All’armi, non son statisti!L’impresentabile La Russa, il macho sanbabilino che imbarazza Meloni

L’ennesima frase del presidente del Senato sui figli gay è solo l’ultima di una lunga serie. Un personaggio grottesco che ha capito che mostrarsi per ciò che è lo rende simpatico ai suoi seguaci. Ed è sicuramente meno impegnativo di comportarsi come uno statista

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Deve esserci un grumo di follia nel metodo di Ignazio La Russa, o un grumo di metodo nella sua follia: il risultato non cambia. La follia del presidente del Senato ha un che di donchisciottesco proprio nel senso dell’eroe di Miguel de Cervantes – è pazzo o no? – compreso soprattutto il momento catartico in cui Don Chisciotte si finge pazzo, con il che siamo al di là del conoscibile. Detta più volgarmente: Ignazio La Russa ci è o ci fa? 

Forse non è un dilemma. Nel senso che egli crede di aver capito che mostrarsi per quello che è in fondo gli conviene, lo rende simpatico, umano, soprattutto caldo per i suoi seguaci di ieri e di oggi, e poi non fingere di essere altro da quello che si è realmente è molto meno stressante del fingersi statista pensoso dello stato di salute delle istituzioni repubblicane: quella è roba da Amintore Fanfani, Cesare Merzagora, Giovanni Spadolini, Nicola Mancino, sai che barba. 

E dunque la coincidenza tra essere e apparire lui, nato nella terra di Luigi Pirandello, la realizza masticando e buttando fuori come un nocciolo di ciliegia le sue scorrettezze politiche, dai busti di Benito Mussolini alle ultime nefande considerazioni sui figli gay e le donne di sinistra che nemmeno guarda (buon per loro), lui vecchio macho tra San Babila e Catania costretto a prendere atto che anche le donne di destra non sono più come una volta, che bei tempi erano quelli. 

La Russa non ha bisogno di pensarci su: provocare gli viene naturale come un gran rovescio veniva a Roger Federer, è nella sua natura di ex arruffapopolo all’epoca relegato nei bassifondi della lotta politica, anche qui che begli anni erano: nulla si distrugge del ricordo in bianco e nero di certe adunate, di certi cortei finiti a scazzottate – altro che ’sti fatti di Firenze: bazzecole che non vale nemmeno la pena di condannare, e allora Sergio Ramelli? – formidabili quegli anni, sì. 

Vuoi mettere con l’ebbrezza del primato politico finalmente conquistato con i voti su su fino a diventare – proprio lui, il “pazzo” – il supplente del Capo dello Stato, intorno i commessi in guanti bianchi, giù la macchina blu ad aspettarlo, soprattutto quel potere di decidere, insindacabile, scolpito nel tempo, come dice il commissario-assassino di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto nell’ebbrezza di un discorso reazionario ai suoi sottoposti. È la Grande Rivalsa questa del potere di Fratelli d’Italia contro i decenni passati della minorità politica.

E lui, Ignazio, è un provocatore nel senso teatrale del termine, un picconatore dell’imparzialità che è insita nel freddo mestiere di servitore delle istituzioni e già questo fatto di per sé muta sostanzialmente i tratti del nostro ordinamento poiché violenta il concetto di presidenza che implica (implicherebbe) l’astenersi da buffonerie televisive per fare uno sghignazzo in prima serata. E dunque «Accetterei con dispiacere la notizia di un figlio gay: come se fosse milanista, diverso da me. Un padre etero vorrebbe che il figlio fosse come lui», non è una battuta, è una infamia, una volgarità da bordello di periferia, un rutto emesso dopo tre birre nemmeno di marca.

Non è la prima volta che il presidente del Senato, con la scusa delle battute, fa strame della civiltà e dell’intelligenza. Bisognerebbe fare qualcosa oltre che (giustamente) elevare la protesta in Aula come ha fatto ieri l’opposizione, ma cosa si può fare? Ecco, forse bisognerebbe ragionare sulla scarsezza di strumenti di battaglia in mano a chi dissente: è un buco nella rete democratica. 

Quindi La Russa dobbiamo tenercelo, un Don Chisciotte reazionario, pazzo ma non pazzo, che è l’emblema più inquietante di questa specie di Terza Repubblica mezzo fascistofila e mezzo dorotea sorta il 25 settembre, un attore effervescente sul palcoscenico di una politica ridotta a varietà, un giocoliere nero nel circo equestre messo su dalla ditta Fratelli d’Italia, già Movimento Sociale, un tendone ove si può dire di tutto, meglio se sfregiando il ruolo di garante, tra gli schiamazzi del pubblico pagante che ormai accetta qualunque cosa senza battere ciglio. Tanto quello, Ignazio Benito La Russa, è pazzo, probabilmente.