La luce in fondo al tunnelLo shock energetico e la svolta verso un sistema più pulito

La crisi energetica mondiale sta colpendo le economie di tutto il mondo, Non basta la risposta pronta dei governi, è vitale che anche i privati facciano la loro parte per accelerare gli investimenti

energia eolica
Photo by Luca Bravo on Unsplash

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

La crisi energetica mondiale sta colpendo famiglie, industrie e intere economie, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove le persone meno che mai possono permettersi rincari. Per la prima volta dopo decenni, nel 2022 il numero delle persone prive di accesso all’elettricità è destinato ad aumentare, in tutto il mondo. A causa della pandemia e dell’attuale crisi energetica, i 75 milioni di persone che di recente hanno finalmente avuto accesso all’elettricità rischiano di non poterne sostenere il prezzo, come anche i 100 milioni di persone che hanno potuto accedere alla cucina pulita.
Nel rimescolamento degli scambi internazionali, la Russia perde terreno. Prima di invadere l’Ucraina, era il maggior esportatore mondiale di combustibili fossili: tra petrolio e gas, esportava circa il 50 percento in più del secondo maggiore esportatore, l’Arabia Saudita. Secondo l’ultimo World Energy Outlook dell’International Energy Agency (IEA), per quanto i mercati asiatici attraggano quantità sempre maggiori delle sue risorse, la Russia non riuscirà a trovare mercati per tutti i flussi che in precedenza inviava in Europa. Nel 2025, la produzione russa di petrolio sarà inferiore di 2 milioni di barili al giorno rispetto alle previsioni dell’IEA dello scorso anno, e la produzione di gas diminuirà di 200 miliardi di metri cubi. Quest’anno la Russia ha visto aumentare di molto le entrate dalla vendita di petrolio e gas (circa 150 miliardi di dollari in più rispetto alla media dello scorso decennio), ma è lampante che a lungo termine risulterà perdente.
Un punto di svolta
Secondo il World Energy Outlook dell’IEA, l’attuale crisi può rappresentare uno storico punto di svolta verso un sistema energetico più pulito e sicuro, grazie alla risposta senza precedenti dei governi di tutto il mondo: si pensi all’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti, al pacchetto Fit for 55 e al piano REPowerEU nell’Unione europea, al programma Green Transformation (GX) del Giappone, all’obiettivo della Corea di aumentare la quota di energia nucleare e di rinnovabili del suo mix energetico, agli ambiziosi obiettivi di energia pulita di Cina e India. A ciò si aggiunge anche il recente annuncio della Just Energy Transitions Partnership, che stanzia 20 miliardi di dollari per accelerare l’eliminazione graduale del carbone in Indonesia: una vera e propria pietra miliare a supporto della riduzione della dipendenza dai combustibili fossili dei paesi in via di sviluppo.
Per la prima volta in assoluto, uno scenario del World Energy Outlook (WEO) basato sulle impostazioni politiche attualmente prevalenti mostra la domanda mondiale raggiungere un picco o un pleateau per ciascun combustibile fossile. Lo scenario vede l’uso del carbone diminuire nei prossimi anni e la domanda di gas naturale raggiungere un plateau entro la fine del decennio; contempla inoltre un aumento delle vendite di veicoli elettrici (EV, Electric Vehicle), a indicare lo stabilizzarsi della domanda di petrolio alla metà degli anni 2030, cui alla metà del secolo seguirà una lieve diminuzione. Ciò significa che tra la metà degli anni 2020 e il 2050 la domanda totale di combustibili fossili scenderà in modo costante, con un calo medio annuo all’incirca equivalente alla produzione dell’intero ciclo di vita di un grande giacimento petrolifero. Gli scenari del WEO più incentrati sul clima prospettano un calo molto più rapido e pronunciato.
Dall’inizio della rivoluzione industriale nel XVIII secolo, in tutto il mondo l’uso di combustibili fossili è cresciuto parallelamente al PIL: l’inversione di questa tendenza sarà un momento cruciale nella storia dell’energia. Secondo lo scenario delle politiche dichiarate (STEPS, Stated Policies Scenario), entro il 2050 la quota di combustibili fossili nel mix energetico mondiale scenderà dall’80 percento circa a poco più del 60 percento e le emissioni globali di CO2 diminuiranno lentamente da un massimo di 37 miliardi di tonnellate l’anno a 32 miliardi di tonnellate; ciò si assocerebbe a un aumento delle temperature medie mondiali di circa 2,5 °C entro il 2100, situazione tutt’altro che sufficiente a evitare i gravi impatti dei cambiamenti climatici. Il pieno conseguimento di tutti gli impegni sul clima porterebbe il mondo su un terreno più sicuro, ma è ancora ampio il divario tra gli attuali impegni e la stabilizzazione dell’aumento delle temperature mondiali intorno agli 1,5 °C.
