La lezione di KyjivL’invasione russa in Ucraina ha segnato il ritorno della guerra industriale

Dopo un anno di scontri la resistenza ucraina e i fallimenti russi dimostrano che tenere riserve di munizioni sufficienti per conflitti prolungati è un’importante forma di assicurazione che hanno le nazioni del mondo libero per possibili escalation militari di potenze ostili

LaPresse

Il mondo non è cambiato il 24 febbraio 2022. La guerra ci ha per lo più rivelato dei fatti politici dei quali avremmo dovuto essere consapevoli ben prima dell’invasione russa, ma che per convenienza o miopia abbiamo invece deciso di ignorare. La mancata democratizzazione della Federazione Russa, la debolezza dell’Unione europea come garante di sicurezza, una dipendenza eccessiva dalle energie fossili e il dilagare del nazionalismo sono i tarli che hanno indebolito l’impalcatura dell’ordine europeo, schiantatosi un anno fa sotto il peso delle sue stesse contraddizioni ancor prima che dei carri armati russi. Ricostruire i fattori strutturali che stanno scatenato la catastrofe è necessario per provare a trarre degli insegnamenti dalla guerra e contenerne i contraccolpi.

Basta pensare alla dimensione militare: la lotta per l’Ucraina rappresenta il culmine di una serie di cambiamenti affiorati nel corso dei decenni. La digitalizzazione dei sistemi d’arma, l’affermazione di attori privati sul campo di battaglia (che si tratti di Elon Musk con i satelliti Starlink o Evgenij Prigozhin con i mercenari Wagner) e il ruolo cruciale dei media e dell’informazione in tempo reale sono elementi rilevanti fin dai tempi delle guerre del Golfo. Che lo siano ancora oggi non deve sorprendere. Le guerre sono plasmate dalle società che le combattono, e le strategie perseguite (e i sacrifici compiuti) da entrambe le parti rivelano modelli di società a cui corrispondono precise coordinate morali e politiche.

Il Cremlino sta combattendo un conflitto coloniale, con l’intenzione di cancellare il proprio vicino. Lo sta facendo con tutta la potenza e i limiti di una dittatura con tratti tecnocratici e una profonda frammentazione interna al regime. L’Ucraina si sta difendendo costi quel che costi, partendo da una posizione di inferiorità nella quale si deve improvvisare. Oggi Kyiv può ricorrere all’arsenale del mondo libero, la cui solidarietà è vincolata a un continuo scrutinio su come le armi sono effettivamente utilizzate.

Questi approcci sono due facce della stessa medaglia, ovvero la necessità di adeguare le regole della guerra e della pace a un mondo profondamente cambiato dopo la fine della Guerra Fredda. Anche per questo è possibile considerare questo conflitto come un triste palcoscenico sul quale stanno andando in scena, sulla pelle degli ucraini, le novità degli ultimi trent’anni.

Il ritorno della guerra industriale

In una prospettiva puramente militare, il 2022 ha segnato un ritorno della guerra di massa, dove “massa” va intesa sia in senso di quantità materiale, sia come sinonimo di pubblico. Il numero di persone mobilitate dal conflitto non ha precedenti in Europa dalla Seconda guerra mondiale (no, nemmeno le guerre in Jugoslavia), e lo stesso vale per il numero di sistemi d’arma impiegati sul campo.

Le perdite umane subite da entrambe le parti sono da capogiro: nei primi nove mesi di guerra, i russi avrebbero perso più di 100mila soldati fra morti e feriti, una città delle dimensioni di Terni spazzata via in dieci mesi. É la conferma di tendenze già emerse nella guerra in Nagorno-Karabakh e altrove: i combattimenti sono diventati molto più intensi e letali. I soldati sono oggi costretti in campi di battaglia molto più “angusti”: la gittata di missili, droni e munizioni circuitanti accorcia sensibilmente le distanze fra posizioni nemiche, rendendo più “profonda” e pericolosa la linea del fronte. Ciò rende fondamentale gli investimenti nella cosiddetta protezione delle forze, ovvero in sistemi antimissile, in difesa aerea ravvicinata e altri sistemi per mitigare queste minacce.

