Suggerimenti a SchleinPer Landini, in Italia ora serve la settimana lavorativa di quattro giorni

Il segretario della Cgil annuncia che la proposta verrà avanzata al congresso del sindacato di metà marzo. «Di fronte alla rivoluzione tecnologica, che porta ad un aumento di profitti e produttività, si deve praticare la ridistribuzione della ricchezza e di come viene accumulata, anche attraverso la riduzione dei tempi di lavoro»

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Il segretario della Cgil Maurizio Landini annuncia che, al congresso del sindacato di metà marzo, sarà lanciata la proposta della settimana lavorativa di quattro giorni. «Con le nuove tecnologie, le imprese hanno una maggiore produttività e possono redistribuire la ricchezza», spiega alla Stampa.

È anche un’idea per il nuovo Partito democratico di Elly Schlein, dice. «È cruciale che la politica riparta dalla partecipazione delle persone, e continuo a pensare che il tema sia rimettere al centro i bisogni di chi per vivere ha bisogno di lavorare. L’obiettivo deve essere il superamento della precarietà, il diritto a realizzarsi nel proprio lavoro, riforme che redistribuiscano la ricchezza». Cominciando da «una vera riforma fiscale e da un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori che ponga fine alla competizione fra dipendenti ed autonomi». «Basta con cose come Jobs Act, basta con la precarietà», ripete.

Con il governo Meloni, racconta, «sin qui sono stati confronti finti. Prima hanno scritto la finanziaria e poi ne hanno discusso con noi. Su pensioni, fisco e precarietà, aumento dei salari, ad oggi non ci sono state risposte. Anzi, il ritorno dei voucher e la flat tax sono andati nella direzione opposta rispetto al necessario. Hanno pure disegnato l’autonomia differenziata, è il peggio che si potrebbe fare: aumenta la divisione in un Paese già diviso. Il confronto non c’è ed è un errore». Perché «le riforme non si possono fare senza, o contro, la rappresentanza del mondo del lavoro».

Poi parla della settimana corta. «È una delle proposte che, come Cgil, avanzeremo a metà marzo al nostro congresso. Di fronte alla rivoluzione tecnologica, che porta ad un aumento di profitti e produttività, si deve praticare la ridistribuzione della ricchezza e di come viene accumulata, anche attraverso la riduzione dei tempi di lavoro», spiega. Come? «Contrattando modelli organizzativi su quattro giorni di lavoro settimanali e per le imprese la possibilità di utilizzare gli impianti sino a sei giorni la settimana. Il tutto, prevedendo il diritto alla formazione e all’aggiornamento per tutta la vita lavorativa».

Ma se si lavora meno, non si è pagati di meno – specifica. «Perché aumenta la produttività. Non è un problema individuale, ma di sistema. La riorganizzazione del lavoro, e la disponibilità a un maggior aumento dei servizi e della produttività, vanno redistribuiti in ricerca e innovazione, ad esempio. Abbiamo già orari più alti, e salari più bassi in Europa. Si può fare».

Landini non crede negli incentivi per frenare il precariato: «Queste cose sono già state fatte, in passato. Si è visto che non servono. Oggi abbiamo più di tre milioni di contratti a termine e sono aumentati i part-time involontari. Ci sono 5-6 milioni di persone che, pur lavorando, non arrivano a diecimila euro l’anno. L’unica vera riforma possibile è cancellare le forme di lavoro precario assurde e indicare che c’è un unico contratto di ingresso al lavoro che sia basato sulla formazione. Bisogna voltare pagine».

Per Landini servono le agevolazioni a sostegno del lavoro, ma non a pioggia. «Bisogna ragionare in termini selettivi che rientrino in una idea di politica industriale. Si individuano i settori strategici, si incentivano e premiano i comportamenti virtuosi come la riduzione degli orari di lavoro. Non chi delocalizza, ma chi aumenta occupazione stabile, chi investe nell’innovazione dei prodotti e dei processi».

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