La necessità di maggiori investimenti
Per ridurre i rischi di future impennate e volatilità dei prezzi e per conseguire lo zero netto delle emissioni al 2050 è essenziale che si proceda a un imponente aumento degli investimenti energetici. Sulla base delle impostazioni politiche attuali, lo scenario prevede che entro il 2030 gli investimenti in energia pulita supereranno i duemila miliardi di dollari, a fronte degli 1,3 mila miliardi di oggi, ma per contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 °C gli investimenti dovranno superare i quattromila miliardi di dollari, sempre entro il 2030: è evidente la necessità di attrarre nuovi capitali nel settore energetico.
I governi dovrebbero prendere l’iniziativa e dare una forte direzione strategica, ma gli investimenti necessari vanno ben oltre la portata della finanza pubblica. È fondamentale sfruttare le vaste risorse dei mercati e incentivare gli attori privati perché facciano la loro parte. Oggi, in tutto il mondo, per ogni singolo dollaro speso in combustibili fossili se ne spendono 1,5 in tecnologie energetiche pulite. Entro il 2030, in uno scenario compatibile con gli 1,5 °C (scenario delle zero emissioni nette o NZE, Net-Zero Emissions), per ogni dollaro speso in combustibili fossili se ne spenderanno cinque in approvvigionamenti di energia pulita e altri quattro per l’efficienza energetica e gli usi finali.
Se gli investimenti in energia pulita non accelerano come nello scenario NZE, per evitare un’ulteriore volatilità dei prezzi dei carburanti serviranno maggiori investimenti in petrolio e gas, cosa che tuttavia significherebbe mettere a repentaglio l’obiettivo degli 1,5 °C. In base alle attuali impostazioni politiche, fino al 2030 si investiranno in media quasi 650 miliardi di dollari l’anno nel settore upstream del petrolio e del gas naturale, con un aumento di oltre il 50 percento rispetto agli ultimi anni: un importo che comporta rischi sia commerciali sia ambientali e non può essere dato per scontato.
Nonostante gli enormi e inattesi guadagni di quest’anno, nel settore upstream oggi sono solo alcuni produttori del Medio Oriente a investire più di quanto non facessero prima della pandemia di Covid-19. Tra le preoccupazioni per l’inflazione da costi, l’impostazione predefinita del settore statunitense dello shale si è spostata dalla crescita della produzione alla disciplina del capitale, il che significa che la principale fonte della recente crescita mondiale di petrolio e gas non ha più tutto il vento in poppa.
Le nuove vulnerabilità 
Mentre si allontana dalla crisi energetica in corso, il mondo deve evitare le nuove vulnerabilità derivanti dai prezzi dei minerali critici, alti e volatili, e dalla forte concentrazione delle filiere di approvvigionamento dell’energia pulita. Se non adeguatamente affrontati, questi problemi potrebbero infatti ritardare le transizioni energetiche o renderle più costose. Il rame vede l’aumento maggiore in termini di volumi assoluti, ma altri minerali critici registrano tassi di crescita della domanda molto più rapidi, in particolare il silicio e l’argento per il fotovoltaico solare, gli elementi delle terre rare per i motori delle turbine eoliche e il litio per le batterie.
La continuità dell’innovazione tecnologica e del riciclo sono essenziali per allentare le tensioni nei mercati dei minerali critici. L’elevata dipendenza da singoli Paesi, come la Cina, delle forniture di minerali critici e di tante catene di approvvigionamento delle tecnologie pulite costituisce un rischio per le transizioni, ma anche le opzioni di diversificazione che limitano i vantaggi del commercio sono un rischio. Il viaggio verso un sistema energetico più sicuro e sostenibile può non essere facile, ma la crisi attuale rende chiarissimo il motivo per cui dobbiamo andare avanti.
Laura Cozzi è Chief Energy Modeller dell’International Energy Agency dal 2018. Supervisiona le previsioni dell’Agenzia ed è responsabile della coerenza complessiva del lavoro di modellazione e dei messaggi che ne derivano. Cozzi è anche responsabile della divisione Demand Outlook e della produzione dell’annuale World Energy Outlook, la pubblicazione di punta della IEA.

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