Damasco isolataI difficili soccorsi nel terremoto in Turchia e Siria, tra voci sotto le macerie e ritardi

Il bilancio dei morti supera i 9.500. Tra i dispersi c’è un italiano. Corsa agli aiuti internazionali per Ankara, ma nessun aiuto organizzato è ancora arrivato nel Nord-Ovest siriano. Il freddo rende tutto più difficile. La scrittrice Elif Shafak: «Perché vengono costruiti palazzi che non rispettano le regole di sicurezza e perché nessuno paga mai?»

AP/Lapresse

Ha superato i 9.500 morti l’ultimo bilancio delle vittime del terremoto in Siria e Turchia. La cifra aumenta di ora in ora, con i funzionari dell’Organizzazione mondiale della sanità che stimano che i morti potrebbero essere fino a 20mila. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato lo stato di emergenza per tre mesi nelle dieci province del sud est.

Il governo turco ha mobilitato oltre diecimila persone per i soccorsi, ma le strade dissestate, il difficile coordinamento dei soccorsi e la mancanza di mezzi adatti al trasporto ostacolano le operazioni. In tutta la zona la situazione è complicata dal freddo, sia per i soccorritori sia soprattutto per i dispersi e gli sfollati. E si teme che molte persone ancora sotto le macerie possano morire di ipotermia prima di essere soccorse. Tra i dispersi, c’è un italiano che ancora manca all’appello: Angelo Zen, 60 anni, imprenditore veneto.

Un giornalista turco, Ibrahim Haskologlu, ha raccontato a Bbc News Channel che le persone stanno inviando a lui e ad altri giornalisti video, note vocali e le loro posizioni in diretta da sotto le macerie. «Ci dicono dove sono e non possiamo fare nulla», ha raccontato. Si moltiplicano anche i salvataggi miracolosi, come quello della neonata trovata viva ancora. Una madre e le sue due figlie sono state estratte vive dalle macerie dopo 33 ore ad Hatay, una delle zone più colpite.

Nelle città turche, comincia a emergere la rabbia per la lentezza nei soccorsi. Nella provincia meridionale di Hatay, quasi al confine con la Siria, il terremoto ha raso al suolo decine di edifici governativi compreso quello della protezione civile locale. «Non sono i terremoti che uccidono così tante persone ma la corruzione e l’avidità che vive nel cuore della politica», dice la scrittrice Elif Shafak al Corriere. «Perché vengono costruiti palazzi che non rispettano le regole di sicurezza e perché nessuno paga mai?» si chiede. E lancia un allarme: «Il governo turco ha appena dichiarato lo stato di emergenza in 10 province. Ma questo significa anche che Erdogan avrà poteri straordinari e potrà usarli per consolidare il suo potere o per bloccare il flusso della libera informazione».

Anche in Siria la situazione è drammatica. Nessun aiuto organizzato è ancora arrivato nel Nord-Ovest siriano, in una regione abitata da quasi quattro milioni di persone. Settanta governi hanno fatto richiesta di aiutare la Turchia, quattordici richieste sono state già accolte e tremila specialisti internazionali in operazioni di soccorso sono già al lavoro – ricorda Repubblica. Ma nel Nord-Ovest siriano invece, dove la situazione è altrettanto grave se non di più, fino alla tarda serata di ieri non era ancora arrivato nessuno per colpa della situazione militare e politica. La regione è una enclave isolata e in guerra con il governo di Damasco, che rifiuta di concedere l’autorizzazione a entrare.

Grazie a un accordo garantito dalle Nazioni Unite, alcune organizzazioni non governative possono portare cibo e medicinali – e il loro ruolo è vitale, perché l’85 per cento dei quasi quattro milioni di abitanti della regione indipendente tira avanti grazie a questi aiuti. L’accordo però va votato ogni sei mesi – a gennaio e a luglio – e viene usato per un tira e molla politico estenuante tra la Siria e la comunità internazionale, anche perché Damasco ha alle Nazioni Unite due alleati potenti: la Russia e la Cina. Inoltre l’accordo dice che questi aiuti possono passare da un valico soltanto, quello di Bab al Hawa, sul confine turco. Il 10 gennaio l’accordo è stato prolungato di altri sei mesi. Ora su quella situazione già critica è piombato sopra il terremoto. Le strade che portano al valico di Bab al Hawa sono state tranciate dalle scosse e non sono più utilizzabili.

L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite, Bassam Sabbagh, ha detto che tutti gli aiuti internazionali devono passare per Damasco, ma la dichiarazione non è piaciuta per nulla. Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato americano, ha detto che sarebbe il colmo affidare gli aiuti americani per i civili siriani a un regime «che da anni massacra i siriani, li gassa ed è responsabile per la maggior parte delle loro sofferenze». Ha assicurato che l’Amministrazione americana aiuterà il Nord-Ovest della Siria, ma farà passare le organizzazioni umanitarie che sono sul posto «per aiutare, non per brutalizzare».

 

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