L’altro poloI liberal democratici non hanno bisogno di un partito unico, ma di un partito nuovo

La fusione tra Azione e Italia Viva non basta, l’elaborazione politica di questo progetto passa da visione, narrazione, linguaggio e volti diversi da quelli che finora hanno rappresentato l’alternativa al bipopulismo

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Accelerare i tempi di costituzione del partito unico. Questa sembra essere la ricetta proposta dai leader del Terzo Polo a seguito del deludente risultato conseguito alle recenti elezioni regionali.

Giusto, è necessario dare un nuovo impulso al processo di costituzione di un partito alternativo al bipopulismo. Esso non si genera però fondendo Azione e Italia Viva in un “partito unico”, si genera andando oltre gli steccati inevitabilmente angusti di queste due giovani forze politiche, ma soprattutto andando oltre le ragioni della loro stessa genesi, ragioni tutte ascrivibili, in entrambi i casi, a diaspore di casa Partito democratico.

Occorre in sostanza superare la più o meno dichiarata convinzione che l’alternativa al populismo possa essere generata da una sinistra riformista, magari liberal-socialista. Occorre andare oltre questa visione, molto oltre, ed è per questa ragione che non serve un partito unico, ma serve invece un partito nuovo.

Cosa intendo con partito nuovo? Intendo una forza che, rispetto ad Azione e Italia Viva, proponga un nuovo posizionamento, una nuova narrazione, una nuova visione, un nuovo linguaggio, una nuova forma organizzativa e, diciamolo, anche nuovi volti. Ha ragione Marattin quando in una sua intervista proprio sulle pagine de Linkiesta, dice: «Non ci dobbiamo riunire in una stanza in quattro: penso a un percorso che coinvolga intellettuali, artisti, professionisti, storici, politologi, rappresentanti delle categorie sociali. Chiunque sia interessato a costruire una visione di società». Ha ragione anche quando aggiunge: «Ci possiamo mettere un mese o sei mesi, dipende da con quanta convinzione ed entusiasmo lo facciamo. Ma è questo il modo giusto di procedere».

Sì, bisogna partire dall’elaborazione politica. Si tratta di un progetto impegnativo, molto più impegnativo di una banale fusione, bisogna esserne consapevoli. L’alternativa a questa via è rappresentata dalla retorica della competenza: noi siamo quelli competenti, coi candidati giusti. Non può e non deve essere così: le persone hanno bisogni pre-politici, di tipo esistenziale, che solo una proposta che sappia scaldare i cuori può soddisfare. Da sempre si vota un’idea di mondo e società e non il “candidato giusto”, si tratta di una scorciatoia tecnocratica, presuntuosa e perdente. La sapienza serve a poco senza la forza e la bellezza, la forza del pensiero e la bellezza del progetto.

Proviamo dunque a tracciare qualche linea direttrice. Non ho certo la presunzione di proporne i contenuti, mi limito a suggerire qualche riflessione intorno al metodo. In cosa consiste dunque questa necessaria elaborazione politica?

Nuovo posizionamento
Qualcuno sostiene che anche in Italia dovrebbero essere rappresentate le tre principali famiglie politiche europee: socialdemocratici, popolari e liberali. Sarebbe bello, ma non è così, in Italia queste famiglie non si sono compiutamente espresse. Come mai? A partire dal dopo guerra, la presenza del tutto anomala di un Partito Comunista forte e competitivo ha di fatto impedito la formazione compiuta di un’area socialdemocratica, così come ha comportato la formazione di un’area “difensiva”, la Democrazia Cristiana, diga anti-comunista che ha di fatto impedito la formazione compiuta di un’area popolare.

In questo quadro, lo spazio per un’area liberale è stato drammaticamente compresso. E oggi? Pensiamo che sia finalmente venuto il momento? Chi ci siano finalmente le condizioni? Chi lo pensa è certamente mosso da un nobile intento, ma non tiene conto del fatto che il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato e che i nuovi paradigmi richiedono nuove categorie politiche.

Oggi, in tutto il mondo libero, il confronto è fra una proposta neo-populista, all’interno della quale si consuma la contraddizione destra/sinistra, e una proposta alternativa ancora incompiuta, che vede forse nell’esperienza francese di Macron il punto più avanzato, proposta alternativa che, al pari di quella neo-populista, non può che porsi trasversalmente rispetto allo schema destra/sinistra. In sostanza, non c’è bisogno di un Terzo Polo, c’è semmai bisogno di un’area che sappia porsi come il secondo polo, il polo alternativo al bipopulismo: l’altro polo.

Nuova narrazione
L’elaborazione della narrazione dell’altro polo, presuppone la consapevolezza di come la proposta neo-populista affondi le sue radici nella cultura politica della destra sociale, ma anche (e soprattutto) nella cultura politica della sinistra ribellista, cultura di gran lunga dominante nella sinistra, quantomeno in Italia. La narrazione dell’altro polo deve distinguersi rispetto a ciò che destra sociale e sinistra ribellista hanno in comune: la cultura del nemico. Nemici di classe, nemici del popolo, nemici degli italiani, nemici dei cittadini. Basta, la narrazione dell’altro polo dev’essere una narrazione-per, non una narrazione-contro, una narrazione positiva, fondata su una concezione ottimistica della natura umana, sulla fiducia nelle possibilità degli individui, sulla fiducia nel naturale progresso dell’umanità.

