Versione alternativaI toni trionfalistici della Lega per il voto in Lombardia sono fuori luogo

Il partito di Salvini ha perso un milione di voti rispetto alle regionali del 2018 e lo stesso vale per Fontana. Le fratture interne che hanno accompagnato le ultime settimane di campagna elettorale pesano parecchio, e si vede

Unsplash

Tu chiamalo se vuoi tempismo. Appena è stato chiaro che le elezioni regionali in Lombardia (e in Lazio) erano state vinte con grande vantaggio, come ampiamente previsto, dalla destra, è arrivato un comunicato del Comitato Nord, la fronda creata all’interno della Lega che – nonostante l’espulsione di quattro consiglieri, rei di aver creato un gruppo consigliare in Regione nella speranza di fare una lista elettorale con i dissidenti – è riemersa con una sintetica comunicazione: «Tornare a parlare di temi cari ai lombardi come l’autonomia, ha garantito al centrodestra una netta vittoria alle elezioni Regionali in Lombardia. Se da un lato si deve esultare per un centrodestra a maggioranza assoluta in Lombardia, preoccupa il forte astensionismo di questa tornata amministrativa. Anche in Lombardia, la nostra gente si sta disaffezionando dalla politica. Adesso avanti decisi verso l’autonomia anche se la strada non sarà semplice. Le forze centraliste (anche a causa dell’astensione) hanno prevalso in Lombardia e la Lega non può permettersi il lusso di essere forza minoritaria nella maggioranza, come emerso dal voto».

Cosa significa? «Semplice. Ora si riparte per incontrare tutti i leghisti che non hanno votato perché non si identificano con il partito di Salvini e si cercherà, mi auguro, di federare le numerose sigle autonomiste per allargare il consenso sul territorio», spiega Roberto Mura, che ha guidato il gruppo consigliare in Regione del Comitato Nord (durato poco più di un battito di ciglia) e che dopo essere stato espulso dalla Lega ha sacrificato ogni eventualità di poter essere rieletto.

Indipendentemente dal destino della fronda – che per ora non ha trovato spazio politico per attirare tutti i leghisti delusi, finiti nel grande magma del partito astensionista – la narrazione trionfalistica che è stata fatta sulla vittoria del presidente uscente Attilio Fontana pare un po’ scollata dalla realtà.

La Lega ha raggiunto il quattordici per cento e ha relativamente contenuto lo sfondamento di Fratelli d’Italia, che in Lombardia si è fermato al venticinque per cento. Certo, la lista del governatore rieletto ha avuto un successo inaspettato con il 6,16 per cento. Ma se guardiamo ai numeri assoluti, Fontana ha vinto con il 54,67 per cento prendendo un milione e 774mila voti: ha diminuito in modo rilevante il suo consenso rispetto al 2018, quando prese sostanzialmente un milione di voti in più.

Non c’è stato neanche l’exploit di cui ha parlato il leader della Lega, Matteo Salvini. Anzi, alle elezioni regionali del 2018 la Lega ha preso un milione e mezzo di voti, mentre ora ne ha presi solo 476.175. Molto meno anche delle elezioni politiche del 25 settembre scorso, quando in Lombardia la Lega si è fermata al 16,53 per cento, con settecentomila voti al Senato e ottocentoquarantamila per i quattro collegi alla Camera.

Quindi i toni trionfalistici usati a mezzo stampa e mezzo social per dire quanto è forte e unita la Lega paiono davvero fuori luogo.

«Ora la Lega è diventato un partito di notabili, come lo è stato Forza Italia. Se sommiamo le preferenze ottenute da tutti i candidati e le mettiamo in rapporto alla percentuale presa dalla lista della Lega, si scopre che il consenso dei candidati è stato quattro volte superiore a quello del partito», spiega un ex deputato del Carroccio. «Significa che non c’è stato voto di opinione perché la Lega ormai è un contenitore vuoto. Bossi vietava addirittura di mettere i manifesti con i nomi dei candidati perché gli elettori dovevano votare la Lega Nord, non la persona».

E infatti la candidata più votata a Milano con 4081 preferenze è stata la consigliera regionale uscente Silvia Scurati, meno legata all’establishment salviniano, mentre a Como è stato premiato Alessandro Fermi, il presidente del consiglio Regionale che ha lasciato Forza Italia per entrare nella Lega nel settembre 2021 – con 13.883 preferenze è stato il candidato più votato.

Al netto dell’astensionismo e del dimezzamento dei voti, la Lega porterà in Consiglio regionale quattordici consiglieri regionali dei ventotto che aveva nella scorsa legislatura a cui si sommano i cinque eletti nella lista Lombardia Ideale-Fontana Presidente. E sicuramente le pretese di Fratelli d’Italia, che ne ha eletti ventidue (sono sei quelli di Forza Italia), dovranno essere ridimensionate.

Non sarà facile per Fontana trovare un equilibrio nella giunta per far posto a tutti gli aspiranti assessori, fra cui pure Vittorio Sgarbi, unico eletto della lista Noi Moderati con 873 voti.

Secondo le nostre fonti, il sottosegretario alla Cultura ha già chiamato Palazzo Lombardia per chiedere l’assessorato alla Cultura che aveva il docente Stefano Bruno Galli. Non era ancora concluso lo spoglio di tutti i voti, quando l’assessore uscente alla Sicurezza, Romano La Russa, vicepresidente in pectore, pare, della prossima giunta regionale, diceva scherzando a chi gli si avvicinava «Quante deleghe vuoi?».

E su un punto concordano tutti i “legologhi” per professione o per passione: il successo della lista di Attilio Fontana si deve probabilmente al voto di tutti quelli che non hanno voluto votare la Lega di Salvini. Perché è vero che ogni volta che si vota nel nostro bizzarro Paese sembra che abbiano vinto tutti. Ma le fratture interne al movimento fu padano non si sono magicamente ricomposte. E infatti, puntuale, è arrivato il comunicato del Comitato Nord che, sebbene abbia tentato di far entrare dei candidati nella lista Moratti, ha sempre fatto il tifo per Fontana, che durante la scorsa legislatura è stato marcato stretto da parte del cerchio magico del Capitan Salvini.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club