Meno tragica ma altrettanto importante è l’emorragia di equipaggiamento, veicoli, munizioni, aerei, blindati, fucili, cannoni, missili, droni e navi persi in dodici mesi. Si tratta dell’equivalente di anni di produzione industriale, insostituibile in tempi brevi. Le forze armate Nato hanno per anni scommesso che la superiorità tecnologica data da sensori, armi digitalizzate e sistemi automatizzati avrebbero potuto sopperire alla mancanza di massa nelle nostre forze armate: meglio pochi assetti altamente letali (e costosi) piuttosto che una massa poco sofisticata. Questo ragionamento si è visto ad esempio nel campo aeronautico, dove i costi dei velivoli sono aumentati a dismisura per accomodare innovazioni sempre più avanzate.

Tecnologie più accessibili

La guerra in Ucraina ha ribaltato il paradigma: la guerra tecnologica in realtà ha “democratizzato” la violenza, rendendo accessibile anche a milizie e Paesi più piccoli capacità che una volta erano accessibili solo agli stati ricchi. Basti pensare ai soldati russi, che spesso utilizzano droni acquistati su internet dalla Cina, o l’artiglieria ucraina, che usa una app simile a Uber per creare un ciclo di acquisizione del bersaglio, attacco e correzione del tiro da far invidia ai sistemi occidentali più avanzati. Il risultato è un peculiare mix di alta e bassa tecnologia. La battaglia per la cittadina di Bakhmut nell’inverno del 2022 è istruttiva: da un lato si hanno assalti alla baionetta come se fosse l’Isonzo o la Somme nel 1916; dall’altro, si ha il ricorso a satelliti e droni kamikaze.

Questa prospettiva è fondamentale anche se si considera la questione degli stock di armamenti. La guerra in Ucraina dimostra che tenere riserve di munizioni sufficienti per conflitti prolungati è un’importante forma di assicurazione. La resistenza ucraina e i fallimenti russi dimostrano che è inverosimile che una guerra su larga scala verrebbe risolta nelle prime settimane (una conclusione a cui erano invece giunti diversi analisti in simulazioni di conflitti con la Russia), rendendo necessario creare sufficienti risorse per sostenere uno scontro prolungato.

Se, come è lecito sperare, i Paesi europei non andranno mai in guerra per propria scelta, allora è verosimile che essi non avranno il lusso di decidere come combattere il prossimo scontro. Visto che lo stoccaggio di veicoli e equipaggiamento è estremamente costoso, va anche capito se e come far sì che l’industria della difesa possa far partire “a freddo” le catene di montaggio, cioè raggiungere in tempi brevi grossi volumi di munizioni e armi senza incorrere in spese folli in tempi di pace.

Deterrenza e coesione sociale

Questi sono fattori importanti non solo perché fungono da “assicurazione” in caso di guerra, ma anche perché rappresentano una forma di deterrenza nei confronti di potenze ostili. Dimostrare di poter difendersi per tempi prolungati, soprattutto per una comunità di stati che giustamente esclude un uso preventivo delle armi nucleari, è un importante strumento per scoraggiare escalation.

Ma i mezzi per resistere sono inutili se manca la determinazione per farlo. Al di là della facile retorica, è piuttosto evidente che il Cremlino pensasse che l’Occidente non sarebbe stato disposto a pagare il prezzo di un supporto prolungato all’Ucraina. Il costo delle sanzioni, del caro-energia e delle spese militari in crescita dimostrano una profonda interconnessione tra politica estera e sfera domestica, e le operazioni di influenza russe hanno sempre teso a sfruttare e aggravare un dibattito pubblico polarizzato per minare la fermezza dei governi, soprattutto europei, nel confronto politico con Mosca.

Ciò richiede un cambio di marcia da parte dei governi europei, e soprattutto quello italiano. La forza russa si nutre infatti della debolezza e delle contraddizioni delle nostre società. Le diseguaglianze sociali possono essere sfruttate per infiacchire la fiducia nelle istituzioni; l’analfabetismo funzionale è terreno di coltura per la disinformazione; una democrazia debole è più vulnerabile agli sbandamenti demagogici. In questo contesto, la tradizionale lontananza delle istituzioni di esteri e difesa dal dibattito pubblico lascia spazi informativi non presidiati, nei quali chi commercia in propaganda e falsità può prosperare.

Guerra, anno 2

È impossibile prevedere cosa avverrà in questo secondo anno di guerra. Tuttavia, ci sono già oggi alcuni punti che possiamo analizzare partendo dagli elementi qui fissati.

