Consiglio flopBruxelles ignora la linea Meloni su migranti e dossier economici

Comincia oggi il vertice europeo. Per la premier sarà uno snodo cruciale «nel contrasto all’immigrazione illegale». Ma il tema non è nell’agenda dei lavori. Nella bozza di dichiarazione finale, c’è solo una frase stringata che rinvia al summit di giugno. Unica consolazione per Roma: evitare la discussione sul Mes

(La Presse)

«La presidenza del Consiglio e la Commissione hanno informato il Consiglio europeo dei progressi compiuti nell’attuazione delle sue conclusioni del 9 febbraio 2023 sulla migrazione. Il Consiglio europeo chiede rapidi progressi su tutti i punti concordati. Tornerà sulla questione su base regolare». Secondo quanto scrive Repubblica, anticipando la bozza di dichiarazione finale, il Consiglio europeo che inizia oggi sull’emergenza migranti non andrà oltre queste frasi stringate.

Nonostante il pressing della premier italiana Giorgia Meloni e la telefonata con la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, l’Italia dal vertice di Bruxelles potrebbe tornare a mani vuote. Unica magra consolazione: per ora Palazzo Chigi ha ottenuto soltanto di evitare la discussione sul Mes, il Meccanismo che attende la ratifica solo del nostro Parlamento.

Ma il problema più grave è che il nodo dei rapporti tra il nostro Paese e l’Ue va sempre più stringendosi. Il che non riguarda solo l’annosa contrapposizione sulle politiche migratorie, bensì molti dei dossier più delicati. Sui quali l’Italia sta ottenendo poco o nulla: dalla competitività delle nostre aziende al Patto di Stabilità, fino allo stop delle auto a benzina e diesel.

Una situazione che appare del tutto diversa rispetto alle dichiarazioni rilasciate della presidente del Consiglio in Parlamento: «L’Italia ha tutte le carte in regola per recitare in Europa un ruolo da protagonista e non da comprimario».

Per Giorgia Meloni il Consiglio europeo sarà uno snodo cruciale «nel contrasto all’immigrazione illegale». Ma – come scrive La Stampa – questa aspirazione non trova al momento corrispondenza nell’agenda dei lavori. Come ribadito anche ieri da un alto funzionario Ue, «non è previsto un dibattito sul tema immigrazione, ma soltanto un aggiornamento di Ursula von der Leyen e della presidenza svedese».

Sul dossier migranti, di fatto, si rinvia il tema al vertice del prossimo giugno. Quando mancheranno sei mesi alla chiusura sostanziale della legislatura europea. Per cui o ci saranno in quell’occasione provvedimenti concreti, o non se ne farà niente fino alla fine del 2024.

Il rapporto preparato sul tema da Ursula von der Leyen – uno studio e non un opzione legislativa – presenta contenuti vaghi, parlando della necessità di un «approccio europeo» ma senza scendere nei dettagli. Indica gli ultimi stanziamenti (200 milioni di euro), accenna ai ricollocamenti volontari e poi rinvia all’approvazione del nuovo Patto sull’Asilo fermo da due anni.

Meloni potrebbe chiedere comunque di prendere la parola per insistere sulla necessità di una maggiore incisività nel contrasto dei flussi di migranti. L’intervento si concentrerà in particolare sulla Tunisia e sulla richiesta di giocare un ruolo per sbloccare l’accordo tra Tunisi e il Fondo monetario internazionale. Se necessario – dirà Meloni – anche coinvolgendo gli Stati Uniti. Non sarà semplice convincere dell’urgenza gli altri leader, molti dei quali credono che quanto deciso all’ultimo Consiglio sia sufficiente e che non occorra dover ricominciare la discussione.

Stesso discorso sulla competitività del sistema industriale alle prese con la concorrenza americana che può contare su 300 miliardi di sussidi statali. Anche su questo tutto è rimasto all’allentamento della normativa sugli aiuti di Stato che però favorisce Germania e Francia. L’Italia non ha risorse da mettere in campo, ma ha ottenuto solo una promessa di elasticità nell’uso dei fondi europei.

Nel documento finale non c’è alcun riferimento alla possibilità di introdurre un nuovo fondo, di qualsiasi tipo. Nemmeno sul modello “Sure” che non prevede nuovo debito comune.

I leader si confronteranno anche sulla riforma del Patto di Stabilità. I cosiddetti partner “frugali” del Nord Europa con la Germania vogliono più certezze sulle procedure di rientro dal debito eccessivo. Non a caso Roma insiste almeno sulla possibilità di scomputare alcuni investimenti dal calcolo del deficit. Ma anche qui la strada è in salita.

E anche sul no allo stop per le auto a benzina e diesel a partire dal 2035, su cui punta il governo meloni, non si aspettano risposte certe. Oggi se ne parlerà. La Commissione sta chiudendo un accordo con la Germania: saranno esclusi dal bando i motori che utilizzano i carburanti sintetici come chiesto da Berlino ma non i biocarburanti come reclamato da Roma.

 

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