Storie d’amoreSan Valentino, il cibo e me

Piccola digressione sentimentale e grande dichiarazione d’amore per i rituali dell’infanzia che diventano certezze adulte. E passano dalla cucina, dal palato, dai ricordi e dalle emozioni. Senza citare mai Proust

Ricordo perfettamente la prima volta che ho assaggiato le ostriche, morbide, carnose, sapide, hanno lasciato sul palato e nella mente un ricordo indelebile. Non ricordo affatto, invece, quando ho assaggiato per la prima volta del cioccolato. Non ho questo tassello di sapore inciso nella memoria, purtroppo. Di sicuro ha inciso l’età: la prima ostrica è arrivata con la prima maturità gastronomica, mentre il primo cioccolato risale probabilmente a molti anni addietro. Eppure, se oggi dovessi scegliere con che sapore vorrei lasciare questo mondo, non avrei alcun dubbio. Sarebbe il cioccolato, alla temperatura perfetta in modo che risulti suadente e totalizzante come sono lui sa essere. E se questo non vale come dichiarazione d’amore, altro non so dire. A parte la non memoria di quel primo assaggio, chissà che cos’avranno provato le mie giovani papille, che anelito di gioia, che sussulto di meraviglia, che pulpito di piacere infinito devono aver vissuto, allora. Forse lo stesso che provo oggi, ogni volta che mi avvicino a un quadratino fondente, o a una barretta al latte, o alla croccantezza di un modicano, o a qualunque alimento che ne comprenda in sé almeno un po’. Biscotti con gocce di cioccolato, praline, esse ricoperte, pain au choco, mi vanno bene persino i muffins, dirò un’eresia: mi piace addirittura nel panettone, che per me è unicamente milanese, se no non vale. Eppure, se nell’impasto c’è qualche goccia, o della crema, o se c’è una copertura di cioccolato buono non resisto e assaggio, cedendo al mio integralismo natalizio. Lo amo in tazza, lo amo a temperatura ambiente, lo amo nel gelato: non vedo momenti in cui non funziona, nessun mese dell’anno può trascorrere senza la sua consolatoria capacità di rendermi felice. È buono di una bontà solo sua, è croccante quando hai bisogno di mordere la vita, è consolatorio quando ti serve rassicurazione. È caldo quando hai bisogno di un abbraccio, è freddo quando ti serve un ristoro dall’estate. È, semplicemente, l’alimento perfetto e se non ti piace hai qualcosa da nascondere.

Nonostante non ricordi quando l’ho assaggiato la prima volta, so perfettamente che era nella mia vita fin dall’infanzia, perché la mamma e le nonne ne erano ghiotte, e sono certa che non mancasse mai, in casa. I dolci, all’epoca, mi erano preclusi: sono nata in un momento storico nel quale le regole erano ferree, e non si sgarrava. Sono nata in una famiglia nella quale occorreva votarsi al sacrificio, anche gastronomico: non l’ho mai capito bene, il perché, ma un perché ci sarà senz’altro stato. Potevo quindi godermi un dolce solo nel fine settimana, il sabato a pranzo si mangiava il plumcake variegato al cioccolato, e la domenica dalla nonna si mangiavano i pasticcini che portava la zia. Mi accaparravo quelli al cioccolato: bigné e cannoncini potevano scomparire. Per me, l’unica conclusione possibile del pasto domenicale in famiglia, composto indistintamente dalle stagioni da risotto alla milanese, arrosto e purè, era con una fiamma al fondente, un moretto glassato e una chiave di violino. Al solo pensiero di questi dolcetti mi si accende un campanello nella memoria, e mi aumenta la salivazione. Li vedo, custoditi nei loro pirottini di carta, sul vassoietto dorato. Vedo la mia manina che li punta da lontano e li prende tutti e tre insieme, prima che un impertinente li abbia al posto mio. Quando sono tutti e tre davanti a me, so che la mia domenica ha il suo perfetto compimento.

Ma la ricetta al cioccolato che mi ha cambiato la vita era un’altra. Perché, anche nella mia famiglia votata alle regole, ogni tanto le regole si infrangevano: e quando succedeva, era per merito della morbidina. L’abbiamo sempre chiamata torta al cioccolato, a casa nostra la mamma non aveva grande suggestione per la cucina e il forno è stato rotto (fintamente!) per tutta la mia infanzia. Mi sono ribellata in adolescenza, e l’unica torta che sono mai riuscita a ottenere era questa apoteosi degli ingredienti che ho amato di più nella vita. Quando provo a rifarla, non mi viene mai come veniva alla mamma. Non me la prepara più da troppo, ma quei bocconi raccolti col cucchiaino di questa delizia fatta solo di burro e cioccolato, con poca farina a tenerla insieme, sono uno dei miei ricordi più dolci delle (poche) trasgressioni che mi concedeva insieme a lei. La finivamo in troppo poco tempo, la adoravamo con zucchero a velo o senza. E se dovessi dire qual è la ricetta di famiglia, in una famiglia in cui di ricette non ce n’erano proprio tante, è di sicuro lei. Forse è per questo, che il cioccolato rimane una delle mie ossessioni gastronomiche, e forse è per questo che oggi, in qualsiasi forma e consistenza lui sia, se posso scegliere una cosa per stare davvero bene, questa cosa è di sicuro al cioccolato.

Torta morbida al cioccolato

Ingredienti e dosi per 4 persone (o per me e la mia mamma da sole, quando siamo in debito di dolcezza)

Cioccolato fondente 180 g

Zucchero 150 g

Burro g 150

Uova 3

Farina 150 g

Lievito secco O bicarbonato 1⁄2 cucchiaino

Zucchero a velo

Sale

Procedimento

Far sciogliere in una ciotola ampia il cioccolato e il burro, a bagnomaria.

Unire la farina, lo zucchero, un pizzico di sale e i tuorli e mescolare bene.

Montare a neve ben ferma gli albumi e unirli piano piano al composto, mescolando dal basso verso l’alto, senza smontarli. 

Imburrare e infarinare una tortiera quadrata di 20 cm di lato, meglio se adatta ad andare anche a tavola, e versarvi il composto.

Cuocere in forno a 180° per 20 minuti.

Far raffreddare la torta, se riuscite, spolverarla con lo zucchero a velo. Gustare a cucchiaini, cercando di pareggiare man mano i bordi. Quando ci riuscirete, è perché la torta è finita.

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