Disastro pianificatoLe sanzioni hanno creato il più pesante deficit russo dal 1991

Le entrate fiscali legate all’energia sono diminuite del 46 per cento rispetto al gennaio del 2022. Putin ha annunciato un taglio alla produzione del petrolio del 5 per cento per stabilizzare i prezzi ormai in caduta libera e la Banca centrale ha iniziato a vendere in massa gli yuan

Putin mostra di irridere le sanzioni brindando con vini da duecentomila euro a bottiglia che sarebbe riuscito a far venire lo stesso in Russia tra novembre e dicembre, il dibattito se le stesse sanzioni stiano funzionando continua, ma la tesi che l’impatto sia arrivando un po’ per volta in crescendo sembra confermato dai dati dello stesso ministero delle Finanze russo. Le entrate pubbliche derivanti dalla vendita di energia sono diminuite infatti del 46 per cento a gennaio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, segnando il livello più basso dall’inizio della pandemia. E a questo crollo degli afflussi di cassa del Cremlino si aggiunge la sempre più pesante spesa per la guerra. Messi assieme, i due fattori hanno portato la Russia a registrare in gennaio il suo più grave deficit fiscale per un gennaio dai tempi del crollo dell’Urss, nel 1991.

Proprio per provare a fronteggiare questa emergenza, venerdì Putin ha annunciato un taglio alla produzione del petrolio del 5 per cento, con l’intento di stabilizzare prezzi in caduta libera. Ma il quasi mezzo milione di barili al giorno che la Russia smetterà di estrarre nei prossimi mesi equivale più o meno a quanto ha già smesso di immettere sui mercati internazionali negli ultimi mesi.

 Insomma, è la antica favola della volpe che dice «tanto non mi piace» dell’uva cui non riesce ad arrivare. D’altra parte, dal 5 febbraio la pressione è ulteriormente aumentata attraverso l’entrata in vigore di un price cap Ue anche sui derivati del petrolio russo, tra cui il diesel occupa un posto di primissimo piano. E a differenza che per il greggio per questi altri prodotti la Russia non riesce a trovare tanti altri acquirenti. 

In tutto, il deficit russo ha raggiunto i 1760 miliardi di rubli nel primo mese dell’anno: circa 22,4 miliardi di euro, secondo l’attuale tasso di cambio instabile. A gennaio, le entrate totali – non solo quelle energetiche – sono diminuite di oltre il 35 per cento su base annua e le spese sono aumentate di quasi il 59 per cento. 

Il 5 dicembre l’Ue ha chiuso completamente alle importazioni di petrolio russo e i suoi alleati del G7 – guidati dagli Stati Uniti – hanno imposto un prezzo massimo per il petrolio russo che le navi e gli assicuratori possono trasportare senza sanzioni. La prima misura ha lasciato la Russia senza il suo mercato principale. La seconda ha completamente stravolto la logistica necessaria al funzionamento della sua principale fonte di risorse. Conseguenza: le compagnie petrolifere russe si trovano a dover vendere con sconti fino al 50 per cento, e in più devono pure accollarsi le enormi spese di trasporto del greggio in queste nuove e più onerose condizioni. 

È vero che sono riusciti a mantenere i volumi complessivi, ma al costo di un forte calo dei prezzi di vendita. È vero che l’export comunque continua, e l’embargo viene aggirato attraverso una flotta ombra di navi che fanno triangolazioni, che Bloomberg ha stimato in almeno 600. Ma anche ciò ha un costo.

Insomma, le previsioni di Mosca erano che almeno del budget russo annuale fosse coperto dalle compagnie energetiche, sia con tasse che con royalties. Per ottenere ciò, però, bisognerebbe che il mix immesso sui mercati fosse di almeno 70 dollari al barile, mentre a gennaio ne faceva 50. 

A causa di una nuova regola di bilancio che rende necessario compensare i minori afflussi di denaro petrolifero quando il prezzo del petrolio scende, a metà gennaio la banca centrale russa ha dunque iniziato a vendere yuan dalle sue riserve. In particolare, dal 13 gennaio al 6 febbraio il ministero delle Finanze ha messo in vendita valuta estera per un valore di 54,5 miliardi di rubli attingendo alle sue riserve di 3.100 miliardi di rubli di attività liquide in yuan, che costituiscono oltre il 40 per cento delle attività liquide distribuibili nella ricchezza nazionale Finanziare. Si tratta comunque di una cifra irrisoria, che ammonta a meno del 3 per cento dello yuan russo circolante negli ultimi tre mesi. 

A fine 2022 il ministero delle Finanze ha inoltre rivisto la struttura della componente valutaria del fondo sovrano russo, raddoppiando la sua quota in yuan, e arrivando così al 60 per cento. Eventuali entrate in eccesso di petrolio e gas nel 2023 saranno pure accumulate in yuan. Ma così quella de-dollarizzazione dell’economia per cui le autorità russe mostrano così tanto orgoglio si traduce in una sostanziale yuanizzazione, con una crescente dipendenza dalle decisioni del Partito Comunista Cinese. 

E lo yuan costituisce solo il 3 per cento delle riserve valutarie globali, contro il 60% del dollaro e il 20% dell’euro. La crescente dipendenza della Russia dallo yuan sta effettivamente aiutando le autorità cinesi a farne una valuta di riserva internazionale, e lo scorso ottobre, la Russia è diventata il quarto più grande centro commerciale offshore per lo yuan, mentre ancora ad aprile non era nemmeno tra i primi quindici. Ma la Cina ha bisogno del dollaro per sostenere la stabilità dello yuan sui mercati offshore, principalmente a Hong Kong. Di conseguenza, la forza dello yuan come valuta di riserva non indebolisce il dollaro; piuttosto, le due valute si completano a vicenda. Ciò significa che Pechino non può davvero aiutare Mosca nella crociata dichiarata contro il dollaro.

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