Prima di tutto, bisogna essere onesti sul rischio di una potenziale escalation del conflitto, anche con l’impiego di armi nucleari. Ad oggi, la probabilità che ciò avvenga è bassissimo, e l’uso dell’atomica e andrebbe contro ogni logica militare e politica.

Sarebbe tuttavia un errore liquidare le preoccupazioni del pubblico, senza spiegare il perché di questa ragionevole certezza. La dottrina russa (e la logica militare) suggeriscono, ad esempio, che prima di rompere il tabù nucleare Mosca potrebbe compiere atti di intimidazione, ad esempio attraverso il sabotaggio di infrastrutture Nato in Polonia o con attacchi ai rifornimenti per l’Ucraina. Sarebbero comunque eventi gravi, ma che fornirebbero sufficiente spazio di manovra per evitare l’impensabile. Allo stato attuale, non ci troviamo a “pochi centimetri dalla catastrofe”, ma a parecchie decine di metri. È un pensiero poco rassicurante, ma sicuramente consolatorio rispetto all’alternativa atomica.

L’altra cosa che sembra chiara è che nulla, ad oggi, indica un prossimo collasso della Federazione Russa, o l’intenzione da parte di Putin di trovare un compromesso. Stiamo assistendo a una sorta di ristrutturazione autocratica del regime, che ha adottato lo sforzo bellico come principale raison d’étre dell’economia e dello stato russo. Per quanto ciò ne limiti la capacità di fare la guerra, ciò non porterà alla fine del regno putiniano (detto questo, va ricordata la citazione di un grande cremlinologo degli anni 80: “In Russia, le cose sono sempre sul punto di andare estremamente bene o estremamente male”).

La spesa militare italiana
In ragione di questo, non è realistico pensare che le spese militari possano rimanere a livelli di pace. Il 24 febbraio il mondo non è cambiato; tuttavia, oggi siamo molto più consapevoli di quanto poco esso fosse sicuro anche prima dello scoppio della guerra. Per la lentezza del procurement militare, le decisioni di bilancio prese oggi inizieranno ad avere un impatto fra cinque o dieci anni, quando la situazione globale potrebbe essere ulteriormente deteriorata.

Il principio di precauzione ci impone quindi un investimento adeguato nella difesa, facendo di tutto affinché essa sia sostenibile. Una stima del think tank IISS del 2019 sostiene che per difendere il continente, gli stati europei dovrebbero spendere fra i 264 e i 328 miliardi di euro in più, una stima conservatrice se si considera lo svuotamento dei magazzini a beneficio degli ucraini. Le forze armate italiane invece lamentano un buco di quasi 4,5 miliardi per i prossimi tre anni. Per questo, a livello europeo l’integrazione dell’industria della difesa e una migliore distribuzione dei costi deve essere la priorità numero 1. Per un Paese come l’Italia la questione è particolarmente urgente: oltre all’impegno sul fianco est della Nato, Roma non può non mantenere una capacità di intervento nel Mediterraneo.

È evidente che serve coordinamento europeo per colmare questo enorme divario senza sacrificare altri capitoli di spesa. Un taglio alle spese sociali sarebbe drammaticamente controproduttivo per i motivi di cui sopra: una società debole è una società vulnerabile. È imperativo che diventiamo quella che i tedeschi chiamano una “wehrhafte Demokratie”, una democrazia capace di proteggersi e di decidere autonomamente e senza paura il proprio destino.

Tre domande per l’Italia
Per far ciò servirà tuttavia un dibattito sociale e politico più maturo e sofisticato sui temi della politica internazionale. L’Italia deve urgentemente rispondere a tre domande, senza cadere nel solito, rassicurante provincialismo. Uno: che ruolo vuole avere Roma nell’ordine europeo? Rimpiangere Draghi o lagnarsi per inviti a cena non pervenuti da Parigi non sono risposte valide. Due: che strategia globale deve perseguire il Paese per completare la transizione energetica e emanciparsi dai diktat di stati autoritari? Nota bene, limitarsi al namedropping di vecchie glorie come Mattei non vale. Tre: come possiamo sostenere l’alleato ucraino senza perdere di vista le esigenze strategiche italiane? Tanto per essere chiari: si parla qui di stabilità dell’area Euro-Mediterranea, non della serenità degli spettatori di Sanremo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club