi, «dipende da con quanta convinzione ed entusiasmo lo facciamo», spiega a Linkiesta il deputato di Italia Viva Luigi Marattin, e dalla fiducia da infondere al progetto. Per affrontare le elezioni locali, serve alle spalle una formazione radicata sul territorio e una preparazione pluriennale. Azione e Italia Viva ci stanno lavorando, per sradicare un bipolarismo strutturato attraverso ciò che manca a tutti gli altri: un’idea di società da proporre agli italiani.

Le elezioni regionali in Lombardia e Lazio sono andate peggio delle aspettative per il Terzo Polo. Qual è secondo lei la ragione della sconfitta? È stato un problema di alleanze o di candidati?
Sono d’accordo che il risultato sia stato peggiore delle aspettative. Però, come spesso accade, conviene innanzitutto partire dai dati. In Lombardia alle elezioni politiche abbiamo preso il 10,15 per cento. Alle regionali il 9,87 per cento, cioè lo 0,28 per cento in meno. In Lazio alle politiche il risultato fu molto variegato: a Roma prendemmo l’11 per cento, nel resto della Regione il 5,95 per cento. Domenica scorsa nel resto della Regione abbiamo preso il 4,87 per cento, perdendo quindi poco più di un punto percentuale. A Roma abbiamo perso di più, ma nella capitale abbiamo avuto un evidente mancanza di partecipazione dell’elettorato di opinione, visto che è andato a votare addirittura solo un elettore su tre.

Come detto, però, concordo che ci aspettavamo di più. Io mi sono dato tre spiegazioni, a cui va aggiunta una considerazione utile per il futuro. È sempre difficile confrontare elezioni nazionali in cui vota il 64 per cento degli aventi diritto con elezioni regionali in cui vota poco più della metà di quella percentuale: come espresso plasticamente nel caso di Roma, perdiamo tutto l’elettorato di opinione che è quello su cui in questa fase maggiormente puntiamo.

In secondo luogo, quelle locali sono elezioni a forte polarizzazione – e lo sono da trent’anni ormai – in cui per definizione è difficile far avanzare posizioni terziste quali la nostra. Infine, non si poteva certo pensare che a poco più di cento giorni dall’insediamento del governo Meloni l’onda di destra fosse già affievolita. La considerazione utile per il futuro è che quando affronti elezioni locali devi farlo avendo alle spalle un partito radicato sul territorio e che prepari quelle elezioni con almeno due anni di anticipo. Noi non avevamo il tempo per farlo perché stiamo nascendo ora. Ma è una delle prime cose da segnare nella “lavagnetta che appendiamo in cucina”.

È nella natura del Terzo Polo funzionare più come partito di opinione nelle elezioni nazionali e meno nei contesti regionali dove conta più il candidato? Come si risolve questo problema?
È inevitabile nella fase iniziale del progetto, per le ragioni che ho esposto prima. Ma a regime non lo dovrà più essere. E la soluzione è da una parte organizzativa, dall’altra politica. Dal punto di vista organizzativo, la federazione – e in prospettiva il partito – dovrà avere una precisa struttura territoriale: organismi dirigenti, luoghi di discussione, responsabili tematici in grado di stare nei gangli della società. In altre parole, tutto ciò che progressivamente negli ultimi trent’anni abbiamo considerato “superato” (semplicemente perché a un certo punto la “forma” era diventata più importante della “sostanza”, un rischio che però col Terzo Polo non corriamo più), ma che invece è componente essenziale della politica.
Dal punto di vista politico, la sfida è convincere gli italiani che quella che al momento ad alcuni pare un velleitario tentativo di sradicare un bipolarismo strutturato ed efficiente è in realtà un progetto che diventerà sempre più competitivo fino a divenire maggioritario. Semplicemente perché – a differenza delle altre opzioni attualmente in campo – è in grado di disegnare un’idea di società da proporre agli italiani.

Lei ha proposto di condensare a metà legislatura nazionale un giorno per tutte le elezioni locali. Quali vantaggi darebbe al sistema? 
Almeno due. Eviterebbe che, votando ogni dodici mesi come accade ora, l’orizzonte della politica (e quindi l’azione del governo nazionale) sia di brevissimo termine. A oggi, ogni governo si fa condizionare dal fatto che «tra due mesi si vota nel comune X o nella regione Y». In secondo luogo, aumentando il valore di test politico, probabilmente combatterebbe l’astensionismo, che ormai nelle elezioni locali – specialmente quelle non associate a un gran numero di enti – è stabilmente intorno al quaranta per cento.