Nuova visione
A quale mondo stiamo andando incontro? Che società vogliamo costruire? Come ci immaginiamo nel mondo di domani? Quale sceneggiatura vogliamo dare al film del nostro futuro? L’elaborazione della visione consiste in convincenti e attraenti risposte a queste domande. L’atteggiamento più efficace per elaborare una visione di futuro, non è quello di chi parte dal giudizio negativo del presente, è quello di chi, per dirla con Italo Calvino, sa «scovare il bello e dargli spazio». I giudizi da boomer su quanto i giovani stiano sui social, espressi sui social stessi, sono, ad esempio, il peggior viatico dell’atteggiamento più funzionale all’elaborazione della visione. Ripeto, scovare il bello e dargli spazio.

Nuovo linguaggio
L’altro polo dev’essere riformista? No, dev’essere liberale. Ma no dai, dev’essere liberal-socialista. E no eh, dev’essere socialista-liberale. Chi dice questo non ha compreso che dev’essere repubblicano. Ma no dai, semmai neo-repubblicano. E no eh, dev’essere anche un po’ popolare. Qualcuno pensa che un giovane, oggi, possa essere attratto da questo dibattito? Annoia me, e tanto, che ho passato i sessant’anni da quel dì. L’elaborazione politica dell’altro polo presuppone anche la ricerca di nuove parole, la proposta di un nuovo linguaggio coerente coi paradigmi dell’epoca 4.0. Potrebbe apparire come una questione di maquillage quando invece si tratta di una questione assolutamente cruciale.

Nuova forma organizzativa
I partiti vivono una dimensione nazionale e una locale, ed entrambe le dimensioni concorrono al successo del partito. La distinzione fra queste due dimensioni genera normalmente un tragico equivoco: si ritiene che l’elaborazione politica appartenga esclusivamente alla dimensione nazionale e a quella locale sia demandato il compito della diffusione sui territori.

Insomma, noi che stiamo a Roma (o a Firenze) decidiamo la linea politica, gli altri fanno i banchetti. Questa logica non premia capacità e attitudini, capacità e attitudini inevitabilmente diffuse e quindi ovviamente presenti anche a livello locale, ma frustrate, represse, inascoltate, così sui “territori” finiscono per operare solo i peraltro encomiabili volantinatori.

Per una forza nuova, bisognosa di contributi diffusi e energie molteplici, questa sarebbe una trappola mortale: occorre creare un flusso continuo fra centro e periferia, che non sia solo un flusso informativo, ma soprattutto elaborativo. La tecnologia aiuta, bisogna definire e distinguere gli spazi del confronto, da quelli della decisione e dell’execution, valorizzando però le capacità ovunque si trovino, mossi dall’intento di diffondere la leadership.

C’è poi un’altra questione. Quanto deve essere democratico il partito del Terzo Polo? Secondo una certa retorica, più democrazia c’è e meglio è. Io non penso che sia così. Le aziende, ad esempio, non sono certo organizzazioni democratiche, ma non credo che funzionerebbero meglio se i ruoli fossero decisi in assemblea. Bisogna trovare un punto di equilibrio fra rappresentanza ed efficienza. Non è facile, ma è cruciale. Occorre essere consapevoli delle due possibili derive: la deriva dei modelli ultra-democraticisti è la campagna elettorale interna permanente; la deriva dei modelli efficientisti è il familismo determinato dalla nomina degli amici e dei fedeli. In entrambi i casi, si tratta di un disastro. Occorre garantire livelli sostenibili di rappresentanza e criteri e processi trasparenti di nomina. Un vecchio carosello diceva «sembra facile, ma non è». Sì, sembra facile, ma non è.

Nuovi volti
Un po’ tutti dicono che la leadership del nuovo partito dev’essere, com’è di moda dire, contendibile. Bene, quindi vedremo chi se la contenderà. Qualche riflessione però si può già fare e la mia è la seguente: un partito nuovo, così tanto nuovo come ho cercato di argomentare ai punti precedenti, è bene che possa contare su una leadership nuova.

Credo che il partito nuovo dell’altro polo, il partito del polo alternativo a quello bipopulista, debba essere guidato da una figura diversa dagli attuali leader di Azione e Italia Viva. Matteo Renzi e Carlo Calenda, grazie alla loro iniziativa politica, rendono oggi forse possibile la nascita di un’autentica alternativa al bipopulismo e di ciò bisogna e bisognerà dargliene atto e rendergli merito con tutti gli onori del caso.

Nessuno dei due, per ragioni molto diverse fra loro, è però davvero funzionale a questo tipo di progetto. Non ha senso allo stato attuale fare altri nomi, bisogna però fin da subito aprire la partita senza nascondersi dietro la litania falsa e retorica del «prima i contenuti, la leadership viene dopo». No, elaborazione politica e definizione della leadership sono processi fortemente interconnessi. Si apra la partita.

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