Vi siete dati come orizzonte il 2024 per la nascita del Partito Liberaldemocratico, non crede che un processo così lungo possa far perdere la forza propulsiva di questo progetto politico?
Veniamo da decenni in cui fare un partito è come fare un piatto di pasta. «Che fai tu stasera? Io una amatriciana». «Io invece faccio un partito, poi lo lancio sui social». Una parte sostanziale del nostro declino – culturale, sociale e financo economico – è spiegato dal fatto che abbiamo progressivamente abbandonato lo spessore della cultura politica, intesa non come discussione accademica, ma come modalità di organizzazione del pensiero e dell’azione volta al governo della cosa pubblica e al miglioramento delle condizioni di una comunità.

Questa deriva si è talmente radicata dal sembrare ormai l’unica possibile. Partiti nascono e muoiono sulla base del gradimento del fondatore e i tratti culturali delle proposte politiche sono completamente assenti: c’è forse qualcuno in grado di spiegare che visione di società ha il Movimento 5 stelle? O perché le grandi battaglie economiche della “destra” dell’ultimo decennio (prepensionamenti, più spesa pubblica, più stampa di moneta, meno concorrenza, più controllo pubblico) sono in realtà le stesse dei Cobas?

Io faccio parte di un gruppo di persone che vuole cambiare radicalmente strada. Ed è conscio che per invertire tutto ciò non servono pochi mesi, ma alcuni anni. Ecco la ragione per cui sono pronto ad affrontare altre delusioni elettorali: perché il progetto che abbiamo in mente ha tempi necessariamente lunghi, a meno di non voler replicare il modello fallimentare degli ultimi anni, in cui il consenso arriva velocemente e se ne va ancor più velocemente. Sono convinto che la costruzione del Partito Liberaldemocratico debba partire subito. Ma con un progetto e uno schema ben definito.

Come si fa a far capire agli elettori che serve più tempo per il progetto liberaldemocratico? Potrebbe essere una soluzione cambiare il nome e trovare un simbolo?
La prima cosa da fare è scrivere la carta d’identità di questo partito. Chi siamo noi? In quali valori crediamo? Qual è l’idea di società che abbiamo in mente? La prima pagina del programma elettorale con cui ci siamo presentati alle elezioni politiche di settembre è già un buon inizio: da lì va costruito un vero e proprio manifesto, che faccia capire chiaramente chi siamo e cosa vogliamo. E non ci dobbiamo riunire in una stanza in quattro: penso a un percorso che coinvolga intellettuali, artisti, professionisti, storici, politologi, rappresentanti delle categorie sociali. Chiunque sia interessato a costruire una visione di società, e non solo i quattro slogan che da anni fanno nascere e vivere i “partiti” italiani.

Il Manifesto dei valori assolverà anche a un’altra funzione. Siccome non sarà composto di banalità come «la pace nel mondo», «libertà e democrazia» eccetera, ma da una precisa idea di società, servirà anche a costituire un filtro verso chiunque vorrà aderire. Mi spiego meglio: se un giorno arriverà uno «che porta voti» ma che crede che la mobilità sociale si realizzi con la raccomandazione e non con il mercato, che la crescita si ottiene solo con la spesa pubblica, che lo Stato è sempre la soluzione di ogni problema, allora – brandendo il nostro Manifesto – gli si potrà dire «Grazie, porta i tuoi voti da un’altra parte». I progetti politici, quelli seri, secondo me si fanno così.

Dopo il Manifesto, dobbiamo trovare un nome e un simbolo – non è un segreto che io tifi per Partito Liberaldemocratico – e fare un congresso fondativo. Alla domanda «quanto tempo ci vuole per fare tutto questo?», io rispondo dipende da noi: ci possiamo mettere un mese o sei mesi, dipende da con quanta convinzione ed entusiasmo lo facciamo. Ma è questo il modo giusto di procedere.

Secondo alcuni retroscena ci sono proposte per togliere il nome «Calenda» dal simbolo elettorale, potrebbe essere un modo per non personalizzare troppo il cartello elettorale. Sarebbe favorevole o contrario?
Carlo Calenda è il leader della Federazione «Azione + Italia Viva» e secondo me sta svolgendo bene questo ruolo. Finché saremo in fase costituente, il leader è lui (e l’organismo dirigente è il Comitato Politico di Federazione che si riunisce ogni settimana) e per me non devono esserci ambiguità in merito a nessuna delle due cose. Quando faremo il Congresso fondativo, secondo me il partito deve essere pienamente contendibile e tutti gli organismi dirigenti devono essere eletti dagli iscritti del nuovo partito. Ma il punto vero è un altro. Ogni intrapresa umana ha bisogno di fiducia tra gli aderenti. Su questo veniamo da anni complicati. Ma la forza di questo progetto è saper guardare al futuro e rendersi conto che il successo del partito liberaldemocratico è più importante di ciascuno dei nostri destini individuali. E che insieme, se sapremo starci, raggiungeremo molto ma molto di più di quello che avremmo raggiunto stando separati.

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